Dove va l’Università?

Alla domanda “Dove va l’Università italiana?” si sarebbe tentati di rispondere in maniera molto sintetica e forse anche non tanto fine. Non cederò a questa tentazione anche perché fondamentalmente sono un ottimista e spero sempre che le cose si possano aggiustare. Certo che sarà dura, anche perché di aiuto dall’alto non possiamo aspettarcene. La classe politica che ci governa non è affatto interessata al destino dell’Università e, più in generale, della Scuola, e ci sono buoni motivi per questo, come vedremo più avanti. Provate a fare un ‘esperimento di pensiero’ e a domandare a Berlusconi o a Bossi. La risposta più probabile suonerebbe pressappoco così: ‘Ma che stai a perdere tempo. Prenditi un pezzo di carta e vieni a lavorare’.
Questo non vuol dire, però, che io ritenga che le iniziative governative, attuate o solo ancora ‘minacciate’, siano tutte irragionevoli. Anzi, su alcuni dei temi da esse toccati bisognava agire già da tempo, ed è stata una grave responsabilità dei governi precedenti (e anche della classe docente!) quella di non intervenire. Prendiamo per esempio il problema dei concorsi: naturalmente la situazione non è così nera come si tenta continuamente di far apparire e la maggioranza delle comunità scientifiche non è corrotta e responsabile di gravi manipolazioni, ma era da tempo evidente che il sistema del singolo concorso chiamato dalle Università, con il Commissario interno di nomina locale e due idoneità, promuoveva il provincialismo accademico e assicurava matematicamente la vittoria del candidato locale. Bisognava intervenire! Ma la risposta adeguata secondo voi è il sorteggio? Certamente il ‘caso’, implicito nel sorteggio, può impedire la manipolazione. Ma garantisce la qualità? Si ha in effetti la netta sensazione che le diverse iniziative governative in materia di formazione, anche se magari toccano punti caldi e dolenti del nostro sistema universitario, non siano però ispirate da una reale volontà riformatrice, ma soltanto dettate dalla necessità di ridurre le risorse finanziarie impegnate e sbandierare una volontà moralizzatrice, che potrebbe essere meglio spesa in altri settori. Non è vero che tutto il marcio in Italia stia nel ‘pubblico’, come sembra voler farci credere Brunetta.
Bisogna dire, però, che ce lo siamo meritato, anche se l’errore originario non è stato della ‘accademia’, bensì della ‘politica’, quando ha creduto che l’Università potesse autoriformarsi. Tipico errore di sinistra, direi! E così una riforma, che pure aveva diverse problematicità, ma che individuava la fondamentale necessità di modificare l’assetto universitario in modo più corrispondente a quanto era in realtà già accaduto – perché dall’Università d’elite a quella di massa non ci siamo passati per decreto governativo – è stata attuata nella maniera che noi tutti sappiamo: 3163 Corsi di Laurea di primo livello, è un dato che la dice lunga.
Non lo avevo ancora fatto completamente, ma in occasione di questo articolo mi sono letto con maggiore attenzione il progetto di riforma in discussione al Senato e sono arrivato alla conclusione che, volendo, esso non cambia gran che. È il solito sistema all’italiana: bisogna che qualcosa cambi, perché nulla cambi. Specialmente quando il tutto deve essere a ‘costo zero!’.
Prendiamo per esempio la tanto sbandierata innovazione delle ‘Scuole’. Ma qualcuno si è reso conto che il testo parla di “…strutture di raccordo, denominate Facoltà o Scuole, con funzioni di coordinamento e razionalizzazione delle attività didattiche e di gestione dei servizi comuni”? Può essere un’innovazione… ma può anche rimanere tutto tale e quale! In fondo anche con l’istituzione dei Dipartimenti e dei Corsi di Laurea della vecchia legge Ruberti – a mio avviso l’unico intervento veramente riformatore sull’Università italiana degli ultimi 50 anni – era ben chiara l’intenzione del legislatore di proporre un graduale trasferimento delle prerogative delle Facoltà ai Corsi di Laurea: la ricerca ai Dipartimenti e la didattica ai Corsi di Laurea. Ma ciò non si è mai realizzato completamente perché i Corsi di Laurea non sono mai arrivati a gestire le risorse (i posti, per intenderci!), e quindi la didattica è rimasta alle Facoltà. Ora vogliamo sostituire le Facoltà con le Scuole? Ma cambia veramente qualcosa? 
Mi accorgo che ho esagerato affermando che nulla cambia con il progetto Gelmini: nel reclutamento e nelle modalità concorsuali cambia qualcosa, ma credo in peggio. Il concorso nazionale è certo meglio di quello locale, ma l’abilitazione non credo possa funzionare. Sappiamo come può andare a finire: senza concorrenzialità un’abilitazione non si rifiuta a nessuno.
