Architettura celebra i grandi Maestri

Nell’ambito del ciclo di lezioni organizzato dai professori Capozzi, Orfeo e Visconti, dedicato ai grandi maestri ed alle scuole di architettura in Italia, il 5 giugno Uberto Siola e Carlo Aymonino hanno rievocato la figura di Aldo Rossi.  “Un grande rinnovatore dell’architettura contemporanea”, ha detto, in apertura dell’incontro, il professore Antonio Lavaggi, che insegna Progettazione architettonica ed è Presidente del Corso di Laurea in  Scienze dell’Architettura.
Rossi nacque a Milano e si trasferì  durante la Seconda guerra mondiale sul Lago di Como. Dal 1955 ha cominciato a collaborare con la rivista di architettura Casabella-continuità, diretta da Ernesto Nathan Rogers, come redattore. La collaborazione è terminata nel 1964 quando la rivista ha chiuso. Ha scritto poi per Società e Il contemporaneo. I primi articoli riguardavano Alessandro Antonelli, Mario Ridolfi, August Perret ed Emil Kaufmann.
Inizia l’attività professionale presso lo studio di Ignazio Gardella nel 1956, passando poi per lo studio di Marco Zanuso. Nel 1963 comincia anche l’attività didattica: prima è assistente di Ludovico Quaroni, presso la scuola di urbanistica di Arezzo, successivamente di Carlo Aymonino all’Istituto di Architettura di Venezia. “Realizzò in parte il complesso Monte Amiata, nel quartiere di Gallarate, a Milano”, ha ricordato agli studenti Aymonino. Fino a quel momento la sua attività professionale si era rivolta prevalentemente alla teoria architettonica. Nel 1971 vince il concorso di progettazione per l’ampliamento del cimitero San Cataldo a Modena.
La carriera universitaria procede: nel 1965 è nominato professore al Politecnico di Milano e l’anno seguente, nel 1966, pubblica L’architettura della città, presto divenuto un classico della letteratura architettonica. “La nostra amicizia”, ha raccontato il professore Siola, nacque nel 1969. “Quella di Rossi”, ha aggiunto, “è stata l’ultima stagione seria che ha vissuto l’architettura italiana. Tra i suoi insegnamenti, la consapevolezza dell’autonomia della disciplina, che nulla ha a che vedere con la politica e con la sociologia, e il rigore di un legame costante con la città. E’ proprio questo rapporto così intenso con la città a far sì che un architetto non sia un pittore o uno scultore. E’ la città che detta i temi del progetto”. Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta Rossi dirige il Seminario internazionale di Santiago de Compostela, insegna in diverse università degli Stati Uniti, tra cui la Cooper Union di New York e la Cornell University di Ithaca e collabora con l’Institute for Architecture and Urban Studies, viaggia in oriente (Cina e Hong Kong) e tiene conferenze in Sud America. Nel 1983 Paolo Portoghesi gli assegna l’incarico di direttore della sezione architettura alla Biennale di Venezia. “Nel 1991”, racconta ancora Siola, “ci ritrovammo per caso insieme nella commissione di un concorso a professore associato. La sua forza, costante, continuava ad essere quella del rigore nel dare un contenuto scientifico preciso alla disciplina”. Rossi è morto nel 1997.
Fabrizio Geremicca
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