Ultima lezione di Letteratura, il prof. Stefano Manferlotti, “nato in via Porta di Massa”, va in pensione

Dopo 46 anni di onorata carriera, va in pensione il prof. Stefano Manferlotti, docente di Letteratura Inglese. Colonna portante del Dipartimento di Studi Umanistici, ha formato due generazioni di studiosi e amanti delle discipline linguistico-letterarie con un metodo inferito dallo studio della critica militante, un interesse vivo per la letteratura in lingua inglese e la comparatistica. “Detto così – scherza lui – sembra quasi il mio ‘funerale in vita’, ma secondo me porta bene. Lo dico con ironia, nella vita non bisogna mai prendersi troppo sul serio. E nel nostro mestiere siamo come gli attori, destinati a morire sulla scena”. Anche se il docente è dal 1° novembre ufficialmente in quiescenza, “continuerò a fare ricerca, scrivere saggi, partecipare a convegni. Come mi ha scritto il mio amico e Rettore Emerito Guido Trombetti, ‘l’intelligenza non va in pensione’”. Chiusa la parte istituzionale, “ciò che mi mancherà di più dell’Università è sicuramente la didattica, l’interlocuzione quotidiana con gli studenti. Sono stati tutti parte di me, più e meno bravi. Molti sono diventati studiosi delle mie discipline, insegnano quasi tutti in Università straniere. Conserverò con affetto anche il ricordo della stima dei miei colleghi: la Federico II è stata per me una grande famiglia”. Di seguito, un colloquio a tu per tu con il docente che non risparmia qui e là una nota sentimentale, tra i ricordi vividi del passato, in quella che sembra quasi un’ultima lezione di letteratura.
Cosa ha cercato di trasmettere agli studenti in tutti questi anni?
“Innanzitutto, le competenze necessarie per una formazione adeguata nella mia disciplina, ma con l’intento di indirizzarli verso lo sviluppo di una coscienza critica con il tramite di una metodologia di studio rigorosa. Il docente è anche un educatore, deve dare un esempio di vita e di metodo, poiché soltanto attraverso la serietà si conquista l’autorevolezza. So che sono stato tra i docenti più severi, ma ho sempre cercato di trasmettere entusiasmo, l’amore che avevo dentro di me per le letterature”.
Un aneddoto che riguarda proprio i suoi ragazzi?
“In 46 anni non ho mai fatto un’assenza ingiustificata. Una mattina ero in ritardo, intrappolato nel traffico, e non potevo avvisare nessuno, perché all’epoca non c’erano i cellulari. Venni a sapere dopo che nel frattempo i miei studenti si erano recati in Presidenza a denunciare l’accaduto, pensando: ‘se Manferlotti non è a lezione, deve essere successo qualcosa’”.
A chi lascerà in eredità la sua cattedra?
“Il concorso è in atto. Ci sono sicuramente un paio di studiose che promettono molto bene e avranno occasione di farsi onore”.
Quando ha capito di voler insegnare Letteratura Inglese?
“Non immaginavo all’inizio dei miei studi una carriera di docente proprio della Letteratura Inglese. Ero un appassionato di latino e greco. Pensai, tuttavia, che lo strumento dell’inglese mi avrebbe consentito di inserirmi più facilmente nei contesti d’insegnamento scolastici. Ho iniziato a lavorare all’Università quando avevo solo 24 anni: oggi sarebbe impensabile. Nei bagni della sede di Studi Umanistici c’è scritto: ‘Manferlotti, nato in via Porta di Massa’. Probabilmente, hanno ragione”.
Quali sono stati i suoi principali filoni di ricerca?
“Ho sempre cercato di annusare i fermenti culturali estremamente vivi, casi di autori pionieristici, occupandomi dapprima di letteratura distopica nel Novecento con autori come George Orwell, Aldous Huxley, Anthony Burgess. In seguito, è sopraggiunta in me la curiosità per i romanzi interetnici in Gran Bretagna. Sono stato tra i primi in Italia a occuparsi delle opere di Salman Rushdie e Kazuo Ishiguro. Dopo un po’ di tempo ho pensato di dover ritornare ai classici, all’opera-mondo di Joyce, per poi entrare nella complessa e labirintica analisi dei testi drammaturgici ‘dipinti’ da Shakespeare. Ne parlo anche nel mio ultimo libro, ‘Rosso elisabettiano. Saggi su Shakespeare’(Ed. Liguori)”.
