I ricercatori di Scienze sul piede di guerra

Monta la protesta dei ricercatori alla Facoltà di Scienze contro il decreto di riforma universitaria Gelmini. Riuniti in assemblea hanno redatto un documento, firmato da 147 su circa 200 ricercatori, consegnato ufficialmente al Preside, nel quale dichiarano la loro indisponibilità a ricoprire incarichi di docenza non integrativa, l’unica prevista per legge.  “Esprimiamo crescente apprensione e preoccupazione per le scelte che il Governo annuncia di voler intraprendere in relazione alla riforma dell’Università italiana”, dicono nel documento sottolineando gli aspetti del DDL che avranno maggiore impatto. In primo luogo, la scomparsa del ruolo del ricercatore a tempo indeterminato, sostituito da un contratto a tempo determinato di tre anni rinnovabile per altri tre (le uniche figure con un contratto a tempo indeterminato saranno i professori, associati e ordinari); l’assenza di credibili meccanismi per uscire dal precariato; il confinamento per gli attuali 25.500 ricercatori in una sorta di limbo da cui sarà molto difficile uscire a causa delle limitazioni vigenti, cui si aggiunge la previsione di riservare fino all’80% dei futuri posti di professore associato ai ricercatori a tempo determinato. “Le norme prefigurano dunque un inevitabile conflitto tra le legittime aspettative di carriera dei ricercatori in ruolo e la necessità di favorire l’ingresso dei giovani ai ruoli accademici”, sostengono i ricercatori che sottolineano quanto “Le regole e i vincoli posti dal DDL appaiono, oltre che eccessivamente cavillosi, fortemente discriminatori e iniqui nei confronti degli attuali ricercatori che, entrati per concorso in un ruolo interamente dedicato all’attività di ricerca, oggi svolgono, oltre ai compiti di didattica integrativa loro preposti, anche i compiti aggiuntivi che nel corso degli anni si sono resi necessari per sostenere l’offerta didattica delle Facoltà”. Contributo alla docenza che la circolare ministeriale del 4 settembre sui requisiti minimi istituzionalizza assumendo che i ricercatori abbiano gli stessi doveri dei professori senza goderne diritti e prerogative. Nella graduatoria stilata dall’OCSE, l’Italia è uno dei Paesi con il miglior rapporto numerico studenti-docenti, con ben il 40% dei posti occupati da ricercatori. Senza questa quota, il nostro paese non ha valori riconosciuti per entrare nella graduatoria.
Esclusi dalla
possibilità di
accedere ai concorsi
Durante le due recenti riunioni, il Forum del 21 dicembre e il Consiglio di Facoltà del 14 gennaio, i ricercatori hanno preso la parola e preteso che Scienze si esprimesse sul decreto. “Accomunare i doveri dei ricercatori a quelli dei professori significa considerarli persone che fanno lo stesso tipo di lavoro, una cosa che secondo noi non sta in piedi. Non vogliamo fare una lotta contro i docenti, ma crediamo che si debba aprire un dibattito sull’università, ricordando a tutti i nostri diritti e doveri”, dice il rappresentante dei ricercatori Gianluca Imbriani, perchè “la nostra categoria è quella cui viene esclusa ogni possibilità di accedere a concorsi”. Nel computo finale del novero dei professori di ciascuna Facoltà saranno compresi anche i ricercatori, ma “la legge limita l’aumento di personale”, sottolinea Giuliana Fiorillo, perciò “dal prossimo anno accademico potranno essere conteggiati anche i ricercatori e i docenti che sono andati in pensione ed hanno ottenuto una proroga e i ricercatori a contratto assunti per tre anni e che non hanno obblighi didattici”. Tutto per far quadrare i conti delle Facoltà. “Queste indicazioni serviranno, come già accaduto quest’anno, per assegnare il Fondo di Finanziamento Ordinario nel prossimo anno accademico”, aggiunge ancora la ricercatrice. 
Nonostante l’evidente criticità del problema, la presidenza continua a non voler porre la questione ricercatori al centro del dibattito sulla riforma. “Sarebbe limitato – si difende il Preside Roberto Pettorino durante il Consiglio di gennaio – Dobbiamo discutere di questi argomenti nella loro globalità. Il DDL è ancora in discussione in Parlamento. Si tratta della prima riforma vera dell’università in quarant’anni. L’università cambierà radicalmente, rischiamo di arrivare a questo punto senza aver avuto il tempo di discutere”. “Il provvedimento ridimensiona anche la figura dei professori associati e ci meraviglia molto che non si discuta anche di questo”, insiste Imbriani. 
