Il sogno americano si infrange nei fast-food

Dalla California a Napoli per parlare di povertà. La povertà dei giovani immigrati e delle minoranze afroamericane d’oltreoceano che, con il minimo salariale frutto del loro impiego nei fast food, rincorrono l’American dream per approdare, il più delle volte, alla stessa condizione d’indigenza da cui provengono. O, peggio ancora, nel baratro della disoccupazione. A raccontare i risultati della sua ricerca nell’aula T3 della Facoltà di Sociologia lo scorso dicembre, la prof.ssa Carol Stack, antropologa americana e docente all’Università di Berkeley in California. Carol Stack, una gioventù trascorsa in una famiglia operaia che tuttavia non le ha impedito di realizzare, con dignità, il suo sogno americano. 
“Coming of age at minimun wage: youth, work and human dignity”, il titolo della conferenza presieduta dalla prof.ssa Stack, “un’esperta di emigrazione e povertà, temi perfettamente in linea con le ricerche della nostra Facoltà”, sostiene la Preside di Sociologia Enrica Amaturo. “Una studiosa al limite dell’antropologia sociale, autrice di numerosi volumi di tipo etnografico, che più volte hanno influenzato il dibattito politico americano”, precisa la prof.ssa Enrica Morlicchio, colei con cui la Stack ha avuto un intenso scambio epistolare prima della sua venuta in Italia. La docente americana, nel Belpaese grazie al programma di scambi culturali predisposto dal Consolato degli Stati Uniti, giunge a Napoli dopo altre due seminari tenuti negli Atenei di Reggio Calabria e Salerno. “Il viaggio della Stack – commenta Bennet Y. Lowenthal, responsabile stampa, cultura e relazioni esterne presso il Consolato degli Stati Uniti di Napoli – rappresenta la continuazione delle attività culturali che da anni presentiamo in Italia. La specificità del suo intervento sta nell’argomento trattato, quello della povertà, che è stato, è e sarà sempre una piaga per l’America. Problema condiviso da Napoli e l’intero Sud d’Italia e che, come gli Stati Uniti, vorrebbero migliorare”. 
Lo studio di Carol Stack è una storia di indigenza e dignità. Quella di dieci giovani afroamericani, latini ed asiatici (di cui solo due “bianchi”) tra i sedici e i ventiquattro anni che vivono di povertà ed assistenza pubblica. Un campione stratificato oggetto di indagine per due anni, da cui è nato un libro – “Coming of age at minimun wage” – che si contraddistingue per l’approccio olistico voluto dall’autrice. La Stack parla di adolescenti colti nella loro quotidianità a barcamenarsi tra scuola e lavoro. Giovani bisognosi di lavorare, “perché i loro guadagni sono, da un lato, fonte di sostentamento per le loro famiglie, dall’altro, servono a coprire i loro bisogni fondamentali: tasse scolastiche, cibo, trasporti, benzina, abiti”. I fast food sono tra i pochi posti dove riesce a trovare un impiego part-time legale. Ristoranti ribattezzati dalla Stack “Flip’s”, termine anglosassone che rimanda al gesto di girare gli hamburger. Teen-agers costretti ad abbandonare gli studi per guadagnare pochi spiccioli. Il minimo salariale, vale a dire anche meno di 100 dollari a settimana. Senza conteggio degli straordinari, senza contributi previdenziali, senza assistenza sanitaria.
“Abbiamo provato a guardare il mondo attraverso gli occhi di questi ragazzi”, dice l’antropologa. Che insieme al suo staff ha realizzato la sua ricerca sul campo, nei Flip’s di Oakland, lavorando fianco a fianco dei teen-agers. E delle loro famiglie, che spesso trovano occupazione negli stessi fast food. Malgrado le loro condizioni di lavoro e i guadagni irrisori, la povertà spinge gli adolescenti ad una feroce concorrenza per ottenere un impiego nei Flips: “il rapporto è di 14 ad 1 tra aspiranti e chi ottiene il lavoro”. I ragazzi devono misurarsi anche con il pregiudizio di chi ritiene gli afroamericani “cattivi” lavoratori, “perché secondo i manager dei fast food gli immigrati sono disposti a lavorare a salari più bassi”. Il tempo, la loro ossessione: “spesso hanno anche due o tre lavori part-time, il che li porta a dover conciliare i vari impegni, inclusa la scuola o il college”. Credono ciecamente nella retorica del successo da perseguire attraverso l’istruzione, ma, pressati da scuola e lavoro, alla fine sono proprio la scuola o il college ad essere sacrificati. 
Una profonda, radicata etica professionale è ciò che contraddistingue in maniera viva i giovani impiegati nei vari Flips. A dispetto di quanto sostengono i loro manager, secondo cui le loro uniche competenze professionali ineriscono all’essere puntuali o ben vestiti, “sono ragazzi che sanno lavorare in gruppo, sono flessibili, sanno prendere decisioni rapidamente, tessono relazioni interlinguistiche notevoli”. 
Certo è che difficilmente riusciranno ad entrare nel “core” dell’economia americana. Anche se il messaggio nella terra delle opportunità è “you can make it”, ce la puoi fare. Come Victor, uno dei giovani analizzati dall’équipe della Stack, ragazzo con un passato nelle gang di quartiere, che nel suo diario scrive: “diventerò presto un manager dei turni serali qui da Flip’s. Non sono più un poco di buono. Ora voglio comprare casa, due auto e un camion”. Ma dopo aver trovato anche un secondo lavoro, è costretto a lasciarlo per ottenere la promozione: “devo garantire la mia reperibilità ad ogni ora. Il manager mi ha offerto un aumento di 25 centesimi alla settimana per lasciare l’altra attività. Io ho accettato”. 
Chi, dunque, riesce ad avere successo? “Chi trova un mentore, un manager che prenda a cuore il ragazzo. Il che rappresenta l’eccezione”, chiosa la Stack. Oppure persone come Carol Stack, che ha trascorso la sua adolescenza svegliandosi alle tre del mattino per accompagnare il padre a fare le consegne del pane e che non ha voluto spegnere le sue speranze di un domani migliore. Questo, però, accadeva cinquant’anni fa. Oggi i tempi sono cambiati: “in questa economia globalizzata si è creato un gap tra l’etica del lavoro di questi giovani e le opportunità che si aprono loro”, le parole della prof.ssa Stack.
“Una conferenza davvero interessante – afferma Donatella Praitano, laureanda in Sociologia con una tesi, non a caso, sulla povertà -. La differenza con Napoli è che qui raramente un intero gruppo familiare riesce a trovare lavoro nello stesso posto. Inoltre, ritengo che da noi ci sia una maggiore propensione ad occuparsi in attività illegali per la difficoltà di impiego in settori come quello della ristorazione e dei fast food”.    
Paola Mantovano
- Advertisement -
spot_img

Articoli Correlati