Sfrondare, ricomporre le discipline madri, tornare ai corsi annuali: l’opinione del prof. Mariniello

In una intervista ad Ateneapoli (n.6 del 16.04.10) sulla questione di una presunta insormontabilità di alcuni esami in discipline tecnico-scientifiche (Teoria delle Strutture, Scienza delle Costruzioni, …) assai avvertita dagli studenti di Architettura della Federico II, il professore Zuccaro (indicato – ma io credo immeritatamente – tra i docenti che bocciano di più), sollecitato dall’intervistatore ad individuare le ragioni di tanta difficoltà, fa un paio di considerazioni che mi inducono ad intervenire nel merito. Pur condividendo una buona parte delle sue riflessioni, mi sento obbligato a ciò essendo io il rappresentante in Facoltà di quei settori che comprendono le discipline “progettuali” identificanti la formazione specifica in Architettura, e che Zuccaro vede come programmaticamente intenzionati a sminuire il valore e il peso didattico delle discipline che lui insegna.
In verità, l’amico e collega Giulio Zuccaro azzarda una terza affermazione (“… c’è una fronda in Facoltà da parte dei progettisti”) che vorrei smentire subito, prima ancora di occuparmi delle altre, più fondate e di più serio interesse. Non c’è alcuna “fronda”, a meno di non scambiare per una inconcludente schermaglia tra docenti all’interno dei CdL una non più eludibile azione dei settori principalmente responsabili della formazione dei nostri architetti (come lo sono i settori del Progetto, ma anche Scienza e Storia) che tenta finalmente di individuare e valutare alcune criticità, per eliminare storture e disfunzioni nei CdL “riformati”. Criticità che hanno tuttavia origini anche più lontane e complesse, almeno dall’avvento dell’università di massa in poi, ma che una pessima pratica della riforma cosiddetta dei “crediti” ha ingigantito piuttosto che risolvere. 
Meritano invece una riflessione più articolata le altre due questioni poste nell’intervista. La prima: le materie “incriminate” – si dice – hanno una difficoltà intrinseca. E’ vero: tutti sanno che gli studi in Architettura sono da sempre tra i più lunghi e difficili, dovendo attraversare e comprendere un sistema complesso e molto articolato di saperi (scientifici ed umanistici) veramente “unico” nel panorama degli studi universitari contemporanei. Ogni eccesso di semplificazione o di riduzione è perciò rischioso e ne riduce irrimediabilmente la ricchezza e la tradizionale qualità culturale generale. Ma oggi, per gli studenti di questa università e provenienti da questa scuola, quella storica difficoltà (che peraltro non riguarda solo le materie in questione: per diversi aspetti, anche “comporre” architetture o operare sintesi storiche, o coerenti espressioni linguistiche, oggi è “difficile” per non pochi studenti) trova a mio avviso le sue ragioni – qualcuna anche a Zuccaro evidente – in:
La sempre meno solida formazione di base di studenti provenienti da una scuola secondaria quasi devastata;
La pratica inutilità dei test di ammissione a misurare la capacità di affrontare le difficoltà di Architettura, e in particolare lo studio delle discipline scientifiche;
Organizzazione e tecniche didattiche, modalità di trasmissione dei contenuti e soggettivi atteggiamenti dei docenti, non sempre efficaci e adeguati agli “stili di apprendimento” di questi studenti;
La frantumazione (la relativa riduzione è solo l’effetto di questa) dei contenuti e dei tempi didattici, conseguente alla improvvida moltiplicazione di corsi, corsetti e insegnamenti pleonastici e non essenziali che sottraggono agli studenti tempo ed energie indispensabili per un apprendimento non superficiale nelle discipline di base e caratterizzanti. Questa condizione – lo vedono anche gli studenti – lungi dal favorirli, penalizza anche lo studio e la pratica della Composizione/Progettazione Architettonica, i cui contenuti e competenze teoriche e applicative non si acquisiscono se non si dispone di tempi adeguati di comprensione ed elaborazione. 
Mentre è ormai impresa quasi disperata intervenire sulla prima di queste ragioni, non è ancora troppo tardi per invertire la rotta deleteria segnata dalle altre tre elencate. Su queste ultime – malgrado i tentativi di resistenza di non pochi tra noi – è indubbio che vi sia stata almeno una generale corresponsabilità dei docenti delle ostiche materie scientifiche. Anche quei docenti – prima e durante l’applicazione della riforma – hanno favorito, se non preteso, lo smembramento delle proprie fondamentali materie “madri” (che una volta erano solo tre, annuali, una per anno in successione: Statica, Scienza delle Costruzioni, Tecnica delle Costruzioni) in più numerosi e “ridotti” segmenti se(tri)mestralizzati (Statica, Teoria delle strutture, Scienza spaccata in due se(tri)mestri, Tecnica dispersa tra Laboratori, corsi integrati e moduli integrativi), alimentando la più sfrenata fantasia combinatoria, letteralmente de-strutturando l’unità organica di questi importantissimi corpi disciplinari. Se a tutto questo aggiungiamo l’introduzione di materie – pure importanti – come Fisica, Fisica tecnica, Tecnica del controllo ambientale, Informatica, … contestualmente all’enfasi delle Tecnologie (non della costruzione ma di una generica “sostenibilità”: forse Giulio se la dovrebbe prendere con queste!), il tutto da ficcare nello stesso magro contenitore che è la durata dell’anno accademico nostrano (otto mesi effettivi), con poca attenzione alla definizione vera dei contenuti minimi, alla omogeneizzazione dei programmi delle materie tecniche e alla connessione e integrazione di tanti polverizzati contenuti, si capisce anche il disorientamento e la frustrazione (e l’esaurimento) di tanti studenti pure volenterosi e fin troppo docili. 
