Come è possibile coinvolgere studenti sempre più incerti, insicuri ed esposti ad una soglia dell’attenzione sempre più frammentata e alla pressione del successo? La domanda trasversale che ha animato l’incontro “Dinamiche emotive e relazionali nella didattica universitaria: buone pratiche, riflessioni e prospettive”.
Il workshop, che si è tenuto il 16 giugno presso il Dipartimento di Studi Umanistici, è stato presentato dalle professoresse Rosaria Capobianco, Daniela Milo e Tiziana Pacelli. Rientra nell’ambito di un progetto dell’Università Federico II sull’innovazione delle metodologie didattiche. L’obiettivo è “conversare con discipline diverse” e “parlare della didattica relazionale”, dice la prof.ssa Capobianco. La pedagogista apre il dibattito, richiamando l’attenzione sulla progettazione didattica, sulla valutazione e sull’inclusione degli studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimento.
Spiega le necessità del docente universitario di approfondire la formazione e le modalità per affrontare le fragilità. In tale quadro, si inserisce l’idea di una “triade della didattica moderna”, fondata sul dialogo tra saperi differenti e incentrata sempre di più sull’aspetto relazionale.
È necessario si presti attenzione “anche alla sfera emozionale”
Il tema della relazione educativa è stato approfondito dalla prof.ssa Francesca Marone, autrice di “Emozioni e affetti del processo formativo”, che afferma: “oltre il versante cognitivo, è necessario dare attenzione anche alla sfera emozionale”, sollevando un quesito importante: “Cosa sostiene dal punto di vista affettivo l’apprendimento di studenti e studentesse?”.
Se negli anni Ottanta e Novanta la ricerca educativa si concentrava su aspetti prevalentemente cognitivi, oggi appare evidente che l’apprendimento è strettamente collegato alla sfera emotiva. In una società dominata dal web, e quindi dalla sovrabbondanza di fonti e informazioni, diventa difficile mantenere il coinvolgimento e l’attenzione dello studente.
La situazione è aggravata dalle conseguenze della pandemia, “il soggetto è sempre in uno stato di allarme”, aumenta l’ansia e questo influenza il rendimento. “L’esperienza di orientamento – racconta la prof.ssa Marone – mostra un calo delle iscrizioni dovute alla perdita di attenzione, alle incertezze e alla vulnerabilità perché i ragazzi sono incapaci di pensare al futuro”.
La risposta alla domanda, fornita dalla prof.ssa Marone, è che l’esperienza universitaria è influenzata soprattutto dai docenti: “i giovani chiedono relazioni significative, adulti credibili e fiducia”, l’aspetto contenutistico deve essere accompagnato da quello relazionale.
In questo modo è possibile trasformare la semplice frequenza alle lezioni in una partecipazione attenta e consapevole, perché “le emozioni non ostacolano l’apprendimento ma lo rendono possibile”.
Una riflessione che emerge anche dall’intervento della prof.ssa Anna Tiziana Drago (Università di Bari Aldo Moro), la quale ha sottolineato la ricchezza della formazione scolastica dettata dalla pura conoscenza e non dalle logiche di efficienza: “Nelle aule scolastiche e universitarie lavoriamo con la materia più fragile ed esplosiva: i giovani”.
Attraverso il riferimento alla scrittrice coreana Han Kang e al suo libro ‘L’ora di greco’, passando per ‘Storia di Argo’ di Maria Grazia Ciani, la docente mostra l’importanza della letteratura e delle lingue antiche “tradotte in emozioni e non ancora recintate dal mercato”, perché la letteratura è studio delle emozioni indispensabili per sviluppare consapevolezza e maturità affettiva.
Il punto non è “la lezione perfetta”
Il rapporto tra le nuove generazioni e il mondo universitario è stato oggetto della seconda parte dell’incontro. Il pedagogista Maurizio Fabbri (Università degli Studi di Bologna) mette in luce la tendenza di molti studenti ad arrivare nel mondo universitario con scarsa propensione alla riflessione personale e poco abituati a scontrarsi con le difficoltà.
Problematiche che provengono da un mondo scuola e famiglia caratterizzato da eccessiva protezione e da valutazioni che tendono a premiare più che a misurare le competenze. Ma l’università, ricorda Fabbri, è diversa perché è “fusione tra ricerca e studio” e aggiunge: “insegna restituendo allo studente la complessità del contenuto”.
Visione approfondita dal prof. Pietro Di Martino (Università di Pisa) che nel suo intervento, “La crisi di studenti e studentesse nel passaggio all’università”, parla dello stato di confusione e di estrema difficoltà provocato soprattutto dalle dinamiche relazionali ed emotive. All’università “gli studi e i contenuti tornano, ma si evolvono in maniera più complessa”.
Soffermandosi sugli studenti dei Corsi di Matematica, il docente nota che il fenomeno dell’abbandono è sempre più frequente. Il problema non riguarda soltanto le competenze disciplinari, ma soprattutto le capacità di affrontare il fallimento, sperimentato per la prima volta dagli studenti e dalle studentesse che vivono una vera e propria “crisi dei bravi e delle brave”.
Tra i fenomeni che accrescono le difficoltà “la competizione e il fallimento disciplinare aggravato dalla mancanza di strumenti cognitivi, metacognitivi ed emotivi per affrontarlo”.
Aggiunge: “Il ciclo del fallimento universitario è inaspettato, incontrollato”, ma soprattutto “ripetuto”, una volta che lo studente si abitua alla sconfitta prova vergogna, rinuncia al confronto e a quel punto abbandona il percorso di studi. Secondo Di Martino “è necessario lavorare sulle difficoltà, creare un ponte solido tra scuola e università” e fornire allo studente uno spazio di supporto e riflessione sul nuovo contesto di studi.
Dagli interventi è emersa una visione condivisa: il docente universitario necessita di una formazione pedagogica volta a garantire un coinvolgimento non solo contenutistico, ma soprattutto relazionale, basato su metodologie attive, collaborative e riflessive.
In un contesto segnato da fragilità emotive, trasformazioni sociali e crescenti complessità, insegnare significa educare a riflettere e a relazionarsi, perché il punto non è “la lezione perfetta”, come dice il prof. Di Martino citando Gustave Choquet, ma comprendere, come sottolinea la prof.ssa Marone, che “l’apprendimento è emozione”.
Carolina Ferraro
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