Oltre i ricercatori anche gli studenti esprimono, in un lungo documento, le loro preoccupazioni sul numero programmato, la privatizzazione e l’aziendalizzazione dell’università e l’inevitabile discriminazione dei test di selezione. “I ricercatori devono scuotere un sistema inerte, ma le contrapposizioni non sono con i docenti. Ho insistito per un regolamento sull’attribuzione dei carichi didattici ed ho proposto un controllo di tutte le esigenze didattiche. In seguito avremmo deciso come procedere. Credo si dovrebbe organizzare una conferenza nazionale, per confrontarsi anche con altre sedi”, commenta il Preside. “La riorganizzazione didattica avrebbe dovuto essere stabilita entro la fine dell’anno, ma siamo a gennaio”, dice il ricercatore Fabio Temussi. “I ricercatori non possono fare nient’altro. Dovrebbero restare dove sono ed aspettare che solo una minima percentuale diventi associato? Di concorsi non se ne parla, non si capisce come verranno assegnati i primi tre anni di incarico. Forse ora, i docenti, sovraccaricati di lavoro, si ribelleranno. Non abbiamo giustificazioni per non appoggiarli”, afferma la prof.ssa Eliana Minicozzi che parla anche agli studenti: “l’università non è attrezzata per gli studenti lavoratori, ragazzi che per lavorare devono studiare, e non ci sono borse di studio. Il merito non esiste; la differenza la fa la famiglia anche per le conoscenze di base, credo che forse si dovrebbero esplorare tutte le possibilità dell’e-learning, in modo che abbia un senso formativo”. 
“I ricercatori sono docenti quando 
fa comodo”
“Il discorso deve essere affrontato e risolto da un comitato nazionale. I ricercatori sono docenti quando fa comodo e quando potrebbero andare avanti con la carriera si vedono dichiarati un ruolo a termine scavalcati da persone più giovani. Non si potrebbero indire dei concorsi riservati a dei ricercatori con criteri di merito?”, suggerisce la prof.ssa Chiara Campanella. “Oggi tutti vedono la meritocrazia come una cosa positiva. Dite che è difficile ottenerla quando si lavora, ma vi assicuro che ce la si può fare – afferma il rappresentante degli studenti Claudio Lapegna rivolto ai suoi colleghi – Per entrare ci deve essere un test che sondi le conoscenze minime, chi vuole studiare non può partire da zero. La legge dice che se pochi studenti vanno avanti si tagliano i fondi, quindi, introdurre un test potrebbe garantire l’ingresso di studenti motivati”. “Senza ricercatori chiudiamo i corsi o aumentiamo il carico di ordinari e associati?”, domanda il prof. Fedele Lizzi. “Sono d’accordo con l’agitazione dei ricercatori. Serve una lotta di tipo sindacale”, interviene il prof. Giuseppe Iadonisi. “Dagli studenti vengono delle accuse precise. I ricercatori difendono i loro diritti. Questo Consiglio di Facoltà che vuole fare?”, chiede il prof. Ugo Lepore rivolto al Preside. “Contro la legge Moratti le nostre proteste sono servite. È stata approvata e mai applicata. Toccare i ricercatori è solo il primo passo per mettere le mani sull’università. Una Facoltà seria dovrebbe prendere atto delle proprie inefficienze e attivare ciò che può con i docenti che ha. Dobbiamo avere etica, se invece facciamo gli interessi di bottega dei settori, allora attiviamo quanti più Master e corsi possiamo”, obietta il ricercatore Ulderico Dardano.
Al termine del Consiglio, la Facoltà chiede di prendere una posizione ufficiale cui il Preside cerca di opporsi. “Una mozione ufficiale solo sui ricercatori sarebbe perdente. La Federico II non ha ancora approvato il bilancio preventivo; ci sono Atenei che l’anno prossimo potrebbero non essere in grado di pagare gli stipendi. In questo quadro, credo che bloccare la didattica non ci porti alcun vantaggio. Tracciamo un quadro complessivo della didattica e applichiamo il regolamento. Abbiamo dato degli affidamenti ad alcuni ricercatori come professori aggregati, un titolo formale cui si dovrebbe rinunciare prima di sospendere la didattica”, afferma Pettorino suscitando polemiche nella platea. “Capisco le preoccupazioni del Preside, la nostra protesta influisce sui finanziamenti, che dobbiamo fare? Possiamo solo portare il livello della contestazione il più in alto possibile”, dice il ricercatore Guido Russo. Nonostante le resistenze, la Facoltà, al termine della riunione, approva un documento contro il decreto Gelmini.
Simona Pasquale 
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