Un venerdì 17 davvero sfortunato, quello che ha vissuto a marzo la professoressa Rosa Carafa, docente di Storia della città e del territorio. Lo racconta lei stessa, raggiunta telefonicamente presso il Dipartimento di Conservazione, al quale afferisce. “Ho parcheggiato l’auto nel cortile dell’edificio di via Toledo 402, ho chiuso e sono scesa per andare in Dipartimento. Avevo con me una borsa con vari documenti ed il portafoglio, gli occhiali da sole graduati, il telefono cellulare ed una macchina fotografica Nikon con vari obiettivi, alla quale ero anche legata da ragioni affettive. L’avevo portata con me in ateneo perché quel giorno, con gli allievi, avremmo dovuto realizzare il laboratorio di sintesi finale”. Lasciata l’auto, dunque, la docente sale in Dipartimento, deposita gli oggetti di cui sopra nella sua stanza, chiude a chiave la porta e si reca in aula. Torna circa tre quarti d’ora più tardi: trova la porta aperta. Entra, ma non trova più traccia della borsa, del cellulare, della macchina fotografica con gli obiettivi, perfino dei registri. Il danno complessivamente ammonta a svariati milioni, senza considerare i fastidi e lo stress per bloccare in banca la carta di credito, rifare i documenti, chiamare i carabinieri. “Che devo dire? Il mio caso, per quanto particolarmente spiacevole, è tutt’altro che isolato. A via Gravina, ma soprattutto in via Toledo, i furti si susseguono con cadenza impressionante. Li subiscono i docenti e gli stessi studenti. Un attimo di disattenzione, una borsa lasciata incustodita per qualche minuto e subito il ladro o i ladri di turno entrano in azione. Ripeto: è un problema serio. Addirittura gli allievi hanno paura di distrarsi per seguire la lezione; restano in tensione per tutto il tempo”. Una volta inoltrata la denuncia ai carabinieri, la docente ha informato dell’accaduto il professor Luigi Fusco Girard, Direttore del suo Dipartimento. Quest’ultimo ha girato la notizia al Rettore. In Facoltà, inutile dirlo, ci si aspetta qualche provvedimento capace di riportare una situazione di tranquillità tra le aule ed i dipartimenti. “Ho visto che il LUPT, al piano inferiore, è dotato di telecamere”, ricorda la professoressa Carafa. “Potrebbe essere una soluzione, ma i carabinieri mi hanno detto che non possono metterle. In alternativa si potrebbero tenere chiuse le stanze ed installare citofoni attraverso i quali colloquiare con l’esterno ed aprire. L’ufficio tecnico, però, dice che influiscono negativamente sull’estetica dell’edificio. Un fatto è certo: qualcosa andrebbe fatta”. In realtà la situazione dell’edificio di via Toledo è precaria dunque anche sotto il profilo della sicurezza, da un duplice punto di vista. E’ esposto a furti da parte di estranei perché i controlli, data la tipologia della struttura e la presenza di due accessi indipendenti – da via Forno Vecchio e da via Toledo – sono molto difficili da effettuare. Inoltre presenta dei garage che ospitano i blindati di una nota ditta addetta al trasporto valori. E’ un via vai di mezzi anche durante le ore di lezione; nella malaugurata ipotesi qualcuno tentasse un furto proprio nella fase di uscita o di ingresso dei blindati sarebbe messa a rischio serio l’incolumità dei docenti, degli studenti e degli impiegati della facoltà di Architettura. Che la situazione sia grave si desume dalle stesse parole della docente. “Il personale addetto alla sorveglianza comincia ad avere paura. Poi ci sono delle assurdità. Il portiere non può comunicare con noi tramite citofono interno; per recarsi da una parte all’altra del palazzo occorre uscire all’esterno, perché nella ristrutturazione non sono state create vie interne di comunicazione”. Una soluzione, ovviamente temporanea, è stata già adottata: “adesso abbiamo chiuso la porta del Dipartimento, ma questo obbliga il personale a lavorare di più, perché devono fare anche da portieri. Un’idea potrebbe essere quella di dotare gli studenti di una sorta di tesserino magnetico che apra la porta senza bisogno dell’intervento degli impiegati”.
Alla professoressa Carafa resta, per ora, il danno. “Mi sono informata per capire se in ateneo siamo coperti da assicurazione. Ho saputo che in amministrazione stanno studiando il mio caso: speriamo bene”.
Alla professoressa Carafa resta, per ora, il danno. “Mi sono informata per capire se in ateneo siamo coperti da assicurazione. Ho saputo che in amministrazione stanno studiando il mio caso: speriamo bene”.
Fabrizio Geremicca