In sintesi, tutto dipende da come riusciremo a gestire questa continua trasformazione che ci viene imposta. Non ho ricette infallibili, ma solo alcuni punti che secondo me non possono essere sottovalutati.
– La trasformazione dell’Università è un dato irreversibile! La sua funzione è cambiata e non bisogna farsi illusioni di improponibili ritorni al passato. L’Università non forma più solo l’élite del paese, la classe dirigente, culturale, professionale e politica. Essa forma al più un cittadino che deve essere in grado di inserirsi adeguatamente in una società che richiede sempre più ‘conoscenza’. Se a qualcuno, poi, farebbe molto comodo che questo cittadino fosse anche abbastanza disabituato a ragionare con la propria testa, e quindi facilmente influenzabile dalla propaganda, dagli slogan e dai modelli di vita veicolati dalle televisioni, questo è un altro paio di maniche. L’Università deve opporsi ad un tale progetto di imbarbarimento! Non bisogna cedere sull’aspetto formativo anche della laurea triennale. Nello stesso tempo è necessario che l’Università pubblica non si faccia sottrarre il suo ruolo di formatrice delle menti pensanti del paese: scienziati, professionisti, progettisti, letterati e anche politici (che ce n’è bisogno!). E questo è il ruolo della Laurea Specialistica/Magistrale, del dottorato di ricerca e dei Master – almeno una parte di essi. Su quest’ultimo punto ho l’impressione che in Italia si siano fatti gli errori più grandi. In altri paesi, come la Francia, la Germania e l’Inghilterra, pur aderendo al progetto europeo di integrazione del così detto 3+2, sono stati più attenti a conservare quel livello di qualità che il sistema precedente garantiva loro. Siamo in tempo per recuperare per le generazioni future.
– È inutile illuderci sul valore legale del titolo di studio! Ormai non c’è più alcuna garanzia di uniformità di preparazione e qualificazione. Con la nascita delle Università Telematiche, della mai abbastanza vituperata legge Moratti-Stanca, non c’è più alcuna garanzia di uniformità. Si badi che non sono assolutamente contrario alla didattica a distanza, o comunque all’uso delle nuove tecnologie della comunicazione anche nell’alta formazione. Nella nostra era sarebbe una follia! Ma, didattica a distanza fatta dalle Università esistenti, che hanno una tradizione di ricerca e di docenza, e non da Università telematiche che nascono dal nulla al solo scopo di sfornare lauree. Vagando in rete ho trovato lo slogan di una di queste Università telematiche: “Hai poco tempo per studiare? Scegli la laurea online”. È del CEPU questo magnifico lapsus froidiano, che naturalmente ora ha anche lui la sua Università telematica. Le malelingue dicono che bastano ventimila euro per una laurea. Chi sa se è vero?
– I tagli, che da diversi anni, governi di ogni indirizzo politico hanno effettuato sui fondi per l’Università, e l’attuale crisi economica, hanno evidenziato una verità che non possiamo più nasconderci: il sistema economico non può, o non vuole, sostenere l’onere di una Università di massa qualificata. Bisogna accettare la sfida e trovare risorse alternative. Certo ci costerà qualche cedimento di cui avremmo fatto volentieri a meno, ma non ci si può illudere ulteriormente. Per esempio, voglio dirlo qui a chiare lettere, rischiando di farmi molti nemici: non basterà, ma le tasse universitarie non possono continuare ad essere così basse! Per assicurare l’accesso anche ai meno abbienti ci sono altri mezzi (borse, assegni di studio, tasse pagate) che oggi sono mal utilizzati.
– La nostra Università è troppo grande! Non è possibile gestirla efficientemente, specialmente in un momento storico che richiede innovazione, rapidità di decisione e convergenza dell’azione delle tre componenti che popolano qualsiasi Università: studenti, personale tecnico-amministrativo e docenti. I Poli, nonostante l’impegno dei diversi Presidenti che si sono succeduti e dei Rettori, non hanno raggiunto lo scopo che si prefiggevano, e forse non era possibile che lo raggiungessero. Io ho sempre pensato che la federazione di almeno tre Università distinte sia la via percorribile. Ma anche per questo ci vogliono risorse.
Ci sarebbero tanti altri temi da toccare, alcuni molto delicati, come la qualità della ricerca scientifica nell’Università italiana e le difficoltà di una sua seria valutazione, o quello della schizofrenica condizione in cui siamo riusciti a portare gli studenti: ora frequentano… ma non studiano più! Ma si è fatto ‘tardi’ e lo spazio non basta, perché questi temi vanno toccati con attenzione, altrimenti si rischia di essere fraintesi.
E allora mi limito a chiudere come quel giornalista americano, Edward R. Murrow, reso famoso dal film di Gorge Clooney: ‘Buona notte e buona fortuna… a tutti noi!’.
prof. Luciano De Menna
Direttore Scientifico del Softel
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