Non è il caso di elencare casi limite di disfunzioni, disagi o di autentici soprusi ai danni di questi: lo fanno già, ogni tanto, piuttosto esasperati, più dalle pagine di Ateneapoli che negli organismi di Facoltà, nei quali ormai non si vedono più.  
Era anche tutto questo che faceva dichiarare a Mussi sulla stampa – con la laica irriverenza di chi non è del giro – che l’università italiana era diventata “un discreto bordello”. Questo andazzo, che solo adesso, sotto la scure dei tagli gelminiani, tentiamo di correggere, aveva preso la mano un po’ a tutti, ma forse meno proprio ai “progettisti” che, lungo questo trend, troppo timidamente reagivano e hanno remissivamente assistito alla erosione – a vantaggio di altre materie – di ore e crediti alla Composizione/Progettazione Architettonica, anch’essa ristretta per lo più in se(tri)mestri, e per di più in laboratori cosiddetti integrati, dove il tempo didattico è conteso con altri e non basta nessuno.
Perciò, nessuno può pretendere la botte piena e la moglie ubriaca. Se si è arrivati – in questi anni – ad approvare “manifesti” degli studi con 11 o 12 corsi/insegnamenti da seguire in un solo anno accademico – mattina e pomeriggio – vuol dire che si è sottratto tempo non solo ai docenti di materie “portanti”, ma allo studio individuale degli allievi (che, come tutti i mortali, sempre 24 ore al giorno hanno per vivere e studiare). Altro che “fronda” dei progettisti: è invece ora di “sfrondare” un albero che se non potato rischia di rinsecchirsi definitivamente.
Veniamo ora alla seconda affermazione di Zuccaro che dà il titolo all’intervista: “lo spazio riservato alle discipline tecniche è troppo ridotto”. Non è vero, a meno di non pensare che la propria disciplina potesse uscire immune dal dissennato trend che abbiamo appena descritto. Tuttavia, e senza annoiarci troppo con dati statistici, cifre e percentuali da bilancino, se conveniamo di aggregare le materie oggi presenti ad Architettura in quattro grandi blocchi dai contenuti fortemente relazionabili, e per ciascuno ne sommiamo le ore totali di didattica in tutti i corsi attivati, troviamo:
A – Progettuali (Composiz./progettaz., Design, Paesaggio, Interno arch., Disegno): ore 7700
B – Scientif./Tecniche (Matematica, Scienza, Tecnica delle C., Tecnologia, Fisica Tecn.): ore 6410
C – Storiche/ Conservative (Storia, Restauro): ore 2780
D – Pianificaz., Urbanistica, Materie giuridiche, Estimo: ore 3500
(dati abbastanza approssimati desunti dai manifesti dei CdL del 2009-10).
Dal che si vede che le ore (lo “spazio” didattico) complessivamente attribuito al blocco scientifico tecnico non è affatto esiguo (segue solo alle ore per le discipline del progetto architettonico). Altra questione è l’articolazione quantitativa e organizzativa dentro questi blocchi disciplinari: ma questa non dipende affatto da un presunto atteggiamento perturbatore (la “fronda”) dei “progettisti”. La verità, e lo sa bene anche il prof. Zuccaro, è che questi blocchi disciplinari specifici della formazione in Architettura sono stati ciascuno frantumati e dissipati in troppi rivoli didattici, assegnando a questi tempi di trasmissione didattica e lasciando agli studenti tempi di apprendimento insufficienti. Oltre al dramma delle bocciature reiterate, il rischio è una complessiva dequalificazione dei nostri laureati. La mia personale opinione è che per le discipline di base e per le caratterizzanti più “dure” come Scienza e Tecnica occorre tornare ai corsi di durata annuale, mediante sfrondamenti e ri-composizione delle discipline madri. Come coordinatore del mio settore mi impegno per questo e sono disponibile a confronti di merito con colleghi e studenti.
Prof. Arch. Antonio Franco
Mariniello
Rappresentante dei ssd icar 14-15-16 nella Facoltà di Architettura- Napoli Federico II
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