L’inventore di due farmaci per HIV ed epatite C neo ordinario a Farmacia

“Quando si parla di farmaci bisogna sempre cercare il bandolo della matassa, capendo perché sono stati sviluppati, quando, quali erano le conoscenze fino ad allora e cosa si è scoperto a posteriori”. Gli anni di ricerca in aziende farmaceutiche, quasi 14 alla Merck e oltre 20 alla IRBM di Pomezia, riaffiorano chiaramente in un linguaggio che sovente collega scienza, pragmatismo e risultati. Dall’azienda all’Università è il viaggio che ha compiuto a inizio anno accademico Vincenzo Summa, 55 anni, uno dei nuovi arrivati al Dipartimento di Farmacia grazie ai fondi derivati dal riconoscimento di Eccellenza. È alla prima esperienza da docente universitario di prima fascia: “ho trovato un Dipartimento molto efficiente e proiettato verso gli studenti e le realtà industriali. Altro aspetto positivo è l’ampia collaborazione con i colleghi. C’è disponibilità a condividere progetti, visioni e strategie”. L’esordio in aula al primo semestre con l’insegnamento di Chimica farmaceutica e tossicologica II. Di fronte a sé gli studenti del quarto anno di Chimica e Tecnologia Farmaceutiche: “la classe è numerosa. Ho trovato studenti ‘smart’, capaci di connessioni con altri corsi, con un’ottima preparazione di base e un grande interesse”. Studenti invitati a guardare ciò che si studia “con ottica traslazionale. È un lavoro di comprensione di meccanismi e attività. Mi interessa molto che sappiano qual è il lavoro per identificare un farmaco”. Scritto e orale l’esame: “va assimilato e compreso bene. Più che nozioni a memoria, devono avere chiari i concetti di base”. Soprattutto da CTF e da Chimica le provenienze dei giovani aspiranti collaboratori con i quali si è confrontato e ha selezionato per il proprio team durante il lavoro in azienda. Il prototipo di laureato che ha avuto di fronte: “è molto gruppo-dipendente, in relazione al tipo di lavoro sperimentale svolto per la tesi, e Università-dipendente. All’Università, comunque, ci sono gruppi di eccellenza che preparano in maniera ottima studenti e dottorandi”. Il diktat per chi è interessato alla ricerca sperimentale: “in ambito industriale si prediligono gli studenti che hanno svolto una tesi sperimentale. La natura del lavoro implica il lavorare in laboratorio”. Due i farmaci nati dal suo team. Si chiamano Raltegravir, per la terapia dell’HIV, e Grazoprevir, che cura l’epatite C: “non pochi, se pensiamo che generalmente nella vita di un chimico medicinale non se ne scopre nemmeno uno. Li sento entrambi molto miei. Hanno richiesto uno sforzo importante di un team gigantesco, compatibile con le potenzialità di una multinazionale”. Cosa si prova a scoprire un nuovo farmaco? “Parlare con i pazienti e vedere che stanno bene mi ha dato coscienza di quanto sia importante il nostro lavoro. È sorprendente ed è la cosa più bella”. Eppure spesso, per il mondo farmaco, il passaggio dall’altare alla polvere è repentino. Di recente nell’occhio del ciclone sono finiti i medicinali a base di ranitidina, alcuni di uso comune, ritirati dal mercato perché contenenti sostanze cancerogene: “c’è molta disinformazione. L’ambito farmaceutico-salute vive di eccessi, nel bene e nel male. Abbiamo trovato tossicità accusando le industrie farmaceutiche di mistificare i dati. La realtà è che lo studio di un farmaco continua per tutta la sua vita. Da quando viene approvato, si continuano a scoprire cose veramente imprevedibili. Chi è nel campo sa che la sperimentazione di un farmaco in commercio non finirà mai. Non credo alla cattiva fede delle multinazionali. Piuttosto credo che siano le uniche che possano affrontare delle spese enormi”. Un mondo, quello delle multinazionali, che non ha abbandonato: “ho lasciato la mia posizione di Vicepresidente dell’IRBM perché non sono più operativo come potevo esserlo prima, ma continuo come consulente per aspetti specifici di ricerca. L’obiettivo adesso è costruire il mio team di lavoro alla Federico II con cui ho iniziato già l’attività sperimentale”. Come si accorcia la strada che separa oggi Università e azienda? “L’Università deve occuparsi della formazione degli studenti e l’azienda deve dire come formarli per trovare più facilmente lavoro e per indirizzarli verso un cammino industriale”. Il consiglio per presentarsi forti in azienda dopo la laurea: “scegliere cosa si vuole fare da grandi e il campo che più appassiona. Lavorando in Merck ho imparato che qualsiasi persona può dare il suo contributo e in funzione di quello avrà la sua strada. L’ho vissuto in prima persona e l’ho visto per altri colleghi. Il limite di una carriera è quello che noi fissiamo”.
Ciro Baldini
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