Romano Prodi inaugura l’anno accademico di Scienze Politiche

“Avevamo rapporti ottimi noi della Commissione Europea con la Russia e nel 2005 – all’ultimo colloquio di un incontro che si svolse lì – il più importante giornalista russo chiese a Putin quando la Russia sarebbe entrata nell’Unione Europea”. È uno dei tanti racconti che Romano Prodi, il quale è stato due volte Presidente del Consiglio, poi Presidente della Commissione Europea, nonché fondatore dell’Ulivo e per vari anni Presidente dell’Iri, ha regalato agli studenti e ai docenti che lo hanno ascoltato il 12 ottobre nella Chiesa dei Santi Marcellino e Festo. Prodi ha concluso il ciclo d’incontri ‘Sguardi sul presente, un viaggio tra sfide interne e tensioni internazionali’, che è stato promosso da Scienze Politiche, ed ha inaugurato l’anno accademico del Dipartimento della Federico II. Al suo fianco sul palco c’erano il Rettore Andrea Mazzucchi, la Direttrice del Dipartimento prof.ssa Paola De Vivo e il prof. Massimo Adinolfi. Torniamo dunque alla Russia e a Putin.

“Nel 2013 dissi a Putin – ha raccontato Prodi – che la Russia come industria non valeva nulla e che trasformava tutto in prodotto. Lui mi chiese cosa avrebbero dovuto fare. Gli risposi: o vi stringete a noi dell’Europa oppure alla Cina. Lui fu perentorio e disse che non avrebbe mai venduto un metro cubo di gas alla Cina”. Tredici anni sono trascorsi da allora e 21 da quando il giornalista russo interrogava Putin sulla data d’ingresso della ex Unione Sovietica nell’Unione Europea, ma paiono secoli. Cosa è accaduto da allora e perché la Russia si è consegnata alla Cina? Lo ha chiesto a Prodi uno studente nel corso dell’incontro.

“Putin mi diceva – ha risposto Prodi – di fare quel che volevo con l’allargamento dell’Unione Europea ad est, ma che non voleva la Nato. Lui ribadiva che non voleva e non avrebbe tollerato la Nato ai confini della Russia. Ciò detto, mai avrei pensato ad una guerra tra la Russia e l’Ucraina, sebbene avessi compreso la portata del distacco tra i due Paesi quando ci fu la scissione tra il Patriarcato russo e quello ucraino”. Ha aggiunto sul tema: “Mi sa che riavremo il gas russo quando i fondi d’investimento americani entreranno nel North Stream”, il gasdotto che collega la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico.

L’uomo dell’euro

Prodi è stato anche l’uomo dell’euro, quello che si è battuto con forza affinché anche l’Italia potesse aderire alla moneta unica europea. Insomma, è colui che ha mandato in pensione la lira. “Nelle grandi decisioni politiche – ha detto – ci vuole anche il cuore. Quando facemmo l’euro e l’Italia faticava ad entrare, avevo un ottimo rapporto con Helmut Kohl, che era il cancelliere della Germania. Eravamo politicamente divisi, ma c’era una chimica tra noi, una sorta d’intesa naturale, forse derivante anche dalla comune formazione cattolica.

Ebbene, un giorno la Confindustria tedesca, che era, per così dire, l’azionista di riferimento del governo Kohl, fece una dichiarazione contro l’euro. Trascorsero tre ore e Kohl ne fece una, non meno forte, a favore della nuova moneta europea. Lo chiamai e gli chiesi perché si era esposto così tanto contro la sua base politica ed elettorale. Lui mi rispose che voleva l’euro perché il fratello era morto in guerra”.
Uno studente gli ha poi chiesto se, 25 anni dopo l’introduzione della nuova moneta unica europea, non valuti che i costi sociali dell’euro sono stati insostenibili. Ecco cosa ha risposto Prodi: “Non sono costi sociali che derivano dall’euro. La nuova moneta ha portato inflazione in Grecia e in Italia, altrove no”.

