Ricercatori: i nostri Atenei li formano, l’estero ce li scippa

Sono giovani, in gamba e vogliono fare gli scienziati. Crescono e si preparano nei nostri Atenei e poi se ne vanno, in Università, industrie e centri di ricerca stranieri, perché in Italia fare ricerca, o anche semplicemente vivere del mestiere che si è appreso con tanta fatica e passione, diventa sempre più difficile. “I nostri ragazzi sono bravissimi, la nostra Scuola è una garanzia di qualità, ma non c’è modo di trovare ai giovani alcuna possibilità di inserimento. Ce li scippano appena laureati o dottorati e noi non possiamo fare niente”, dice il prof. Vittorio Vaccaro, docente di Campi Elettromagnetici alla Facoltà di Ingegneria, mentre parla dei suoi ex allievi, studenti che ha seguito in prima persona, o con i quali si è trovato a lavorare nel corso del tempo. Un gruppo di ricercatori  promettenti che altrove avrebbe messo radici, trasformandosi in una Scuola e che invece ora è disperso. La maggior parte al CERN di Ginevra, gli altri in giro per il mondo. Tra i progetti più importanti cui il gruppo ha collaborato c’è LINAC, un acceleratore lineare di particelle ad uso sanitario per la cura di tumori profondi che colpiscono aree sensibili come occhi, pancreas, prostata, base del cranio e tessuto epiteliale. Si sottopone la parte del corpo malata al bombardamento di particelle che frantumano il tumore, purché questo sia solido. La tecnica è stata messa a punto tra gli anni ’40 e ’50, ma solo ora si cominciano ad avere delle statistiche attendibili sui risultati. La tecnica prevede di adoperare ioni – atomi modificati – di idrogeno e carbonio che penetrano nel corpo in maniera dolce e sprigionano tutta la loro energia ad una profondità determinata, senza toccare gli organi retrostanti. Per proseguire negli studi occorrono strutture adeguate che richiedono investimenti cospicui, dell’ordine di centinaia di migliaia di euro. Il primo centro italiano di questo tipo è in via di realizzazione a Pavia, grazie al contributo dell’INFN –Istituto Nazionale di Fisica Nucleare– ma il confronto con altre nazioni industrializzate appare desolante. E i nostri scienziati emigrano. Ecco le storie di alcuni di loro che appartengono a generazioni diverse e sono la prova vivente di come stiano andando le cose nel nostro Paese. 
“Non è un lavoro
che si fa per soldi”
Michele Martino, originario di Potenza, ha 33 anni ed è un ingegnere elettronico con la passione per l’Aikido. Da circa un anno è al CERN dove sta svolgendo il Dottorato. La passione per l’elettronica e la robotica ha guidato la sua scelta universitaria, ma la ricerca, in un primo momento, è stata un ripiego. “Ho ricevuto una formazione ottima e di alto livello, ma il mondo del lavoro è stato un disastro. Ho iniziato a lavorare all’ELASIS, un centro del gruppo FIAT, ma in Italia non c’è mercato per gli ingegneri. Io sono un laureato del vecchio ordinamento, ma gli unici ad essere confermati erano i nuovi laureati triennali. Dopo un po’ ho avuto l’opportunità di testare una parte dell’elettronica per l’acceleratore di Ginevra all’INFN di Frascati, lavorando anche con il prof. Vaccaro. Sono arrivato al Cern per delle misure e sono rimasto a fare, finalmente, l’ingegnere elettronico. L’esigenza del Dottorato è venuta da sola”. Il contesto intorno è bello, l’ambiente è internazionale, ci sono investimenti e si è assistiti. In casi simili, è molto difficile avere voglia di tornare a casa: “non so se continuerò con la ricerca o se proverò a lavorare nell’industria, ma non tornerò in Italia”.
