Ingegneri biomedici in giro per il mondo

Studio e lavoro all’estero. La Facoltà di Ingegneria della Federico II offre anche questo. Attraverso il progetto Erasmus, borse di studio internazionali, accordi di scambi culturali col resto del mondo, la Facoltà intreccia relazioni cosmopolite non solo con Atenei europei, ma anche con università d’oltreoceano. Tanti, inoltre, sono i laureati della Facoltà che, forti della loro formazione universitaria, decidono di far fortuna a migliaia di chilometri da casa. È questo il caso di quattro ingegneri napoletani, laureatisi negli ultimi anni in Ingegneria Biomedica alla Federico II (vecchio ordinamento), che, senza tentennamento alcuno, hanno fatto le valigie e sono andati via dall’Italia, tra Olanda, Spagna, Grecia e Islanda, dove hanno trovato lavoro in società ed enti presso cui, oggi, ricoprono posizioni di rilievo. “Sono un convinto sostenitore dell’internazionalizzazione della Facoltà – dichiara il prof. Giancarlo Bracale, presidente del CdL in Ingegneria Biomedica – Questo Corso si contraddistingue per il continuo flusso di scambi con l’estero. Accanto a numerosi studenti che ogni anno vanno fuori per ricerche e per opportunità di lavoro, ce ne sono altrettanti che arrivano a Napoli. In particolare, ricordo il caso della studentessa rumena, Anca Banarescu, che si è laureata all’Università di Yashi con una tesi svolta da noi durante il suo Erasmus. Ebbene, il suo lavoro di ricerca è stato premiato in Romania come migliore tesi nazionale dell’anno”. 
Erasmus
“allarga gli orizzonti”
Napoletano, 32 anni, dal 2001 (stesso anno in cui si è laureato) Stefano Buonocore è a Patrasso, in Grecia, dove ha lavorato per diverse società informatiche. Dallo scorso ottobre è alla dipendenze della Enorasis S.A., ma insegna anche Informatica in una scuola pubblica. Non ha nessun rimpianto per aver lasciato l’Italia. “La mia – dice – è stata una scelta dettata da motivi personali. Pochi  mesi prima di laurearmi ho anche rifiutato una proposta di lavoro da parte di un’azienda napoletana”. Giuseppe Fico è il più giovane del gruppo, 26 anni appena. Si è laureato in Ingegneria Elettronica lo scorso anno con 106. Durante il periodo universitario, è stato per sei mesi a Madrid col progetto Erasmus per elaborare la sua tesi di laurea. E al Politecnico spagnolo è poi rimasto per un dottorato di ricerca in Ingegneria Biomedica. “Grazie all’Erasmus, un’esperienza che consiglio a tutti perché ‘allarga gli orizzonti’, ho stretto contatti col gruppo con cui adesso collaboro, il Life Supporting Technologies diretto dalla prof.ssa Maria Teresa Arredondo. Nella mia collocazione professionale – racconta Fico – mi ha molto aiutato il fatto di essere uno studente italiano: che si creda o no, la formazione universitaria italiana è ben riconosciuta all’estero”.
Si intitola “Ricerca e sperimentazione di applicazioni di telemedicina per marinai nel Nord Atlantic” la tesi di laurea svolta dall’ing. Paolo Gargiulo in Islanda. Isola che è stata decisiva nella sua vita. “È in Islanda che ho conosciuto mia moglie. Ci ho impiegato otto anni per laurearmi perché negli ultimi quattro sono stato alle prese con moglie e figlia (adesso diventate due). Nel 2002, ad un anno dalla laurea, sono stato assunto come ingegnere biomedico presso il Dipartimento di Ricerca e sviluppo dell´ospedale universitario islandese Landspitali. Inoltre, sto svolgendo un dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria biomedica e fisica alla Facoltà di Medicina dell’Università di Vienna, in Austria”.
