Si rivolge agli studenti dei Dipartimenti di Asia, Africa e Mediterraneo e di Scienze umane e sociali un seminario interdisciplinare per i Corsi di Laurea Magistrale, incentrato sul cinema in Nord Africa e nel Medio Oriente. Attraverso il filo conduttore della Resistenza, i film proposti riguardano tematiche attuali, pregnanti sullo scenario storico e politico internazionale, quali le lotte di liberazione, i diritti delle minoranze e la militanza femminile nel mondo arabo di oggi.
L’evento, organizzato in collaborazione da tre docenti – Francesca Ersilia, Luigia Annunziata, Anna Maria Di Tolla -, rappresenta un momento di confronto e discussione sulla questione dell’affermazione dei diritti di libertà e di autodeterminazione dei popoli: “il nostro obiettivo è creare momenti di approfondimento sulla questione palestinese attraverso la forma cinematografica. È estremamente interessante, perché, in Palestina come in Egitto e Tunisia, la produzione cinematografica ha subito dedicato attenzione a quello che accadeva alla gente, sia sotto forma documentaristica che come film di finzione. Il cinema è uno strumento di racconto ma nello stesso tempo di analisi del problema. I nostri incontri affrontano spesso il dramma di chi lascia la propria terra, e la perdita dei diritti degli emigrati è qualcosa che interessa completamente il nostro paese, basti pensare ai profughi africani di Lampedusa”, afferma la prof.ssa Francesca Ersilia, docente di Storia contemporanea dell’economia e di Gender politics in contesto islamico, introducendo la proiezione del 30 aprile, ed è proprio questo lo sfondo del film ‘My Land’ del regista marocchino Nabil Ayouch.
La storia del film coincide con la storia del regista il quale cela in sé la duplice identità israelo-palestinese. Di padre musulmano e madre ebrea, il cineasta marocchino ha sempre avuto un rapporto tormentato con lo scontro tra Arabi e Palestinesi e dall’esordio afferma: “questo conflitto non mi ha mai abbandonato. Ha forgiato la mia coscienza politica e ha risvegliato la mia capacità di rivolta. Ho a lungo tempo cercato di boicottare Israele e ad oggi sono convinto che l’ingiustizia che ha subito il popolo palestinese sia enorme”.
Prodotto nel 2011, Ayouch dirige il suo primo documentario dando voce ai rifugiati palestinesi che vivono nei campi in Libano da 60 anni, dopo aver definitivamente lasciato la loro patria nel 1948. L’occupazione dell’esercito israeliano li ha costretti ad emigrare anche in Siria e Giordania, ma in questi due paesi l’integrazione è riuscita meglio, laddove la questione più drammatica coinvolge coloro che sono emigrati in Libano: “la presenza dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) è stata fortissima negli anni ’60 fino al 1982, quando l’occupazione israeliana ha portato all’espulsione dell’OLP dai campi, aggravata in seguito dalla guerra civile libanese dal 1975 al 1990 e dal terzo conflitto israelo-libanese nel 2006”. Ciononostante, “il regista di My Land vuole comunicare come proprio l’ostilità tra i due popoli abbia formato in lui un’identità palestinese”, sottolinea la prof.ssa Ersilia.
“Nel territorio libanese esistono 12 campi ufficiali di rifugiati, tutelati dall’ONU e dall’UNRWA (The United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), che contano una popolazione di circa 260-300 mila persone alle quali non è riconosciuto lo status di cittadini. Ad essi si aggiungono i non registrati, circa 4000 persone, riconosciuti solo dall’agenzia palestinese, e coloro che sono definiti non identificabili, i quali tra l’altro non hanno nessun diritto di uscire dal paese, perché sprovvisti di passaporti. In realtà, anche gli altri paesi della Lega Araba sono restii ad accoglierli, allora i rifugiati risultano completamente dipendenti dagli aiuti umanitari”, continua la docente.
La situazione di convivenza è delicatissima e la vita dei rifugiati limitata: “non hanno documenti, quindi non possono lavorare (la disoccupazione copre più del 50% della popolazione) e non è consentito loro accedere all’istruzione o alle cure mediche se non attraverso l’assistenza privata, il cui costo è elevatissimo. Inoltre, il Libano è un paese molto piccolo e ne deriva un problema di sovrappopolazione. A peggiorare la loro condizione, dal 2007 la politica libanese ha sancito il divieto di importare materiale di costruzione nel paese: i rifugiati non hanno più una casa e non possono nemmeno costruirne una nuova. Un’ulteriore legge libanese ha impedito la pratica di professioni liberali, quindi ogni lavoro è illegale e l’incidenza della povertà è molto alta”.