Giovanni De Michele è un ingegnere del ramo Telecomunicazioni, ha 28 anni, è di San Sebastiano al Vesuvio. Fino a giugno del 2010 resterà a Ginevra grazie ad una borsa di studio. “Ho fatto la tesi sugli acceleratori per protoni, con il prof. Vaccaro. L’Università non è molto pratica ed io invece avevo voglia di occuparmi di un lavoro sperimentale. Ho cominciato nel 2006, l’anno dopo sono arrivato al CERN per fare delle misure, mi è stato proposto di restare ed ho accettato”. Fin da piccolo la figura dell’ingegnere l’ha sempre affascinato, ma ammette di aver scelto l’indirizzo perché “era di moda”. “Pensavo che sarebbe stato più semplice trovare lavoro dopo la laurea e poi le materie mi interessavano”. Oggi si occupa “campi elettromagnetici, disegniamo delle cavità acceleratrici, e le Università consorziate con noi realizzano i prototipi che ci permettono di verificare le nostre teorie”. Fino a qualche tempo fa non era ancora del tutto convinto dell’idea di diventare ricercatore, ma ha sempre desiderato andare all’estero, e ora si sta facendo sempre più strada in lui l’esigenza del Dottorato. “Dopo la laurea ho cercato lavoro, ma mi venivano offerte solo ruoli da programmatore. Mi piacerebbe vedere terminato il progetto al quale collaboro, per il resto non so. Però è difficile pensare di tornare in Italia. Qui si lavora molto, non sai mai quando andrai via dall’ufficio, ma lo stress è solo lavorativo, tutto funziona, tutto è tranquillo e bene organizzato”. 
Quella di Caterina Biscari (con Luigi Palumbo, oggi docente di Fisica all’Università di Roma, nel gruppo sono quelli che il prof. Vaccaro definisce “i gioielli della Corona”) ha, invece, una storia diversa. 53 anni, nata in Spagna, si è laureata in Astrofisica a Madrid e poi ha lasciato il suo Paese, dove allora era difficile occuparsi di ricerca. “Ho incontrato il prof. Vaccaro a Genova e si è subito offerto di seguirmi durante la tesi che mi è servita affinchè il mio titolo venisse riconosciuto in Italia. Dopo essere stata a Napoli, ho lavorato al CERN, poi a Parigi e dall’85 sono a Frascati”. Lavora alla progettazione di acceleratori per uso medico e al DAFNE, l’acceleratore lineare del Centro, con l’incarico di dirigente tecnologo. “Prima di stabilirmi in Italia ho lavorato come insegnante, ma dopo un anno ho capito che non era quello che volevo fare. Per vedermi attribuita la borsa di studio ho dovuto cambiare settore”. Biscari collabora alla realizzazione del Centro di Pavia. “Credo di essere stata fortunata, perchè ho avuto una carriera abbastanza soddisfacente, ma per i giovani oggi è tutto diverso. Questo non è un lavoro che si fa per i soldi, ma alla loro età io potevo già contare sul posto fisso. Per me era una fortuna poter venire in un Paese come l’Italia. Oggi senza investimenti, però, questi ragazzi sono costretti ad andarsene”.
Anche Eliana Gianfelice appartiene ad un’epoca in cui sognare la ricerca era più facile. Cinquantadue anni appena compiuti, oggi lavora al Fermilab di Batavia nell’Illinois, dopo aver trascorso 16 anni in Germania. Racconta: “dopo aver conseguito la maturità classica scelsi di iscrivermi a Fisica per curiosità, perché mi sembrava vergognoso non sapere nemmeno come funzionasse una lampadina nell’epoca della relatività. E poi volevo lavorare e quello mi sembrava un buon titolo di studio”. Il futuro le ha dato ragione. Al termine degli studi, inizia a lavorare al CERN dove incontra il prof. Vaccaro e si specializza sugli acceleratori e le particelle. Torna in Italia per partecipare al concorso dell’INFN, dopo qualche tempo a Frascati va ad Amburgo per lavorare ad uno degli acceleratori più importanti dell’epoca. “La mia è stata una carriera atipica, in genere chi se ne va dall’Italia lo fa perché non trova lavoro, o non si trova bene. Io invece stavo benissimo sia a Napoli che a Roma. Mi sono trasferita per seguire mio marito che è tedesco. Anche lui è uno scienziato, ingegnere elettrotecnico, siamo negli Stati Uniti perché gli è stata fatta una buona offerta. Qui è abbastanza comune che i coniugi, purché utili entrambi, lavorino nello stesso laboratorio. È una cosa ben vista”. Oggi si occupa di Ottica e scrive i programmi per l’acceleratore. Le piacerebbe tornare alla fisica teorica, o collaborare alla realizzazione di una macchina, ed è molto soddisfatta del lavoro svolto presso gli acceleratori delle alte energie, ma dice che anche dove si trova non mancano i problemi. “La crisi economica in corso è allarmante e la ricerca, anche se è la base del progresso, non ne è esclusa. Non è più così semplice vedersi approvare un progetto e credo che in futuro sopravviveranno solo i grandi acceleratori frutto di collaborazioni internazionali”. 
Simona Pasquale 
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