“Sono precario a scuola e all’università”

“Già nel corso della tesi di laurea avevo iniziato un  percorso di ricerca ed ho proseguito spinto dalla curiosità di approfondire questo tema”, racconta Dario Caruso, laureato in Filosofia alla Federico II, dottorato a Fisciano in Etica e Filosofia del Pensiero Politico e Giuridica della Rete dei Ricercatori Precari. Per aumentare le proprie possibilità di lavoro, Dario ha partecipato all’ultimo concorso abilitante nella scuola. “Così mi sono ritrovato ad essere precario sia a scuola che all’Università” . Concluso il dottorato, ha iniziato  dei rapporti di collaborazione occasionale con il Dipartimento di Filosofia. “Vivo in  attesa di una possibile chiamata per le supplenze e continuo a studiare, sebbene, la ricerca dipenda dalla possibilità di avere un finanziamento. Si procede a salti, con periodi in cui puoi studiare e periodi in cui la vita e le spese quotidiane ti spingono a cercare altro”. La tesi di laurea di Dario, prevedeva lo studio di testi antichi attraverso l’uso delle nuove tecnologie, “questo mi ha permesso di entrare in possesso di saperi non strettamente legati a quelli umanistici che mi hanno dato la possibilità di avere piccoli lavori a prestazione d’opera che durano un mese e non ti consentono un progetto di vita lungo”. Questa è stata la molla per decidere di  aderire al movimento di contrapposizione alla Moratti dando vita a questo nuovo soggetto sociale e politico: le rete dei ricercatori precari. “Esistiamo da molto tempo, prima della Moratti. Esistiamo da quando è stato messo in atto il tentativo di ordinare  e organizzare una forma di lavoro sommerso nell’Università e in altri settori sociali”. In un  primo momento con i contratti coordinati e continuativi e, in seguito, con lavori a progetto, per molti, non solo laureati, è diventato difficilissimo programmare una vita ‘adulta’ ed è forte la richiesta di stabilità. “Il paradigma della flessibilità è stata la bandiera dei lavori legati alla nuova economia. Ora si sta tornando indietro, perché si è scoperto che non è stata flessibilità, ma precarizzazione”, conclude Dario.
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