Vocazione, curiosità e voglia di mettersi in gioco: i requisiti del Temporary Manager

Chi è e quali compiti svolge il Te mporary Manager? Negli ultimi vent’anni si va affermando anche in Italia questa fi gura professionale che ha le carte in regola per assumere centralità nel settore del Management. A raccontare l’innovativa professione, il dott. Luca Genovese, Founding Partner della società di consulenza direzionale ed executive management Cross Hub ed Executive Professionale presso Manageritalia Campania. Laureato alla Federico II in Economia e Commercio nel 2000, ha diverse collaborazioni con l’Università Federico II. “Questa fi gura nasce nei paesi anglosassoni e si è già sviluppata in altri paesi europei – spiega il dott. Genovese – In Italia si comincia a parlare di Temporary Manager all’inizio del Duemila. Qualcuno lo chiama così, qualcuno Interim Manager, in sostanza stiamo parlando di un manager a tempo determinato in contrapposizione al Permanent Manager, inquadrato all’interno di un’azienda con un contratto a tempo indeterminato”. Cosa fa, dunque, un Temporary Manager? “Entra in gioco in un determinato momento della vita di un’azienda. Ad esempio, in occasione di un contesto critico come può essere un passaggio generazionale, un cambio al vertice oppure una ristrutturazione aziendale, ma anche nel caso di un nuovo progetto, del lancio di un nuovo prodotto, dell’espansione in un mercato internazionale o dello sviluppo di un nuovo canale distributivo. Parliamo di alcuni momenti della vita di un’azienda perché il Temporary Manager arriva e impiega la sua esperienza pregressa per portare a termine un obiettivo. Raggiunto questo, o si defi niscono nuovi obiettivi oppure esce dall’azienda per raccogliere nuove sfi de altrove”. Quale formazione ha un Temporary Manager? “È un manager, quindi segue un percorso di studi volto a formare una fi gura professionale manageriale, ma c’è di più. Deve avere alcune doti personali, deve essere una persona curiosa che non cerca la routinarietà e per questo ci vuole una vocazione. C’è chi desidera entrare in un’azienda, in una multinazionale e fare gradualmente carriera al suo interno, sempre nello stesso contesto che darà garanzie e sicurezza”. Il Temporary Manager è un manager che, fuoriuscito da un’azienda, non rientra nel circuito, ma sceglie di fornire la propria esperienza con nuove modalità, costruisce nel tempo la sua credibilità, diventa noto e sa farsi trovare al momento giusto dove c’è esigenza: “Ci vogliono vitalità, voglia di mettersi alla prova in contesti differenti, desiderio di superare i limiti. Bisogna mettersi continuamente in discussione, sapersi destreggiare tra il lavoro e la famiglia e gestire bene lo stress”. Si diventa Temporary Manager intorno ai 45-50 anni, di solito: “perché c’è bisogno di costruire un bagaglio di conoscenze e competenze nel contesto aziendale. Ogni azienda ha le sue regole e, di azienda in azienda, cambiano i compiti e le dinamiche. La sfi da consiste anche nel non adeguarsi a quelle regole, ma nel sovvertirle. Un Temporary Manager ha un’esperienza che si è sviluppata in più contesti, porta in un’azienda il suo know-how e offre a questa un arricchimento. Chi fa carriera sempre nello stesso contesto vede il mondo con quelle regole, chi conosce modalità di lavoro diverse, al suo arrivo, porta nuove esperienze”. Come si confi gura il lavoro? “Un incarico può durare come minimo sei mesi, ma in genere si opera in un’azienda per nove mesi o un anno. Chi entra dall’esterno non è un dipendente e la prima sfi – da è quella di integrarsi con chi fa parte dell’organico che potrebbe vederlo con preoccupazione e riuscire ad acquisire una leadership senza avere un’autorità contrattuale, ma con la sua capacità di coinvolgere le persone. C’è sempre bisogno di un equilibrio tra le varie fi gure”. Le differenze tra un Temporary e un Permanent Manager? Il primo “ha la possibilità di entrare e uscire da un’azienda senza sovraccaricarla e senza troppi costi. Si rende utile il più velocemente possibile. Spesso ha anche un ruolo di coaching, forma il team, trasferisce un patrimonio di competenze e conoscenze, affi anca altre persone e favorisce i processi di carriera altrui. Non è presente in azienda tutti i giorni, quindi il suo contratto sarà diverso da quello di un Permanent Manager rispetto al quale potrebbe guadagnare anche di più se ottimizza il suo tempo con più aziende contemporaneamente, ma non più di due o tre”. Il secondo “tenderà a proteggere il suo ruolo e a mantenere il suo know how”. Le prospettive future di questa professione: “Non tutte le aziende si sono già avvicinate a questa fi gura, ma, nel tempo, la loro percentuale è aumentata del 10%. Opportunità potrebbero arrivare dalle piccole e medie aziende in cui non c’è un processo di managerializzazione per mancanza di risorse o attitudine a mantenere il controllo a livello familiare”. Competenze e vocazione: i requisiti per diventare un buon Temporary Manager. Ma non tutti possono ricoprire questo ruolo, avverte il dott. Genovese. E “non è detto che un buon Permanent Manager sia anche un buon Temporary Manager”.
Carol Simeoli
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