L’esame di Letteratura Italiana

Che fine ha fatto Letteratura Italiana, ovvero quello che rimane uno degli esami-simbolo che accomunano tutti i Corsi di Laurea della Facoltà di Lettere? Tra una riforma e l’altra, tra triennali e specialistiche, e con l’adattamento dei programmi alla nuova burocrazia, anche il quel corpus più condiviso di cultura letteraria che non si nega a nessuno si è dovuto tagliuzzare, comprimere, adattare ai moduli per inserirsi nelle rigide tabelle degli ordinamenti didattici. Ovviamente questo è avvenuto in maniera piuttosto differente a seconda del peso che l’esame assume nell’ambito del singolo Corso di laurea, per cui capita di passare da quattro moduli di quattro crediti ciascuno dedicati alla Letteratura Italiana al primo anno, ad un solo modulo di quattro crediti per tutto l’anno (e senza alcun seguito negli anni successivi).
Lettere Moderne è probabilmente il Corso di Laurea che, nell’immaginario collettivo, meglio si adatta all’idea di abitazione ideale della Letteratura nostrana. Ma è così solo in parte. Uno dei docenti che tiene i corsi del primo anno, che sono uno per semestre, è Francesco Botti, l’altro corso parallelo – gli studenti sono divisi in due classi essendo piuttosto numerosi – è tenuto da Adriana Mauriello. Nonostante i due moduli annuali, i docenti evidenziano quello che sarà il leit-motiv ricorrente in tutti i discorsi dei loro colleghi: non c’è abbastanza tempo. Le ore previste per ogni modulo da quattro crediti sono 32, il che, dovendo saltellare nel primo modulo dalle origini della letteratura al ‘400, e nel secondo dal ‘500 al ‘700, taglia prima di tutto fuori ogni possibilità di seminari, approfondimenti monografici, incontri e conferenze extracurricolari: nonostante la materia rimanga piuttosto importante nel quadro del corso di laurea. “Anche l’orario delle lezioni (concentrate dalle 8 alle 15-17 per tre giorni a settimana) impedisce parti seminariali. E soprattutto date le poche ore ci si attiene per lo più ai moduli di base, al programma “istituzionale”, diviso tra due corsi con relativi esami, uno al primo e uno al secondo semestre del primo anno”, spiega il prof. Botti. “Sembra onesto dare un quadro generale, dato che una parte dei ragazzi vengono da istituti che non preparano abbastanza e possono trovarsi poi in difficoltà; va sempre fatta una mediazione tra quelli che necessitano di basi e quelli che rischiano di annoiarsi. Il corso cerca di dare un quadro della storia della letteratura, viene consigliata anche l’adozione di un manuale, ma soprattutto si cerca di guidare alla lettura e all’analisi dei classici”, continua Botti. Si cerca quindi di adoperare il tempo in aula per un contatto più diretto con il testo, “più difficile, ma può essere anche più stimolante per i ragazzi; anche se, purtroppo, tutto a tempo di marcia”. Ai ragazzi viene richiesta la conoscenza della letteratura relativamente ad argomenti isolati, estrapolati da tutta la storia letteraria del periodo, insieme a due classici prescelti. Per il corso del primo semestre si tratta quest’anno di 15 componimenti di Petrarca e 15 novelle di Boccaccio; al secondo semestre c’è il primo canto dell’Orlando Furioso, 10 capitoli del Principe di Machiavelli e 300 versi di Parini, scelta piuttosto originale quest’ultima “per cercare di dare un po’ di attenzione a quel Settecento molto spesso sorvolato”, spiega il professore, assicurando poi che i classici richiesti all’esame sono stati spiegati approfonditamente in aula, “ovviamente nei limiti – Petrarca verso per verso, per Boccaccio è impossibile la lettura in aula delle 15 novelle, ma sono state comunque analizzate”. Non ci sono prove intercorso, che Botti ritiene meno attendibili soprattutto al primo anno dove una prova scritta potrebbe avere un “rendimento riduttivo”. Nel complesso comunque il risultato è buono soprattutto per quei frequentanti -che pur se ridotti dall’inizio rimangono comunque piuttosto alti- che riescono a dare l’esame nei primi appelli dopo la fine del corso. Dopo iniziano le sovrapposizioni, e le cose si fanno più complicate.  
