Dai ricercatori “diffida” al Rettore

Se i ricercatori non fanno parte del corpo docente, allora non rientrano nella dotazione necessaria a garantire l’espletamento dei corsi di studio. E se la dotazione diventa insufficiente, anche in itinere del corso, l’ateneo deve essere penalizzato attraverso una riduzione dei fondi da parte del ministero. E’ la logica su cui si basa la diffida che un gruppo di ricercatori della Federico II, difesi dall’avv. Benito Aleni, ha notificato al Rettore e al Ministro dell’Università. Si diffida il Rettore dell’Ateneo federiciano “dal calcolare nel numero dei docenti necessari per il mantenimento dei corsi di studio attivati nell’anno accademico 2008/09, nonché di quelli da attivare per il 2009/10, non solo i ricercatori licenziati, ma anche quelli ancora in servizio, in quanto ritenuti non facenti parte del corpo docente”. Si diffida inoltre il Ministro dell’Università “dal concedere i fondi all’Ateneo napoletano Federico II per quei corsi attivati nell’a.a. 2008/09 e per i corsi da attivarsi nell’a.a. 2009/10 nei quali risulti, tra i requisiti necessari per l’apertura e il mantenimento dei corsi, la presenza di ricercatori o assistenti ordinari”. Insomma, se i ricercatori non sono docenti ma personale tecnico-amministrativo, non possono neppure rientrare nella banca dati (come attualmente avviene) dell’offerta formativa dell’Ateneo, che attesta la rispondenza del personale docente ai requisiti stabiliti dalla legge per l’attivazione e la sopravvivenza dei corsi di laurea. Molti ricercatori hanno anche presentato ricorso individuale al Tar contro il prepensionamento. I motivi del ricorso sono vari. Anzitutto, appunto, l’equiparazione dei ricercatori (e degli assistenti ordinari ad esaurimento) al personale tecnico-amministrativo, inesistente sia sotto il profilo dello status giuridico che del trattamento economico. Ma se anche si volessero ritenere i ricercatori esclusi dal personale esentato dal licenziamento per anzianità contributiva di 40 anni (magistrati e professori universitari), i provvedimenti della Federico II, secondo quanto si legge in uno di questi ricorsi, “sarebbero ugualmente illegittimi perché l’art. 72, comma 11, D.L. 112, riconosce alle amministrazioni pubbliche un potere discrezionale in ordine alla risoluzione del rapporto di lavoro pubblico del proprio personale”, potere che, secondo quanto previsto dall’art. 97 della Costituzione, va esercitato nel rispetto dei principi di ragionevolezza, logicità, imparzialità e non arbitrarietà. L’Amministrazione universitaria, invece, si è limitata a soddisfare una esigenza di contenimento della spesa del personale, senza valutare l’incidenza dei corsi di studio attivati. Infine, il licenziamento collettivo è stato disposto in violazione del D.M. 544/2007, in quanto fa venir meno i requisiti necessari per l’attivazione annuale dei corsi di studio inseriti nell’offerta formativa, e della direttiva CE 78/2000 sulla parità di trattamento in materia di occupazione e condizione di lavoro. 
Scuotto: “teniamo lezione da ‘dottori’,
visto che non siamo professori?”
Tra coloro che hanno presentato ricorso e diffida c’è la dott.ssa Elena Scuotto, 62 anni, ricercatrice a Lettere e già membro del Senato Accademico, che afferma: “il Rettore, per iscritto, nella lettera di licenziamento, ci ha comunicato che non siamo docenti. Eppure molti di noi tengono anche 120 – 150 ore di lezione, altrimenti come andrebbero avanti tanti Corsi di Laurea? Per questo motivo ci siamo impuntati e, tramite avvocato, abbiamo avviato dei ricorsi al TAR contro la delibera del Senato Accademico del 29 dicembre. Ed inviato anche, sempre tramite legale, una diffida al Rettore, per sapere in che veste andiamo a tenere lezione in aula: come ‘dottori’, visto che non siamo riconosciuti come docenti?”. Cioè: “oggi pretendiamo di conoscere il nostro stato giuridico”. Sulla questione licenziamenti, andata però a buon fine, – è stato chiarito per legge che nel calcolo dei 40 anni di servizio vanno “esclusi” quelli di “riscatto” per la ricostruzione di carriera – afferma la Scuotto: “la gran parte di noi è stata salvata dal decreto Brunetta sul Pubblico Impiego. E quindi, come per gli impiegati dello Stato, valgono i 40 anni di servizio realmente prestato”. “Avevamo chiesto al Governo un parere ad hoc su noi ricercatori. Invece niente. Dobbiamo ringraziare la norma per il Pubblico Impiego”. “Resta una grande amarezza anche per il modo in cui siamo stati trattati dal Federico II: buttati fuori senza confronto”.
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