“Emozioni indicibili” per gli studenti

“Avevo otto anni quando ho deciso che da grande avrei fatto l’egittologa”, esordisce Margherita Liguori, iscritta al Corso di Laurea Magistrale in Archeologia: Oriente e Occidente. Il viaggio in Egitto, “dove non ero mai stata prima d’ora, è stata una conferma: un’esperienza extrasensoriale che mi ha catapultata indietro nel tempo provocando un’emozione indicibile. Credo di aver davvero colto il senso della sindrome di Stendhal quando nella visita alla Valle dei Re ho potuto visitare la Tomba di Tutankhamon, trovandomi faccia a faccia con le opere che avevo studiato per gli esami”. Più di 20 i siti e musei visitati nelle città di Alessandria, il Cairo, Assuan e Luxor: “dal caos cittadino del Nord ai paesaggi incontaminati del Sud. Giorni intensi in cui abbiamo assaggiato pietanze tipiche, convissuto con una temperatura di 30 gradi, preso il battello, fatto il giro in feluca (barca a vela) e persino partecipato a un matrimonio!”. Tanti gli insegnamenti appresi durante il viaggio: ad esempio, “relazionarsi con gli egiziani, sempre sorridenti, cordiali e aperti con i turisti, comprendendo attraverso piccoli episodi il senso profondo della loro cultura e tradizione religiosa”. Oppure aiutarsi nel gruppo, “anteponendo le esigenze della collettività a quelle personali: una capacità di relazionarsi all’altro, imprescindibile per il lavoro di archeologo che collabora sempre in team”. Per il futuro non ha dubbi: “vorrei lavorare come ricercatrice sul campo, sebbene sia sempre più difficile ottenere permessi per campagne di scavo in Egitto, e mi piacerebbe poi raccogliere i frutti di questo lavoro per uno studio più approfondito”, di cui Margherita ha iniziato a gettare le basi, dedicandosi nel suo elaborato triennale a un focus sulla città di Amarna. “Anche per me la passione per l’egittologia è legata a un ricordo dell’infanzia, quando a 7 anni i miei genitori mi portarono a visitare il Museo Egizio di Torino e capii che non avrei fatto altro nella vita. Ho coltivato l’interesse sul tema leggendo sempre di più nel corso di questi anni, fin quando non ho scelto di iscrivermi ad Archeologia”, racconta Cristian Mazzarino, studente della Magistrale, che l’anno scorso ha realizzato un tirocinio proprio presso l’archivio fotografico del Museo torinese. “Sono rimasto allora come oggi immensamente colpito dalle opere che avevo finora visto solo in foto. Ed è stato fantastico poterle riscoprire nuovamente dal vivo e riconoscere testimonianze, reperti, luoghi e siti che abbiamo approfondito in questi anni di studio”. Un’organizzazione che ha soddisfatto al massimo le aspettative degli studenti, rafforzandone i legami personali e un esperimento utile per mettersi alla prova con il lavoro che impegna l’archeologo in missione. “In questo tipo di professione è necessario recarsi sui siti, toccare con mano i reperti, osservare gli oggetti nella loro tridimensionalità, confrontarsi con la cultura del luogo, perché è assolutamente riduttivo studiare dal libro senza mai avere un raffronto diretto con la cultura egiziana oggi”. Tra i ricordi più belli, “nel mio caso vedere i Templi di Phylae o il Tempio di Dendera, scrutare i colori vividi dei soffitti, visitare le tombe dei nobili, in particolare quella di Rekhmira, rianalizzarne in un’ottica diversa i culti e la storia delle dinastie, avventurarsi nei cunicoli, percepire sulla pelle l’energia di una storia immortale, densa inoltre di narrazioni esoteriche, vedere da vicino i geroglifici”. Al rientro in Italia è stato comune a tutti un senso di nostalgia: “facevo quasi fatica a riabituarmi ai sapori del nostro cibo, meno speziato e condito. Mi mancava la formalità della contrattazione, pratica a cui gli egiziani tengono molto nella compravendita dei prodotti, e soprattutto i sorrisi dei bambini per strada”. Ma è sicuramente in programma per tutti un prossimo viaggio.
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