Un pauroso arretramento della democrazia

Secondo Prodi si assiste oggi a livello globale ad un pauroso e preoccupante arretramento della democrazia. “Oggi un quarto della popolazione mondiale – ha detto – vive in teoria in democrazia, ma solo il 10 per cento in una democrazia piena. Un altro 15% in una democrazia autoritaria. Certo si vota, ma perché la democrazia sia piena non basta quello. È un cambiamento continuo che colpisce soprattutto i Paesi a recente democrazia. In Africa i presidenti eletti, quando finisce il mandato, non vanno via e il sistema diventa una democrazia autoritaria. Negli Stati Uniti di Trump la democrazia è erosa in vari aspetti. In generale aumenta la concentrazione dei poteri”. Aggrava il quadro, ha sottolineato Prodi, la circostanza che “in tutti i Paesi si vota sempre meno per interesse economico e sempre più per identità. Identità e paura fanno sì che s’ingigantisca il problema della sicurezza.

Diventa dominante e l’estraneo si trasforma in nemico. Tutto questo sta comportando un ritorno ai nazionalismi. Nei Paesi democratici chi picchia con la propaganda contro i migranti, sebbene essi siano indispensabili alla nostra economia, vince le elezioni. L’approccio identitario, però, è per sua stessa natura escludente. La Brexit non è nata da interessi economici, ma da un approccio identitario. Ne parlavo con colleghi della Gran Bretagna, ragionavo sugli effetti economici negativi che avrebbe avuto per il Regno Unito la fuoriuscita dall’Unione Europea, ma quelli mi rispondevano: è vero, ma siamo diversi. L’approccio identitario spinge Afd in Germania e Le Pen in Francia e spiega anche la deriva italiana”.

Tra Stati Uniti e Cina, ha ricordato poi, è in corso una sfida tecnologica, militare e commerciale ed è molto diversa da quella che contrappose l’Occidente al blocco sovietico negli anni della Guerra Fredda, perché “da parte cinese non c’è nessuna fascinazione verso il mondo occidentale”.

“È una balla che la storia sia maestra di vita”

Se la democrazia è in crisi, ha sostenuto ancora Prodi, la diplomazia non sta certamente messa meglio. “C’è una umiliazione continua del suo ruolo. Gli Stati Uniti, al posto dei diplomatici, mandano a trattare le questioni internazionali i parenti di Trump e rispolverano la dottrina Monroe. Noi europei non abbiamo voce in capitolo perché non siamo uniti. Lo si è visto sull’Ucraina e lo si è visto su Gaza. Oggi l’Europa ha meno rapporti col sud del mondo di quanto accadesse quando c’era l’impero ottomano. La Cina, con una strategia commerciale e politica molto aggressiva, turchi e perfino russi, che hanno un potere militare nel Sahel, sono molto più presenti dell’Italia e dell’Europa, che pure avrebbero un interesse diretto a mantenere rapporti e relazioni con quella parte del mondo”. Prodi ha invitato gli studenti a diffidare “dei grandi guru della scienza politica. Pensate al celebre libro di Fukuyama sulla fine della storia, che si è rivelato completamente sbagliato”.

Ha detto loro, inoltre: “È una balla che la storia sia maestra di vita. È sempre diversa, ogni vicenda ha una sua caratteristica e una sua peculiarità. La nostra riflessione e la nostra esperienza personale è maestra di vita”.
Il Rettore Mazzucchi, come si ricordava, ha dato il benvenuto a Prodi. Ha poi rivolto un accorato appello ai tanti studenti presenti nella chiesa dei Santi Marcellino e Festo: “Non studiate solo per superare gli esami, perché il mondo ha una disperata necessità di una nuova classe dirigente per ricomporre i pezzi”. Il titolo dell’incontro con Prodi era proprio: ‘L’Europa nella guerra mondiale a pezzi’. Una citazione di Papa Francesco, il quale nel 2014 descrisse la situazione internazionale come una terza guerra mondiale a pezzi.
Fabrizio Geremicca

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