“Laureatevi in tempi ragionevoli”

ElleDecor, la prestigiosa rivista di settore, un anno fa gli ha dedicato 12 pagine. Progetta a Napoli come a Bruxelles ed è attualmente impegnato in un delicato lavoro per ristrutturare e rendere più vivibili le case popolari di un quartiere napoletano. La sua casa studio di via Foria, a Napoli, è ormai un riferimento ed una palestra per giovani laureati, stagisti, che sperimentano, dopo la formazione universitaria, la loro capacità di confrontarsi concretamente col progetto. Antonio Giuseppe Martiniello, 38 anni, è un esempio di architetto riuscito e di passione per il lavoro. Insomma, un modello per i tanti giovani i quali, in questi giorni, iniziano a frequentare i corsi del primo anno a palazzo Gravina e nell’edificio dello Spirito Santo dopo aver superato i test d’ammissione.
Quando, dove e con chi si è laureato?
“Alla Federico II nel 1994. Il mio relatore era il professore Rossetti. La tesi in Progettazione Architettonica, focalizzata sulla realizzazione di un centro polifunzionale per recuperare un’area all’interno del paese dei miei genitori, Cimitile.  Rossetti fu capace di trasmettermi la passione per il progetto. Quella senza la quale non ci sarà mai un buon architetto progettista. Avevo 24 anni. Avrei potuto concludere sei mesi prima, ma preferii vivere un’esperienza di studio all’estero con Erasmus. Col senno di poi, fu una scelta indovinatissima”. 
Perché?
“Sarei potuto andare in Francia, Spagna, Portogallo. In Germania c’era Weimer, rimasi incantato da Graz, in Austria.Una città intensa, pareva di stare a Londra. Molta architettura contemporanea e un’università molto viva, poco accademica, legata al mondo del lavoro. Ritornai a luglio, discussi la tesi. Ad agosto una bella vacanza nella penisola iberica, durante la quale ebbi modo anche di conoscere Alvaro Siza. Ero ad Oporto, telefonai al suo studio. Siza mi disse di passare e gli portai la tesi in Progettazione architettonica. Chiesi di lavorare al suo studio. Una bella faccia tosta. Non guasta, però, deve essere sostenuta dalla preparazione. Il maestro mi ascoltò e mi rispose che c’era una lista di attesa di due anni”.
Cosa fece, allora?
“A Graz, dopo l’Erasmus, avevo aderito al progetto Leonardo. Ero stato selezionato da uno studio. Quando ritornai a settembre fui scelto per entrare in una sala di disegno autogestita. Fu un’esperienza fondamentale, perché lì, grazie al contatto costante dell’università col mondo del lavoro, si esercitava davvero la professione. Si guadagnava anche decentemente.  Da lì ho lavorato in vari studi. Alcuni tra i più interessanti a Graz. Sono rimasto in Italia 4 anni, inframmezzati da una esperienza di tre mesi in Israele, con l’università austriaca. Andai a Gerusalemme per il progetto di recupero della collina della memoria. Intanto mi avvicinavo alla trentina e si imponeva una scelta”.
Quale?
“Tornare in Italia o rimanere in Austria. Volevo provare ad esercitare la libera professione. Ero a Graz quando ricevetti la telefonata di amici dall’Italia per un lavoro su un palazzotto a Nola. Mi piacque. Capii di avere occhio, di poterlo fare. A Cimitile il mio primo studio. Lo chiamai Keller perché era nel seminterrato dell’appartamento dei miei genitori. In tedesco Keller significa cantina. Cinque anni fa ho trovato spazio a Napoli in un palazzo del ‘700. L’ho ristrutturato e restaurato e ho messo lo studio a Napoli.
Adesso a cosa sta lavorando?
“Sono impegnato, tra l’altro, nella ristrutturazione di due palazzotti a Bruxelles e sto progettando un hammam, un bagno turco. Sono riuscito ad avere finalmente qualche lavoro pubblico. Molto complesso”. 
La Facoltà di Architettura della Federico II prepara bene i futuri architetti?
“E’ molto solida nella formazione scientifica, molto provinciale nella formazione progettuale. I docenti, vale per ogni università, formano e danno gli strumenti. Poi sta agli studenti. Io credo sia fondamentale l’esperienza all’estero, se vuoi porti sul mercato in maniera competitiva. Mantengo ancora oggi relazioni con colleghi laureati in giro per il mondo. Il linguaggio architettonico italiano è obsoleto. Devo anche dire che, per migliorare l’università, bisognerebbe renderla più aperta”. 
Cioè?
“E’ in mano alle famiglie. Figli dei figli dei figli. Persone che a volte non hanno vera passione e non la trasmettono”.
Si dice spesso che Architettura della Federico II sia una Facoltà disorganizzata. Lei come la ricorda? 
“Per me no. Dico sempre che a volte quello della disorganizzazione è un alibi per chi vuole prendere scorciatoie. Molti ragazzi che vengono da me allo studio hanno fatto tesi in Storia e poi vorrebbero progettare. Sbagliato. Hanno guadagnato tempo per laurearsi, ma hanno saltato un passaggio essenziale. Ecco, alle matricole che si iscriveranno ad Architettura dico appunto di evitare scorciatoie. Anche nella scelta dei professori. Ci sono i bravi, quelli più superficiali, i meno appassionati. Conviene scegliere, se possibile, i più esigenti. Una laurea zoppicante non permette di lavorare. Se ti formi bene competi, se ti formi male non avrai chance”.
Il primo esame da sostenere? 
“Analisi 1, subito. Da giovane ti puoi beccare anche una delusione, una bocciatura, e ti riprendi subito. Dopo è più difficile”. 
Quello che lei ricorda come un incubo?
“Fisica Tecnica col prof. Arcangelo Cesarano. Non riuscivo proprio. Ero stanco, dovevo partire per l’Austria. Presi 23, il voto più basso del mio curriculum universitario”. 
Un augurio agli studenti?
“Preferirei un’esortazione. Laureatevi in tempi ragionevoli. Dopo la laurea in Architettura, passano almeno 10 anni prima di inserirti ed essere autonomo, se vuoi fare la libera professione. Se si inizia 30 anni è veramente dura”. 
 Quanto guadagna un architetto? 
“Io non posso lamentarmi, sono soddisfatto, anche se il guadagno non è proporzionale al tempo che lavoro. Reinvesto molto nei concorsi, nello studio e nei miei collaboratori. Sono in 4, in pianta stabile, allo studio Keller. In più vari che gravitano intorno e un collega che spero diventi quanto prima socio”.   
Fabrizio Geremicca
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