Più di una volta si è dedicato ai capolavori shakespeariani. Come mai?
“Shakespeare per gli Inglesi è un po’ come Dante per noi. C’è sempre tanto su cui interrogarsi. Molteplici significati, sfumature di pensiero, contraddizioni che necessitano degli strumenti raffinati della critica per essere individuati e interpretati con rigore. Per indagare nella cavità di un testo ci vuole anche molta esperienza, di vita vissuta, intendo. Uno studente alle prime armi, a meno che non si chiami Benedetto Croce, non può cavarsela facilmente col Bardo”.
Il suo impegno nella critica letteraria: come si riconoscono i grandi scrittori?
“Sono quelli che uniscono la profondità concettuale all’eleganza dello stile e all’accuratezza del metodo. Sono delle individualità riconoscibili: se l’autore scrive in una forma amorfa, è uguale a tutti gli altri. C’è differenza tra il best-seller del momento e la penna d’oro di alcuni autori. Pensiamo a Dante: dei suoi innumerevoli versi, non ne ha sbagliato neppure uno. La scrittura di chi fa critica deve, invece, scansare il tepore dell’Accademia, altrimenti diviene autoreferenziale. In questo, ho avuto dei grandissimi modelli, primo tra tutti George Steiner”.
La traduzione, invece, cosa rappresenta?
“Per me è sempre una nuova avventura: è come entrare nell’officina dei pensieri di un autore originale, unico e irripetibile, nell’obiettivo sperato di mantenere l’equivalenza complessiva tra due lingue d’espressione differenti”.
Per 12 anni ha insegnato anche Letteratura Comparata. È questa un’altra passione?
“Credo in realtà che ogni letteratura sia intrinsecamente comparata e interdisciplinare, perché tutte le letterature dialogano nei secoli e nei luoghi. Petrarca, ad esempio, era notissimo ‘all’estero’ già ai suoi tempi. I libri devono aprire gli orizzonti: se la letteratura non è sinonimo di libertà, diventa una cosa asfittica”.
Cosa ha amato di più del suo lavoro?
“Frequentare la bellezza è il privilegio degli umanisti. Abbiamo l’opportunità di praticare ciò che è bello, e la responsabilità di farlo con una sensibilità etica. Il ruolo di docente, ma anche quello di studente, deve essere sempre rispettato senza scadere nella familiarità dei rapporti. Ho sempre cercato di essere giovane, o quanto meno ‘moderno’. Stare in mezzo ai giovani è bello perché non fa invecchiare la mente”.
Lettere < Scienze. Ci crede?
“La sfiducia nella cultura umanistica è sintomo di un grave errore. La letteratura è memoria, è il sale di un popolo e fornisce a chi la legge una visione molto più ampia della realtà, stuzzica la fantasia e stimola l’intelligenza. Perciò si sono chiamate ‘arti liberali’: il sapere crea sistema, è l’ignoranza che fa male. Lo studio della tradizione umanistica assicura sempre un futuro, a volte purtroppo non in questo Paese”.
Qual è stata la sua fatica più grande?
“Far capire agli studenti della Triennale l’importanza del cartaceo, di una lettura meditata a attenta, contro il ricorso diffuso alla fotocopia. Alla Magistrale hanno recepito il concetto: i libri sono i nostri ferri del mestiere e bisogna cominciare durante l’Università a costruire il proprio studio, creare una piccola biblioteca personale”.
Cosa le ha insegnato la letteratura?
“Tutto. La letteratura è l’unica disciplina in cui siano raccolte tutte le manifestazioni dell’umano. Ed è immortale, perché vive ogni qualvolta si apre daccapo un libro. Inoltre, le opere dei secoli scorsi forniscono un utilissimo strumento per imparare a leggere la contemporaneità”.
In cosa è impegnato al momento?
“Nella traduzione de ‘La Fattoria degli animali’ (1945) di Orwell. Non è la prima in assoluto, ma la prima con commento. Sto scrivendo anche due saggi: il primo sulla figura di Tiresia, dall’Edipo re sofocleo a T. S. Eliot, e l’altro sulla presenza dello humor nero in Shakespeare, argomento quest’ultimo su cui non esiste uno studio organico. Insomma, è vero, la mente non va in pensione”.
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