“La struttura dei
corsi è a maglie
strettissime”
Un’impostazione del tutto coerente caratterizza il corso parallelo della prof.ssa Adriana Mauriello, stessa suddivisione temporale e i testi di Boccaccio e Petrarca all’esame del primo semestre. “La struttura dei corsi purtroppo è a maglie strettissime, il che rende difficile inserire in questa trama anche incontri seminariali – commenta la Mauriello- a questo si aggiunge poi la carenza storica di aule”. Poiché vengono però assegnati dei testi come lettura autonoma agli studenti, anche se non vengono richiesti poi all’esame, e si cerca di proporne una spiegazione e di confrontare le difficoltà comuni, la Mauriello ipotizza la possibilità di attivare incontri supplementari riguardanti questi aspetti ritenuti più complicati. Anche in questo caso non vengono previste prove intercorso per il primo anno: la professoressa utilizza questo metodo di verifica al corso del secondo anno su Filologia metrica e retorica, ma non al primo, “perché credo che sarebbe più difficile rendere tramite uno scritto l’esposizione, i collegamenti vengono fuori più facilmente con un incontro orale”. Prova orale che sostengono generalmente nei primi appelli quasi tutti quelli che rimangono a frequentare (70-80 su circa 150 iniziali). E “nonostante Letteratura Italiana non sia uno di quei corsi in cui la mancanza di frequenza del corso rende drammatico sostenere l’esame, il rendimento è comunque diverso: il 90% dei frequentanti fa un bell’esame”, precisa la Mauriello. Molta importanza viene data comunque alla “lettura del testo – sia io sia il prof. Botti veniamo dalla scuola di Mazzacurati – che è importante per non procedere troppo per astratto sugli argomenti”. E la parafrasi dei classici è il punto di partenza anche all’esame.
La prof. Maria Muscariello e il prof. Ugo Maria Olivieri si dividono invece gli studenti del primo anno della triennale di Lingue. Le ore a disposizione sono ovviamente meno che a Lettere Moderne, esattamente la metà, per cui in un solo modulo si concentra la letteratura italiana dalle origini a Tasso. “Ovviamente si fanno delle scelte, non si può fare tutto”, spiega la prof Muscariello, “cerchiamo di tracciare un percorso che segua lo sviluppo della lirica e parallelamente quello della novella. Essendo il primo anno poi va dato ovviamente un quadro generale di storia della letteratura, ma chiedo ai ragazzi di leggere anche un breviario, una raccolta di saggi su alcuni testi classici, come un modo ulteriore per cercare di diffondere la conoscenza della letteratura tramite i testi. Per il corso del secondo anno invece, che deve coprire tutta la letteratura che va dal ‘700 al ‘900, abbiamo trovato una chiave di lettura incentrata sullo sviluppo del romanzo, dall’Ortis a Moravia: meno legata al manuale”.
Anche qui l’esame è orale, senza prove intercorso, per i frequentanti oltre la lettura del breviario è previsto lo studio di un testo classico: il Principe al primo anno e Il fu Mattia Pascal al secondo, opere a cui è delegato il difficile compito di rappresentare l’ampia parentesi letteraria delimitata dai corsi. Ma prima di affrontare i testi, al primo anno la professoressa ritiene opportuno dare qualche nozione di teoria e analisi del racconto, utili per seguire meglio prima di affrontare una novella di Boccaccio, pur se quest’infarinatura metodologica va a togliere altro tempo ai testi: ma si tratta appunto di fare delle scelte. “I frequentanti del corso sono di provenienza disparata, ma pochi vengono dal classico, per lo più da linguistico e scientifico, dove spesso la letteratura è fatta poco e male”, spiega la Muscariello. Il secondo anno già va meglio perché sono in meno a seguire (per ragioni non didattiche ma di habitus universitario e inizio di selezione, come ammette la stessa professoressa) – al primo infatti l’aula 4 centrale è praticamente piena, nonostante il calo dei frequentanti dopo l’inizio i ragazzi sono comunque sotto il centinaio. E va ancora meglio alla specialistica, il cui corso viene tenuto ad anni alterni da Muscariello e Olivieri, dove gli iscritti al corso sono una quindicina e si può mettere su quindi un corso monografico, dato che si presuppongono già delle basi generali: “l’anno scorso è stato sul Gattopardo, abbiamo analizzato a fondo il testo, visto il film, è stato un bel corso”, racconta la professoressa. In ogni caso, gli studenti della triennale che decidono di dare l’esame nei primi appelli dopo la fine del corso sono più della metà. Secondo la Muscariello “di anno in anno il corso va sempre meglio, i docenti sono più rodati con il tipo di insegnamento richiesto dal sistema della riforma, vanno fatte delle inevitabili selezioni dato il tempo ridotto, ma si cercano anche dei percorsi che stimolino”. Viene da pensare però chissà cosa succederà con la riforma della riforma, se solo ora i docenti si erano abituati – ma forse è meglio dire adattati – a quella vecchia: speriamo in meglio.
