“Uso il lavoro come anestetico per non pensare”

“Questo è un lavoro che si fa per passione. Non mi lamento della condizione economica, quello che pesa è non avere, a trent’anni, dopo cinque anni di lavoro e dopo aver raggiunto il massimo grado dell’istruzione, un progetto di vita”, dichiara Alessandro D’Elia. Laureato in Fisica, dottorato in Ingegneria Elettrica, progettista elettronico, accelerista, “un semplice esperto di Elettromagnetismo” dice modestamente di se stesso. Per Alessandro, come per molti giovani che hanno conseguito un dottorato di ricerca, essere ‘semplicemente’ laureati sarebbe, in alcuni casi, preferibile. “Se ad un colloquio di lavoro ti presenti con un dottorato di ricerca, il più delle volte pensano che hai perso tempo. Nei curricula da compilare in rete la voce dottorato non è nemmeno prevista. Io ho spesso scritto ‘Master”. La ricerca scientifica può non essere una scelta ragionata fino in fondo: “mi ci sono trovato. Quando ho finito l’Università sono andato in Germania, in un centro di ricerca vicino Francoforte. Al ritorno mi è stato proposto il dottorato ed ho accettato, pur sapendo che la situazione non sarebbe stata delle più semplici”. In Germania, c’era più organizzazione, maggiore disponibilità di fondi e ogni dipartimento aveva una segretaria che curava tutte le faccende burocratiche, “dovevi solo pensare a lavorare senza doverti preoccupare d’altro”. Ma il confronto regge sulla formazione “almeno prima della riforma, era decisamente migliore” . Rientrato in Italia per stare vicino ai suoi, Alessandro è di nuovo in cerca di una strada per trasferirsi all’estero, “in Italia la situazione è pessima e senza sbocchi. Uso il lavoro come anestetico, per non pensare. Non voglio il posto fisso a tutti i costi. La flessibilità va bene, c’era anche in Germania ma, almeno, lì se hai dei titoli e delle competenze, non pensano che hai perso tempo. Una cosa è la flessibilità, un’altra è la precarietà. Non hai un cartellino da timbrare è vero, ma non hai nemmeno versamenti contributivi. Le più danneggiate sono le donne i cui diritti vengono completamente calpestati”. Eppure l’Università italiana è ancora in grado di produrre eccellenza. La ricerca di cui si occupa Alessandro, ha come obiettivo quello di realizzare un acceleratore lineare da mettere a valle di un ciclotrone, una sorta di acceleratore circolare di particelle, per studio sulla protonterapia. Si tratta di una cura per i tumori profondi, in aree del corpo, come gli occhi, in cui è difficile intervenire. Delle zone circoscritte vengono irradiate da particelle a debolissima energia, che, una volta all’interno dell’organismo, sono in grado di sprigionare, sempre in punti precisi, energie di elevatissima potenza. “Abbiamo fatto la prova di principio ora dobbiamo effettuare la connessione. Un’altra struttura come questa non esiste al mondo” conclude Alessandro.
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