Folla da stadio per il Premio Nobel

Dopo l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, pace all’anima di Walter Benjamin, forse è il momento di riconsiderare lo stato di salute dell’opera scientifica nell’epoca della sua riproducibilità digitale. Se si guarda ad esempio alla ressa da stadio che ha accolto James Dewey Watson, uno degli scopritori della struttura ad elica del DNA, l’8 maggio nell’Aula Magna storica della Federico II, il confine tra scienza e spettacolo sembrerebbe essere talvolta clamorosamente sottile. Di sicuro la curiosità era enorme, sia da parte degli studenti delle Facoltà scientifiche cittadine che delle scuole superiori, nell’avvicinare questo monumento della storia della Scienza. Ma più che un seminario scientifico, il tripudio di telefonini alzati e macchine fotografiche sembrava ricordare l’incontro con una star televisiva, anche perché, pur volendo concentrarsi sui contenuti proposti dal prof. Watson, erano pochi gli spezzoni del suo discorso che emergevano faticosamente dal brusio di sottofondo (e senza interpreti che potessero rendere più comprensibili le parole dell’anziano professore americano). Volendo considerare la questione da un altro punto di vista, certo la calca di giovani ansiosi di incontrare una celebrità scientifica è assolutamente positiva quanto sorprendente: “il 90% del pubblico era composto da ragazzi, solo il resto erano accademici, e questa è la dimostrazione di un interesse genuino da parte degli studenti”, ha commentato in seguito il Rettore Guido Trombetti. Di fatto, con la sua presenza, Watson testimonia ancora oggi fisicamente una delle più importanti scoperte scientifiche del secolo scorso. Nato a Chicago nel 1928, insieme a Francis Crick nel 1953 rese noto al mondo il funzionamento della struttura a doppia elica del DNA, continuando gli studi iniziati da Maurice Wilkins; i tre riceveranno nel 1962 il Nobel per la Medicina.
Nell’Aula Magna della Federico II sono stati il Rettore Guido Trombetti e il Presidente del centro di ricerca Ceinge, Franco Salvatore, ad introdurre alla platea la figura di questo importante uomo di scienza, la cui centralità, come hanno sottolineato più volte, “non rimane limitata alla sola scoperta della struttura del DNA”. A precedere Watson c’era anche il prof. Roberto Di Lauro, Presidente della Stazione Zoologica di Napoli: quest’anno cade infatti il centenario della morte di Anton Dohrn, il fondatore della Stazione Zoologica, nella quale proprio Watson, nel maggio del 1951, partecipò ad un convegno da cui trasse stimoli fondamentali per la ricerca che avrebbe messo a punto di lì a poco. Ospite del seminario alla Stazione era infatti il prof. Maurice Wilkins, che mise al corrente i suoi colleghi dei progressi della ricerca biofisica sui pattern di diffrazione di DNA cristallino. Fu un’illuminazione per Watson che, presente alla conferenza, si convinse ancora di più ad indirizzare il suo lavoro di ricerca sugli acidi nucleici. “Da quella prima visita di Watson molte cose sono cambiate, anche grazie alla scoperta del DNA, che ha portato a reazioni a catena nello studio di tutte le specie sulla base del concetto di genoma, applicato nell’esplorazione della biodiversità marina e terrestre”, ricorda il prof. Di Lauro. Per celebrare questo rapporto particolare di Watson con Napoli, anche la nostra città accoglie la mostra autobiografica itinerante che, attraverso fotografie, documenti scientifici, lettere e articoli di giornale, ricostruisce il percorso professionale dello scienziato. La mostra, già ospitata a Dublino, Varsavia e in giro per la Turchia, è stata inaugurata sempre nel pomeriggio dell’8 maggio e rimarrà visibile fino al 30, nel museo di Paleontologia in Largo San Marcellino 10.
“Grazie a tutti per essere venuti”, esordisce Watson dopo le introduzioni di rito, ironizzando poi sul fatto che è “ancora reale, non solo una persona famosa”, ma uno scienziato che cerca ancora di “guardare al futuro, oltre che al passato”. Indica come direzione futura l’importanza di “lavorare per l’informazione sociale”, e ripercorre brevemente la sua storia – dall’importanza del rapporto di stima con il suo primo docente alla venuta a Napoli, fino alla scoperta che cambierà la sua vita oltre che le prospettive della ricerca medico-biologica. “Scoprimmo che l’essenza della vita era nella chimica, non nella religione o in altri elementi, come si era creduto per secoli. Ad un certo punto ci rendemmo conto che l’informazione codificata nel DNA era un linguaggio, come l’inglese. Sapevamo di stare aprendo ad un nuovo mondo, anche se non sapevamo cosa sarebbe successo. Ora sappiamo leggere il messaggio contenuto nel DNA, ma c’è ancora molto da fare.
Pensate in grande, e non crediate di essere nati troppo tardi per contribuire a nuove scoperte”. Più tardi, dopo la conferenza e prima dell’inaugurazione della mostra autobiografica, il professore accennerà ad altre strade importanti da percorrere per la scienza futura: da una parte “un’esplorazione ulteriore dei meccanismi che regolano il cervello”, dall’altra un avanzamento della conoscenza sul genoma nell’ambito della lotta contro il cancro e le malattie genetiche, focalizzandosi “soprattutto sugli effetti delle malattie, più che sulle cause”. Dopo il discorso, il Rettore consegna al prof. Watson il sigillo della Federico II, mentre il prof. Di Lauro gli rende omaggio con la medaglia della Stazione Zoologica. “Ora solo una preghiera”, dice sorridendo il Rettore rivolgendosi alla massa del pubblico stipato in ogni angolo dell’Aula Magna e fin fuori alle scale di accesso, “lasciateci uscire!”. Ma è un appello vano, subito Watson viene accerchiato da obiettivi e telefonini, come una Gioconda al Louvre o un campione di calcio beccato in un centro commerciale, braccato da decine di studenti intenzionati a tutti i costi a portare a casa una sua riproduzione digitale. Qualcuno, venuto da altre Università cittadine e genuinamente interessato a poter stringere la mano al professore o a chiedergli di autografare un suo libro, si lamenta delle scolaresche agguerrite; ma anche molti universitari non sono migliori. Non solo studenti, però, sono accorsi a rendere omaggio a questo grande, per quanto in parte controverso, protagonista del ’900: tra gli ospiti illustri anche il noto matematico torinese Piergiorgio Odifreddi.
Viola Sarnelli 
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