I posti sono limitati, ma le richieste di partecipazione sono state numerose. E tra chi ha chiesto di prendere parte al Laboratorio ci sono anche tre o quattro persone esterne all’Ateneo. Un segnale piccolo ma significativo: intorno al mondo rom e sinto c’è una curiosità concreta, il desiderio di conoscere comunità troppo spesso raccontate attraverso stereotipi radicati, categorie semplificate e luoghi comuni. È da qui che prende le mosse ‘Lingua e cultura romanì. Oltre lo stereotipo’, il laboratorio partito il 13 ottobre.
Diciotto ore in presenza, distribuite in nove incontri, nell’aula 5.4, per avvicinarsi alla lingua, alla storia e alla cultura delle comunità rom e sinte attraverso lezioni, attività linguistiche, musica, testimonianze e analisi delle rappresentazioni offerte dai media. L’iniziativa è coordinata dai professori Fabio Amato, esperto di migrazioni, e Anna De Meo, linguista, e vede soprattutto la partecipazione degli insegnanti e musicisti Sabatino Spinelli e Gennaro Spinelli, presidente dell’UCRI – Unione delle Comunità Romanès in Italia. Proprio l’UCRI ha già collaborato con la Sapienza di Roma alla realizzazione di un corso di Lingua e Cultura Romanì che ha un’impostazione analoga: conoscere lingua, storia e cultura romanì per contrastare stereotipi, pregiudizi e romfobia.
L’iniziativa napoletana, realizzata insieme all’UCRI e al Comune di Napoli, su stimolo in particolare della dott.ssa Cristiana Morbelli dell’Assessorato alle politiche sociali, punta a restituire complessità a un universo sociale e culturale ancora poco conosciuto. “Questo laboratorio è una grande sperimentazione che stiamo provando a portare avanti da tanti punti di vista – ha detto ad Ateneapoli il prof. Amato – Si tratta di un corso di divulgazione della cultura Romanès, per avvicinare la platea studentesca alle origini di comunità, vittime di grandi stereotipi razziali. Tutti noi siamo cresciuti, nessuno escluso, con la preoccupazione che queste persone rubavano, rapivano i bambini. La vera novità è che, oggi, sono loro a valorizzare la propria cultura.
Finalmente siamo arrivati a un livello in cui le persone direttamente interessate sono in grado di raccontare la storia di una cultura, le sue articolazioni”. Sui vari appuntamenti: “Si parlerà delle origini indiane del popolo romanì, di grandi migrazioni, divisioni interne, di chi sono i rom, chi i sinti. Racconteremo le identità di questa comunità e soprattutto gli stereotipi, che sono sia negativi che positivi, come quello del gitano viaggiante. È un’estetizzazione”. Contestualizzando all’ambito universitario l’iniziativa, Amato chiude sottolineando un aspetto per lui importante: “Questo è il modo in cui le famose altre attività formative dovrebbero essere fatte e non come un momento per raccogliere crediti e basta”.
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Ateneapoli – n.17 – 2026 – Pagina 33







