Velasco, l’uomo che ha cambiato la pallavolo italiana, si racconta…

Sentir parlare Julio Velasco in un dibattito dal titolo “Non sempre si può vincere, bisogna saper perdere” sembra alquanto una contraddizione. Cosa ne può sapere lui, l’allenatore che nella pallavolo ha praticamente vinto tutto? A parte l’oro alle Olimpiadi, dove pure nel 1996 ha portato a casa una onorevolissima medaglia d’argento, non gli manca niente. Quando fu chiamato ad allenare la nostra nazionale nel 1989 la situazione della pallavolo italiana era disastrosa. Quando se ne andò nel 1996 avevamo nel nostro palmares ben due mondiali e tre europei vinti. Velasco è l’uomo che ha cambiato il volley italiano lavorando sulla mentalità, più che sulla tecnica. Eppure il suo discorso nell’incontro organizzato lunedì 30 novembre da L’Orientale insieme all’Ordine degli Psicologi è stato molto apprezzato dagli intervenuti. “Se sai perdere puoi imparare a vincere – ha esordito l’allenatore argentino – Ma devi combattere quella che io chiamo la cultura dell’alibi. Nello sport è molto diffusa, dopo ogni partita andata male si tenta di dare una spiegazione, di solito in modo vago e generale. Ad esempio se siamo 24 pari e il mio schiacciatore tira fuori, la spiegazione della sconfitta è semplice: abbiamo schiacciato fuori. Punto. Il resto sono alibi. Certo si possono fare ragionamenti, ma devono essere concreti non vaghi. Devono essere volti ad identificare un problema da affrontare e a risolverlo. Il resto sono solo strategie consolatorie”. Quando arrivò in Italia si trovò circondato di alibi. “Quando arrivai ad allenare la nazionale – racconta – mi dicevano tutti che non avremmo mai vinto perché in Italia mancano le strutture adeguate, e a scuola non esiste una vera educazione fisica. In Unione Sovietica, a quel tempo la nazione da battere, tutto questo invece c’era. È inutile mi dicevano. Io allora proposi un modello vincente: quello dei fratelli Abbagnale. Grandi campioni cresciuti sportivamente senza mezzi adeguati, ma con una grande determinazione. Ogni mattina si alzavano alle 5 per allenarsi, se avessero pensato a quello che mancava al canottaggio non si sarebbero alzati neanche alle 10, non sarebbero usciti neanche di casa e non avrebbero vinto niente. Invece vinsero tanto”. Ecco cosa intende quando parla di avere la mentalità giusta. Ma per costruirla bisogna sapersi mettere in gioco. Velasco lo spiega così: “Sbaglia chi insegna che siamo tutti uguali. Non è così. C’è chi è più bravo in una cosa e chi in un’altra. Ma è sbagliato anche dire che una persona è la migliore in assoluto, perché lo è solo in un determinato momento e ognuno può essere bravo in qualcosa di diverso. L’importante è avere il coraggio di mettersi in gioco e avere l’opportunità di dimostrare quello che si vale partendo dalle stesse condizioni. Nello sport è facile perché lì quando si vince si è campioni è vero, ma solo per un anno. L’anno dopo si parte di nuovo da zero, e tutti possono diventare campioni”. Nella sua carriera ha allenato sia uomini che donne, e ha imparato che i generi sono differenti nell’approccio mentale. Il coach infatti racconta: “Con gli uomini bisogna fare leva sullo spirito di competizione e sull’orgoglio personale. Quando a un bambino si chiede ‘sai fare questa cosa?’, lui subito ci prova e se ci riesce si sente un eroe. Da grandi è tutto sommato lo stesso. Chiedi a un calciatore se sa fare una cosa, lui subito cercherà di dimostrarti che sì, la sa fare. Quando le cose vanno male invece bisogna fare leva sull’orgoglio. Se la mia squadra perde io gli dico ‘si vede che avete paura’ e me ne vado. Loro si arrabbiano e non potendo sfogarsi con me lo fanno con l’avversario, e finisce quasi sempre che vincono. Con le donne invece non è così, se dici che hanno paura, loro magari si convincono di averla anche se non è vero. Sono meno competitive e più riflessive. Non si buttano a fare le cose per primeggiare. Le fanno con più calma perché vogliono essere sicure di fare bene. Ma quando sono sicure vanno come un treno e non le fermi più”. 
Nel suo intervento non sono mancati gli accenni autobiografici. Interessante il racconto su come vinse il mondiale nel 1990. Quell’anno Andrea Zorzi, l’opposto della nazionale, non era in gran forma e Velasco non capiva il perché. Il suo giocatore più importante aveva un problema e lui non capiva quale fosse. “Allora decisi di metterlo in panchina per tutta la fase iniziale della competizione. Qualunque fosse stato il suo problema da quel momento sarebbe passato in secondo piano, perché il suo pensiero più grande sarebbe diventato come riguadagnarsi la maglia da titolare. E infatti fu così. Tornando in campo fu straordinario e ci permise di vincere il mondiale”. E anche in questo racconto ritorna l’importanza del coraggio: “Quando presi quella decisione non ero sicuro che fosse giusta, mi buttai, ci provai. E mi è andata bene. Ma se fosse andata male, stampa e opinione pubblica mi avrebbero massacrato”.
Alfonso Bianchi
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