Federico II-Uganda: il racconto dei docenti

La Federico II per l’Uganda. Prosegue l’interessante progetto GuluNap che ha portato alla nascita di una facoltà di Medicina a Gulu, cittadina nel nord dell’Uganda. Una realizzazione concreta per lo sviluppo di una delle aree più povere della terra. Giovedì 4 maggio, nell’Aula Pessina della Facoltà di Giurisprudenza, si è tenuto un incontro per illustrare i risultati raggiunti dal progetto, giunto al suo secondo anno di vita. Presenti i principali protagonisti di questa meravigliosa iniziativa: il prof. Luigi Greco, uno dei massimi fautori del progetto, la prof.ssa Elena Sassi ed il prof. Luigi Smaldone, grazie ai quali il progetto si è ampliato con l’attivazione anche di una Facoltà di Scienze dell’Educazione ed il Rettore della Federico II, Guido Trombetti. “E’ una delle cose di cui parlo più volentieri -ha detto il Rettore al suo ingresso in aula- Un’opera realizzata grazie al duro e serio lavoro dell’équipe del prof. Greco e alla sua straordinaria umanità ed energia, ma anche grazie all’opera di molti altri impagabili colleghi. Sono contento, molto contento, perché la nascita del progetto Gulunap, ha prodotto in questi due anni non solo ottimi risultati ma anche la nascita di molte altre iniziative collaterali che hanno permesso a quest’area di iniziare ad intravedere un certo sviluppo. Questi luoghi, però, non sono ancora del tutto autonomi, dobbiamo essere bravi, quindi, ad agire in tal senso. Bravi, soprattutto, a non fare troppe cose diverse, a non imporci troppo. Dalle mie parti, infatti, si dice che a fare troppe cose, alla fine si finisce con il non fare niente. Dobbiamo intervenire in modo graduale e formativo. Dobbiamo fare il possibile, perché è un nostro obbligo, come persone e come Ateneo, aiutare il più possibile chi ha più bisogno”. 
L’Uganda è un Paese distrutto da vent’anni di guerre, ed ha in Gulu, minuscolo centro rurale, distante molte miglia dalla capitale Kampala, uno dei centri più martoriati. La nascita della Facoltà di Medicina, tra l’altro molto efficiente e ben strutturata, date anche le atipiche condizioni del paese, ha anche un importante significato sociale, oltre che medico scientifico. La struttura, infatti, è sorta sulle rovine del fatiscente ospedale di Gulu, quasi a testimoniare con forza la voglia e la necessità di una rinascita di tutto il paese. “Prima di iniziare, vorrei ringraziare il Rettore- ha detto il prof. Greco- perché, anche se non lo dice, è stato fondamentale per il nostro progetto, avallando, a scatola chiusa, la nostra iniziativa, ed avendo, a differenza di tanti colleghi, sempre la massima fiducia in noi”. “Nessuno pensava che ci saremmo riusciti, invece, oggi siamo qui a dimostrare il contrario. La nostra, però, – ha proseguito il professore- non è un’avventura missionaria. Noi facciamo solamente il nostro mestiere. Abbiamo deciso di operare in Uganda, uno stato povero con una popolazione di circa 22 milioni di abitanti, in cui la vita media, purtroppo, è di circa 45/46 anni, dove lavora un medico ogni 22mila abitanti. Dati allarmanti che dovrebbero far riflettere, perché si tratta di scenari, spesso, insostenibili. Come tutti voi sapete, la facoltà di Medicina è nata nel 2004. Quando ne parlo penso ad un miracolo. Non solo per la qualità della struttura – 5 edifici, laboratori, alloggi ed una piccola biblioteca- ma, soprattutto, per la straordinaria voglia di imparare e di emergere dei suoi studenti. Centoventi ragazzi che vogliono sentirsi utili e che, in breve tempo, hanno raggiunto un grado di professionalità molto buono. Abbiamo anche lavorato ad una sorta di Erasmus solidale, in cui gli studenti italiani che vengono da noi, non solo svolgono attività di tutor, ma imparano pure. Pensate che, per tutto quello che c’è da fare, imparano più li, in un mese o due, che non in Italia in cinque anni”. Ascoltando il racconto dei professori, si riesce a percepire chiaramente la gioia e l’emozione che hanno provato nell’aver contribuito a scrivere una pagina importante della storia di questo paese. “Quando decidemmo di andare a Gulu, circa un paio di mesi fa – ha continuato la prof.ssa Elena Sassi- ci eravamo preparati sulla storia, sulle tradizioni e la cultura del paese. Giunti sul posto, però, ci siamo resi subito conto che tutte le informazioni che si possono raccogliere sui libri o dagli amici, sono inutili se messe a confronto con la realtà. Una realtà difficile da affrontare, ma estremamente ricca di fascino. Hanno poche risorse ma cercano di sfruttarle al massimo. Personalmente, non ho mai visto tanto attaccamento e devozione allo studio. Si avverte che il loro impegno è dovuto ad una profonda sofferenza. Con questo progetto, mi sono sentita ancor più contenta di essere fredericiana, di appartenere a questo glorioso ateneo. Uno dei tanti meriti della Federico II, infatti, è proprio quello di stipulare accordi non con grandi strutture, in cerca di un prestigio ancora più grande, ma di aiutare chi vuole realmente emergere”. A tessere le lodi di questo progetto e a promuovere i progressi della facoltà di Scienze dell’Educazione, anche il prof. Luigi Smaldone. “Li tutto ha un costo altissimo. E tutto è più difficile ma, proprio per questo, più bello da conquistare. Spesso, addirittura, abbiamo fatto fotocopie per tutti gli studenti, di nascosto, pagandole di tasca nostra, perché, altrimenti sarebbero occorsi permessi di giorni e giorni. L’esperienza, però, è talmente bella, che nulla ti pesa. Ricordo con piacere il giorno degli esami. E’ stata  la prima volta che mi è capitato di uscire dall’aula, di proposito, per dare la possibilità di poter copiare, ma loro niente. Una serietà e rispetto unica, come non mi era mai capitato di vedere in più di trenta anni di insegnamento. Per capire l’emozione, bisogna partire dalla loro realtà, per poi dirigersi verso l’insegnamento di altre conoscenze”. Una nota dolente: la scarsa presenza femminile all’interno del campus universitario. Non a caso la prof.ssa Sassi sta lavorando alla possibilità di attribuire borse di studio che possano agevolare l’ingresso delle donne, spesso emarginate dallo studio e la cultura. Chiusura affidata alla stessa Sassi: “Se avete intenzione di far parte di questo progetto, non fatelo per lavarvi la coscienza ma perché credete realmente nella possibilità di contribuire allo sviluppo di quel paese. Li ho imparato una parola del loro linguaggio, “Ubuntu”, che vuol dire far parte di una stessa comunità di persone. Bene, vi dico che questo progetto ci aiuta a capire che apparteniamo realmente ad una stessa comunità. Basta volerlo”. 
L’8 maggio si è tenuto un concerto di musica classica al Teatro Mediterraneo allo scopo di raccogliere fondi per l’Università di Gulu. 
Gianluca Tantillo
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