Se già così i docenti di Lettere e Lingue hanno difficoltà, a chi insegna letteratura italiana alla triennale di Beni Culturali è richiesto lo sforzo quasi eroico – a volerlo fare bene ovviamente – di concentrare l’intera storia della letteratura nostrana in trentadue ore in tutto, al primo anno senza seguito ai successivi. Ore preziose in cui si cerca più che altro di lavorare sui “segni di convergenze e divergenze nei vari –‘ismi’ letterari”, come spiega il prof. Francesco D’Episcopo. Un compito che richiede una capacità di sintesi notevole, la lezione è faticosa – e a fine lezione, momento in cui lo incontriamo, il professore, appare effettivamente stanco e sudato. C’è la speranza ovviamente che gli studenti possano portare avanti eventuali approfondimenti autonomi sul manuale adottato, anche perché in quel tempo già esiguo il prof. D’Episcopo ritagliare comunque lo spazio per un approfondimento monografico sulla letteratura napoletana, quest’anno dedicato ad Enzo Striano, autore di quel testo fondamentale per la nostra cultura cittadina che è Il resto di niente, e a Luigi Incoronato, scrittore e intellettuale napoletano di cui Pironti si appresta a ripubblicare i racconti. All’esame quindi oltre al manuale gli studenti dovranno portare un testo di D’Episcopo su Striano – “sono stato io il primo a scriverne seriamente”, rivendica il professore orgoglioso ma anche bonariamente rassegnato al ruolo spesso marginale dei cultori di letteratura a questo mondo – e il volume di racconti di Incoronato. Scelte che, considerando che rientrano sempre in un corso che nella parte iniziale deve essere per forza di cose generalista, dato il suo ruolo di accoglienza, sembrano già poco accademiche. Ma c’è un altro spazio per un’incursione nella letteratura al secondo anno, seppure non sotto il profilo storico, con il corso di Critica Letteraria e Letteratura Comparata, in cui lo stesso professore traccia un percorso ancora più particolare, incentrato su Letteratura Italiana ed emigrazione, con gli scrittori italiani d’America. Scelte che sembrano premiare e che forse possono permettersi di essere originali proprio perché nell’ambito di Beni Culturali quello di Letteratura italiana non è l’esame portante. Fatto sta che la frequenza al corso rimane piuttosto alta, anche se poi solo un 30% degli studenti riesce a dare gli esami ai primissimi appelli. 
Ritornando invece a tempi che a confronto con Beni Culturali sembrano quasi dilatati, nel primo anno di Lettere Classiche alla Letteratura Italiana sono dedicati ben due moduli a semestre; come a Lettere Moderne, dove dopo il primo anno ci sono poi due altri moduli sulla letteratura moderna e contemporanea, ma qui sono tutti concentrati al primo anno. La prof.ssa Renata D’Agostino si occupa dei primi due moduli, dalle origini al ‘700; gli altri due sono affidati al prof. Palumbo. “I ragazzi hanno un manuale, la cui lettura però è piuttosto libera, e parti di testi; in genere fornisco loro diversi materiali di supporto tramite dispense”, spiega la professoressa. Gli studenti non sono moltissimi ma neanche pochi, e sembrano poi piuttosto partecipi; “bisogna considerare che al pomeriggio c’è un calo fisiologico e che Letteratura italiana è il corso più penalizzato dal fatto che per i ragazzi è più familiare di altri, avendola studiata comunque un po’ tutti a scuola”. La maggior parte di loro comunque sembra che riesca anche a dare l’esame all’inizio; altri durante l’anno (altri ancora pare che si disperdano del tutto, sostiene la docente di non averli più visti…). Anche per la prof. D’Agostino il punto è cercare una “via di mezzo tra la monografia e i quadri generali, che possa essere riuscita o meno, ma evitando comunque di fare una sintesi del manuale: bisogna dare un minimo di esperienza monografica, un riscontro sui testi, niente di troppo astratto”. Un altro tema, quello del contatto con i testi, che – fortunatamente –sembra prioritario per tutti i docenti. Riguardo alle prove intercorso invece, risultano per lo più poco amate, seppure per motivi diversi: “gli altri anni ho adottato questo metodo, ma quest’anno preferirei evitarle, a meno che non lo richiedano esplicitamente i ragazzi”,spiega la D’Agostino. E la motivazione è quella ricorrente, alla base di molte delle scelte che prendono i docenti nel post-riforma: non c’è tempo.
Viola Sarnelli
- Advertisement -
spot_img

Articoli Correlati