Irene, studentessa in Psicologia, racconta la sua battaglia contro l’anoressia

Si esprime con pacatezza Irene Cortellessa, studentessa di Psicologia presso il Dipartimento omonimo dell’Università Luigi Vanvitelli, autrice del libro autobiografi co “Come nuvole all’orizzonte”. Accompagnata dall’amica Chiara, fi gura di grande rilievo per lei, si siede. Il suo sguardo color cielo tradisce un passato recente segnato da solchi ancora ben percepibili nelle sue parole. Parole che, tuttavia, fuoriescono risolute invitando (o forse obbligando) alla rifl essione. Sì, perché Irene ha combattuto una battaglia silenziosa per alcuni anni, dal 2013, contro un nemico sleale: l’anoressia, che è riuscita a superare anche grazie al fondamentale sostegno della psicoterapia. “È qualcosa che non scegliamo noi, una malattia che come tale va trattata”, dice Irene, “è il sintomo estetico di un malessere interiore”. Una condizione che deriva dall’illusoria consapevolezza di poter tenere sotto controllo le proprie abitudini alimentari, senza la coscienza di esservi invece sottomessi. “Vittime dell’ossessione”, defi nisce Irene le persone che, come lei, hanno affrontato e stanno affrontando questo diffi cilissimo percorso che, a volte, non lascia via di scampo. Lei ce l’ha fatta e, sebbene l’infi do avversario non disponga di pietà, le ha donato la consapevolezza di quello che vorrà fare in futuro. Non ci pensava neanche alla psicologia, Irene, anzi, voleva iscriversi a Ingegneria, voleva studiare e scoprire nell’ambito dell’ingegno umano; poi tutto è cambiato. Le si dipinge un sorriso che irradia una spettacolare voglia di vivere. “Io vorrei che questa malattia non esistesse più. Certo, non posso risolvere le situazioni, ma posso capirle”, e lei sa bene quanto sia importante questo processo: capire. La psicologia è fondamentale in questo, perché quando si è affetti da patologie come l’anoressia si vive come in una bolla. L’incapacità del soggetto di esprimere ciò che affolla la sua mente si scontra in maniera netta, e a tratti alienante, con l’incapacità degli altri di comprendere. Questo genera negli altri rabbia, dolore e frustrazione, mentre lascia nel soggetto un profondo senso di colpa. Irene, nel suo libro, defi nisce queste sensazioni in modo chiaro, cosciente, con una disarmante capacità d’espressione. Descrive le cause che l’hanno condotta verso quell’oblio dal quale non si riescono a scorgere appigli verso la luce; il rapporto simbiotico con la gemella, Mara, la cui divisione alle superiori, per motivi di studio, le aveva causato un grande dolore. Poi descrive minuziosamente il senso di colpa per il dolore dei suoi genitori, il ricordo fulgido di quella morsa che la portava verso l’unica conclusione che fosse meglio lasciarsi andare. È stato grazie alla famiglia, agli amici e alla sua psicoterapeuta che ne è venuta fuori, ma anche grazie ai medici che le hanno incusso timore, che le hanno detto che il suo cuore, senza nutrimento, si sarebbe fermato. Dopo quella tremenda esperienza è sorta in lei la voglia di vivere e di aiutare gli altri a vivere, e vuole farlo con la laurea, costruendosi una solida conoscenza. Naturalmente adesso vive meno il Dipartimento, proprio per via degli impegni che affollano le sue giornate, legati al libro (pubblicato lo scorso dicembre) e alla grande opera di divulgazione alla quale si sta dedicando. Il Dipartimento rimane comunque un punto focale per lei, che è all’ultimo anno della Triennale, il suo obiettivo è infatti quello di laurearsi il prima possibile. “Non vedo l’ora di aver fi nito con gli impegni legati al libro, non perché non mi piaccia, ma perché ho voglia di studiare e di riprendere appieno l’attività accademica”, dice, “non potrei immaginare una vita senza la preoccupazione quotidiana dello studio”. Ma nel bel mezzo della sua sofferenza, quando la patologia stava raggiungendo il suo apice, Irene non parlava ai colleghi della sua condizione, ritenendo che “fosse meglio tenere per me quello che stavo vivendo”. Non lo ha fatto neanche nel periodo successivo, iniziando, di fatto, solo dopo la pubblicazione del libro che, “imponendosi con un po’ di prepotenza”, ha costretto Irene a parlarne e ad aprirsi. Non nasconde di avere ancora qualche diffi coltà nel relazionarsi agli altri, ma la limpidità con la quale si espone lo rende del tutto impercettibile. “Il ruolo della psicoterapia è fondamentale”, sostiene Irene, “perché uscire dall’anoressia, così come da patologie simili, signifi ca abbattere un sistema complesso di abitudini che, seppur sbagliate, hanno costituito il tuo modo di vivere fi no a quel momento; signifi ca ricostruire, passo dopo passo, la tua identità, e questo sarebbe impossibile senza la psicoterapia”. Lo studio della psicologia è quindi per Irene un punto fondamentale, in quanto costituisce ciò che in futuro le permetterà di aiutare le tante persone che, annualmente, combattono contro queste gravi patologie. L’Università Vanvitelli, si evince dalle parole di Irene, è un ottimo trampolino di lancio. “Rispetto ad altri Corsi di Laurea in Psicologia, che solitamente si approcciano alla materia in modo più teorico, il nostro Dipartimento adotta un assetto scientifi co-sperimentale”. Non manca, in questa occasione, di esprimere il suo cordoglio per la prematura dipartita della professoressa Anna Costanza Baldry, scomparsa il 9 marzo scorso, sostenendo che “è venuta a mancare una fi gura importantissima, dotata di rara umanità”. La grande passione per la scrittura l’ha portata a scrivere un diario, lo stesso che poi è diventato il già citato libro di esordio, ma, per quanto riguarda una possibile carriera in ambito editoriale, Irene è ben decisa: “al momento voglio solo laurearmi, l’editoria non è nei miei piani, ma in futuro chissà!”. Una personalità riconquistata, anche se lavoro da fare ce n’è ancora, stando a quanto riporta la stessa Irene. Ma la Irene che racconta è ancora quella che viene raccontata nel libro? “È sempre Irene, la stessa che ha vissuto tutto quello che c’è scritto in quelle pagine. Ed è stato molto diffi cile aprire il suo contenuto al mondo, ma questo mi ha resa più forte. Ecco, l’Irene è la stessa, ma è una Irene più forte”.
Nicola Di Nardo
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