Necessarie: 
“tesi applicative”
Infine, Elia Formisano, 36 anni, una laurea in Ingegneria Elettronica, indirizzo biomedico (conseguita nel ’96, quando all’epoca non esisteva un CdL indipendente), con 110 e lode. Oggi Elia è il prof. Formisano, docente associato di Neuroscienze cognitive presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Maastricht, in Olanda, dove svolge attività di ricerca e di didattica “in un gruppo multidisciplinare formato da una trentina di ricercatori, tra cui psicologi, ingegneri, fisici, informatici, medici e biologi. In comune abbiamo l’interesse per il nostro cervello, cerchiamo di capire come funzioni, dove e come sia elaborata la miriade di informazioni che riceviamo ogni giorno. Per far questo, usiamo tecnologie avanzate come la risonanza magnetica nucleare, che permette di ottenere immagini del cervello ad alta risoluzione spaziale”. Il lavoro in Olanda è stata una conseguenza della sua tesi di laurea e del dottorato svolto col gruppo di Bioingegneria di Napoli. “Sono stato prima in Germania e poi in Olanda. Qui ho trovato un gruppo di ricercatori ed amici con cui mi sono trovato molto bene ed ho deciso di restare. Tuttavia, devo dire che in Italia, nonostante tutti i noti problemi del sistema Università e i pochi fondi, sono stato altrettanto bene”.
Istituzionalizzato quattro anni fa, Ingegneria Biomedica è presente alla Federico II da quasi quarant’anni. Chi sceglie questo indirizzo lo fa per giungere a un compromesso. “L’ingegnere biomedico mi sembra un’ottima sintesi fra rigore metodologico, tipico delle discipline ingegneristiche, e lo studio di questioni di grandissimo interesse generale come i sistemi biologici”, spiega il prof. Formisano. Non solo. Per Stefano, “la bioingegneria è un ramo in espansione, tale da assicurare una buona spendibilità del titolo, in Italia come all’estero, per via delle nozioni acquisite, che consentono di operare in qualsiasi società”. È d’accordo Formisano, secondo cui “Il mondo della ricerca, e della tecnologia in generale, sta diventando sempre più multidisciplinare e i bioingegneri tendono a essere molto richiesti per la loro formazione eclettica”.
Il percorso didattico, comunque, non è dei più semplici. Fondamentale, a detta di tutti, è seguire i corsi. E poi studiare, tanto, con costanza, dalle 6 alle 8 ore al giorno, “anche 12, a lezioni finite”, rammenta l’ing. Buonocore, che ha dovuto sudare parecchio per superare esami come Analisi II, Comunicazioni elettriche e Campi I. E i docenti? “Alcuni molto disponibili, altri meno”, la risposta diplomatica del prof. Formisano, salvo poi lodare, come del resto i suoi tre colleghi, il corpo docente che ruota intorno al prof. Bracale. Unica falla nella formazione universitaria ricevuta, la mancanza di pratica. “C’è stato poco avviamento alla professione”, accusa Paolo Gargiulo. “La carenza di applicazione pratica alla teoria è una caratteristica di un po’ tutte le facoltà scientifiche italiane”, rincara la dose Buonocore. 
Di tornare in Italia, comunque, per i quattro ingegneri non se ne parla nemmeno. “Napoli mi manca molto – ammette Giuseppe Fico – Il punto è che Napoli è una città difficile e riesci ad amarla di più quando ne sei lontano. Per il momento, preferisco contemplarla da Madrid…”. Così, senza mezzi termini, alle future matricole suggeriscono: “Fate un’esperienza di lavoro all’estero, perché apre la mente”. E Stefano Buonocore aggiunge: “Indipendentemente dal tipo di ingegnere che diventerete, imparate bene l’inglese e benissimo l’uso del computer; studiate in profondità tutte le materie in modo da acquisire la giusta forma mentis; dedicate, infine, tanto tempo alla elaborazione di una tesi di laurea su argomenti richiesti dal mercato del lavoro”. 
Paola Mantovano
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