Stefania Gigli Quilici è “Professore Emerito”

Un prestigioso riconoscimento per una docente di lungo corso al Dipartimento di Lettere e Beni Culturali: la nomina ad “Emerito” della prof.ssa Stefania  Gigli Quilici, una vita dedicata allo studio della topografia antica che l’ha vista impegnata in siti di importantissimo valore storico-culturale, nell’individuazione di antiche città di cui era sconosciuta l’ubicazione e nell’insegnamento della disciplina alla Vanvitelli dove ha rivestito il ruolo di Preside della Facoltà di Lettere (dal 2000 al 2008) e diretto il Dipartimento di Studio delle Componenti Culturali del Territorio (dal 1997 al 2000). “Ho svolto molte attività di Ateneo e di ricerca; sono andata in pensione due anni fa e adesso posso dire di essere molto sorpresa e onorata di aver ricevuto questa nomina, specialmente perché mi permetterà di proseguire le mie ricerche sotto la bandiera dell’Ateneo. Si tratta di ricerche in corso di svolgimento da lungo tempo e che adesso potrò continuare a condurre nello stesso modo; in particolare sto parlando della Carta Archeologica della Campania, ovvero un’iniziativa che ha già condotto alla pubblicazione di dieci volumi e alla quale hanno collaborato laureati e docenti della Vanvitelli, nonché studenti impegnati nelle tesi di laurea e nei vari dottorati con assegni di ricerca”, dice la professoressa. Come archeologa la docente si è occupata dello studio delle città e del territorio, rendendosi protagonista di rinvenimenti importanti e analisi dettagliate, come il lavoro per la redazione della Carta Archeologica della Valle del Sinni, che comprende otto volumi in cui è racchiusa la storia della vallata, opera corale in collaborazione con ricercatori e docenti della Vanvitelli. “A livello personale le migliori ricerche sono senza dubbio quelle che mi hanno condotto all’individuazione di città precedentemente ignote; ad esempio quella di ‘Crustumerium’, una città legata al ‘Ratto delle Sabine’, secondo le notizie del tempo. Con mio marito siamo stati gli autori di questa scoperta, che a suo tempo ha conosciuto una grande eco”, ha detto la docente. Instancabile, oggi ha la “concessione di scavo in una città stupenda, Norba, nel Lazio meridionale, nel quale gli scavi si sono susseguiti per oltre quindici anni (ad opera della Vanvitelli) e hanno portato alla costituzione di un parco archeologico. La città, che ricopre un’area di quarantaquattro ettari, è sostanzialmente la Pompei repubblicana del Lazio, che venne distrutta nel corso delle guerre civili tra Mario e Silla e mai più ricostruita. Rimasta quindi abbandonata, la città ha avuto la grande fortuna di non essere stata ricostruita in tempi moderni e quindi di rimanere intatta, con le sue eccezionali mura ad opera poligonale. Gli scavi hanno portato in luce il sistema urbanistico, le strade, le case private e i luoghi pubblici, facendo nascere un parco archeologico da una plaga desolata”. Una carriera ricca di dettagli e soddisfazioni dunque, che sfata il fastidioso luogo comune relativo alla professione dell’archeologo come destinata al fallimento a causa della carenza di siti da rinvenire o di scoperte da fare: “io sono un’archeologa conservatrice sotto questo punto di vista, legata alla preservazione del patrimonio storico-culturale e alla necessità di tramandarlo. La conservazione è legata strettamente alla conoscenza, cioè non si può conservare ciò che non si conosce o di cui non si sospetta l’esistenza. L’obiettivo del mio campo, quindi della topografia, è proprio quello di portare alla luce quello di cui non si è a conoscenza e di cui non si ha notizia, dunque scoprirlo; è eccezionale come compiendo delle attività di ricognizione topografica capiti di rinvenire reperti che secondo le fonti in nostro possesso non avrebbero dovuto trovarsi lì, e invece ci sono. Per questo non si può dire che non c’è più niente da scoprire. Nessuno può dirlo”. Un consiglio a coloro che si accingono a muovere i primi passi verso la professione: “concentrarsi sulla conoscenza del territorio, perché è qui che si trova tutto ciò che è ancora possibile recuperare, preservare e tramandare alle generazioni future”. 
Nicola Di Nardo
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