Dal popolare a Shakespeare, Peppe Barra si racconta in aula

“Peppe Barra e i classici del teatro. La commedia degli equivoci di Shakespeare nel laboratorio dell’attore”. Questo il titolo del seminario-spettacolo tenutosi il 13 maggio alla sala conferenze del Palazzo degli Uffici dell’Università Federico II. Ospite d’onore? Peppe Barra, ovviamente, che presenta il suo nuovo lavoro: una rivisitazione della “Commedia degli Equivoci di Shakespeare” che verrà messa in scena il 20, 21 e 22 luglio al Teatro Romano di Verona. L’iniziativa è stata organizzata nell’ambito del Master di II livello in Letteratura, scrittura e critica teatrale. Presenti all’incontro: il Direttore del Master prof. Pasquale Sabbatino, in qualità di moderatore, il Presidente del Polo delle Scienze Umane e Sociali prof. Mario Rusciano, i professori Stefano Manferlotti, Patricia Bianchi e Giuseppina Scognamiglio. Peppe Barra è ormai un ospite abituale alla Federico II, infatti ogni anno partecipa a questo tipo di incontri per presentare i suoi prossimi spettacoli. “Credo nella funzione maieutica del teatro – ha aperto il prof. Rusciano – perché dà la capacità di interpretare la vita. Oggi non sono qui per il solito saluto, ma per ascoltare Barra”. Tutti i relatori, nella loro introduzione, fanno omaggio al grande maestro. Anche il prof. Manferlotti, dopo aver ironizzato sul suo ruolo di esperto studioso di Shakespeare, dedica al protagonista del seminario il sonetto numero 52. Un incontro in cui musica e recitazione si sono fusi per tre ore grazie alle performance gentilmente regalate da quello che tutti chiamano “il Maestro”. Eppure c’è un cambiamento per chi lo ricordava come il cantante della Tammurriata nera. “Ho abbandonato il popolare, quando ho capito che oramai non esisteva più – spiega Barra – E’ una cultura che oggi viene solo scimmiottata, noi non facevamo questo. Noi la assimilavamo, la ingurgitavamo per poi ridarla agli spettatori”. Poi continua ammettendo: “È la prima volta che mi cimento con Shakespeare”. L’artista spiega di essersi interessato al drammaturgo anglosassone dopo aver assistito allo spettacolo ‘Romeo e Giulietta’ del regista Leo Moscato. “Gli attori erano tutte persone di età avanzata – spiega – ma, in fondo, noi iniziamo a morire nel momento in cui nasciamo. C’era follia in quello spettacolo, ma una follia costruttiva”. Parla del teatro, del momento drammatico che adesso sta vivendo perché gli spettatori sono troppo “avvelenati” da computer e televisione. Vuole ricominciare a fare quello che chiama “il teatro delle meraviglie”. “Voglio raccontare Shakespeare come musica”, dice e dà una dimostrazione di quella che sarà la “colonna sonora” del suo spettacolo. “Era troppo facile mettere come sfondo una composizione del periodo elisabettiano – afferma – Voglio darvi un esempio di come si può comporre ricreando il modello cinquecentesco, ricostruendo e reinventando il barocco napoletano”. Racconta aneddoti legati alla sua esperienza artistica e diviene un modello e uno spunto per chi in platea poi gli chiede consigli. “Gli ingredienti per un’opera immortale? L’umiltà – afferma – Abbiamo avuto troppi geni per poterci cimentare a scrivere il teatro”. Lascia i presenti sbigottiti quando riesce a portare, con il suo modo di cantare, “Napoli” all’interno dell’aula. La sua voce assume quasi consistenza mentre recita e viene fuori il vero artista. Quello che, come lui stesso afferma, non si esibisce per un pubblico, ma canta per un’esigenza spirituale. “Nel Canto a Figliola – spiega – vicino al cantante non c’era nessuno”. Tiene una grande lezione, ma l’insegnamento più grande che lascia sta nel ricordare che “la cultura è alla base di tutto”. Adesso, non resta che attendere di vederlo sulle scene con questa nuova interpretazione. 
Marilena Passaretti
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