La professione dell’attuario: non solo calcoli ma “esperienza, idee, progettualità, managerialità”

Chi è l’attuario? Cosa fa? In quali settori opera? Nell’ambito della conversazione tematica “La professione dell’attuario tra innovazione e tradizione” organizzata dai professori Rosa Cocozza e Domenico Curcio, l’11 maggio presso il campus di Monte Sant’Angelo, a guidare gli studenti alla scoperta di questa professione, tra le prime tre più richieste al mondo, il dott. Giampaolo Crenca, Presidente del Consiglio Nazionale degli Attuari e docente di Tecnica delle Assicurazioni Danni. Ad aprire i giochi la prof.ssa Cocozza che ha invitato gli studenti a contattarla per ricevere materiale e informazioni su altri eventi relativi a questo tema: “Il Corso di Laurea Magistrale in Finanza consente l’abilitazione alla professione attuariale, ma per molti di voi questa figura rappresenta ancora un punto interrogativo. Si tratta di una professione che ha un grande potenziale e che offre molte opportunità e un buon ritorno economico. Vi invito sin da ora a valutare la possibilità di conseguire questa abilitazione”. E dunque… chi è l’attuario? A rispondere, il dott. Crenca con la citazione di Lorenzo dei Medici ‘Chi vuol essere lieto sia, di doman non c’è certezza’: “Studiando da ragazzo, in un libro che presentava la materia con un discorso molto filosofico, lessi che tutto è attuariale. E pensai… ma allora devo studiare tutto? Del doman non c’è certezza… noi siamo proprio quelli che valutano l’incertezza quantificabile. La scienza attuariale è scienza, non magia. È qualcosa che si applica e che può operare quando ci sono le premesse per fare una quantificazione”. All’attuario, il compito di determinare l’andamento futuro di variabili demografiche ed economico-finanziarie e, impiegando strumenti analitici, valutare fenomeni economici quantitativi caratterizzati dall’incertezza. Guai a dire che l’attuario fa solo calcoli: “Non siamo solo numeri, ma esperienza, idee, progettualità, managerialità, governance. L’approccio attuariale non è solo calcolo, ma un modo unico di percepire i rischi e affrontare l’incertezza con strumenti idonei di natura quantitativa. La parola chiave è valutazione. Partendo da una cosa incerta, aleatoria, l’attuario deve stabilire se si può quantificare e dire quanto vale. Questa è una matematica complicata, ma applicata”. Al primo posto nel processo di valutazione c’è la qualità dei dati e subito dopo non i modelli ma le ipotesi: “Se sbagliate quelle avete toppato”. L’Ordine degli Attuari nasce nel 1942 e, da allora, di storia ne ha fatta nel campo delle assicurazioni sulla vita e previdenza e assicurazione danni per accedere, in tempi più recenti, alla finanza, al risk management, all’ERM (enterprise risk management) e ai fondi sanitari. Ma altri spazi si apriranno in futuro. Ad oggi, il 45% degli attuari opera nel settore delle assicurazioni, il 16% nella previdenza e fondi sanitari, il 13% nella libera professione, il 5% nel mondo finanziario e ancora il 5% nelle autorità di vigilanza. “Molte professioni tendono ad invecchiare – prosegue il dott. Crenca – ma non questa. Il futuro è nelle imprese non finanziarie, nell’ERM ad esempio, nei fondi sanitari, ma ci sono molti spazi incontaminati in cui l’attuario può fare tante cose. Oggi siamo nel data quality, big data, data science. Ci occupiamo tantissimo, ad esempio, di black boxs. Siamo dentro l’audit”. E ancora, nel futuro si guarda ai rischi climatici, energetici, ambientali per i quali “l’attuario potrebbe cercare dei modelli che servano a valutare questi rischi non per una compagnia di assicurazione, un’azienda o un cittadino, ma per rispondere alle esigenze di governi e paesi”. Gli attuari sono molto presenti negli Stati Uniti, in Canada, Australia, Inghilterra, Irlanda, Olanda. Si stanno affermando in Giappone, Cina, India, Malesia, mentre scarseggiano ancora nell’Europa dell’Est. In Italia sono 1.029 e si va verso i 1.050: “Questa scienza è nata nei paesi anglosassoni, mentre l’Europa del centro-sud è ancora un po’ in ritardo. Ma oggi il focus su questa professione è cresciuto a dismisura. L’unico problema è che, essendo molto sviluppati in assicurazioni e previdenza, dobbiamo ancora guardare a Roma o a Milano. Per questo è importante per noi allargarci verso nuovi settori”. Qual è la carta d’identità di un buon attuario? “Passione per la matematica, se non avete una testa matematica vi sconsiglio questo percorso. È un campo in cui potrete applicare tutto ciò che studiate”. Per accedere all’Ordine bisogna superare un Esame di Stato che consiste in “due prove scritte, una prova pratica e una orale. Non abbiamo un tirocinio, ma molti studenti cominciano a lavorare già prima della fine degli studi. Fare esperienza è utile per superare la prova pratica. Ogni anno sono richiesti degli aggiornamenti, la formazione attuariale è continua. Non iscrivetevi all’albo pro-forma, ma pro-sostanza. Dobbiamo essere una famiglia unita – ogni informazione è reperibile sul sito web (www.ordineattuari.it)”. Poi un ultimo suggerimento agli studenti: “Dovete fare un salto di qualità, entrare nella governance, capire le aziende, entrare nel disegno delle imprese, delle attività commerciali, della pubblica amministrazione. Il punto non è avere un modello in più o conoscere un algoritmo in più: si tratta di un passaggio culturale”.
Carol Simeoli
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