L’evento, organizzato in collaborazione da tre docenti – Francesca Ersilia, Luigia Annunziata, Anna Maria Di Tolla -, rappresenta un momento di confronto e discussione sulla questione dell’affermazione dei diritti di libertà e di autodeterminazione dei popoli: “il nostro obiettivo è creare momenti di approfondimento sulla questione palestinese attraverso la forma cinematografica. È estremamente interessante, perché, in Palestina come in Egitto e Tunisia, la produzione cinematografica ha subito dedicato attenzione a quello che accadeva alla gente, sia sotto forma documentaristica che come film di finzione. Il cinema è uno strumento di racconto ma nello stesso tempo di analisi del problema. I nostri incontri affrontano spesso il dramma di chi lascia la propria terra, e la perdita dei diritti degli emigrati è qualcosa che interessa completamente il nostro paese, basti pensare ai profughi africani di Lampedusa”, afferma la prof.ssa Francesca Ersilia, docente di Storia contemporanea dell’economia e di Gender politics in contesto islamico, introducendo la proiezione del 30 aprile, ed è proprio questo lo sfondo del film ‘My Land’ del regista marocchino Nabil Ayouch.
La storia del film coincide con la storia del regista il quale cela in sé la duplice identità israelo-palestinese. Di padre musulmano e madre ebrea, il cineasta marocchino ha sempre avuto un rapporto tormentato con lo scontro tra Arabi e Palestinesi e dall’esordio afferma: “questo conflitto non mi ha mai abbandonato. Ha forgiato la mia coscienza politica e ha risvegliato la mia capacità di rivolta. Ho a lungo tempo cercato di boicottare Israele e ad oggi sono convinto che l’ingiustizia che ha subito il popolo palestinese sia enorme”.
Prodotto nel 2011, Ayouch dirige il suo primo documentario dando voce ai rifugiati palestinesi che vivono nei campi in Libano da 60 anni, dopo aver definitivamente lasciato la loro patria nel 1948. L’occupazione dell’esercito israeliano li ha costretti ad emigrare anche in Siria e Giordania, ma in questi due paesi l’integrazione è riuscita meglio, laddove la questione più drammatica coinvolge coloro che sono emigrati in Libano: “la presenza dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) è stata fortissima negli anni ’60 fino al 1982, quando l’occupazione israeliana ha portato all’espulsione dell’OLP dai campi, aggravata in seguito dalla guerra civile libanese dal 1975 al 1990 e dal terzo conflitto israelo-libanese nel 2006”. Ciononostante, “il regista di My Land vuole comunicare come proprio l’ostilità tra i due popoli abbia formato in lui un’identità palestinese”, sottolinea la prof.ssa Ersilia.
“Nel territorio libanese esistono 12 campi ufficiali di rifugiati, tutelati dall’ONU e dall’UNRWA (The United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), che contano una popolazione di circa 260-300 mila persone alle quali non è riconosciuto lo status di cittadini. Ad essi si aggiungono i non registrati, circa 4000 persone, riconosciuti solo dall’agenzia palestinese, e coloro che sono definiti non identificabili, i quali tra l’altro non hanno nessun diritto di uscire dal paese, perché sprovvisti di passaporti. In realtà, anche gli altri paesi della Lega Araba sono restii ad accoglierli, allora i rifugiati risultano completamente dipendenti dagli aiuti umanitari”, continua la docente.
La situazione di convivenza è delicatissima e la vita dei rifugiati limitata: “non hanno documenti, quindi non possono lavorare (la disoccupazione copre più del 50% della popolazione) e non è consentito loro accedere all’istruzione o alle cure mediche se non attraverso l’assistenza privata, il cui costo è elevatissimo. Inoltre, il Libano è un paese molto piccolo e ne deriva un problema di sovrappopolazione. A peggiorare la loro condizione, dal 2007 la politica libanese ha sancito il divieto di importare materiale di costruzione nel paese: i rifugiati non hanno più una casa e non possono nemmeno costruirne una nuova. Un’ulteriore legge libanese ha impedito la pratica di professioni liberali, quindi ogni lavoro è illegale e l’incidenza della povertà è molto alta”.
La parola agli studenti
In “My Land”, la loro storia si alterna a quella della nuova generazione di israeliani, nati direttamente in questi luoghi, che lottano contro i palestinesi per la stessa terra. Il risultato è un film che attraverso il dialogo esplora la guerra da un punto di vista umano: “le testimonianze dei nativi sono strazianti, il dolore è enorme, perché conservano la memoria della terra perduta. I giovani israeliani sono stranieri nel paese in cui sono nati”, commenta Salvatore Russo, studente di Lingue e Comunicazione Interculturale in Area Euromediterranea. Poi aggiunge: “è terrificante l’ingiustizia di famiglie che vivono da più di 50 anni in maniera precaria questo limbo di paura e il modo in cui i media, i libri di storia o le cronache occidentali riportino la questione. Apprezzo di questo seminario la possibilità di discutere di documentari d’impatto e non di film spettacolari, come le americanate sul conflitto Iran-Iraq”. Concorda con Salvatore il suo collega Vito Cozzolino: “Sono contento di seguire questo seminario per il mio esame di Storia e critica del cinema all’interno del programma tracciato dalla prof.ssa Annunziata. I documentari fanno vivere dall’interno ogni battaglia: per esempio, di recente abbiamo visto un film sulla rivoluzione egiziana del 2011 a Piazza Tahrir al Cairo. In quell’occasione, era come se sentissi anch’io le voci di chi stava in piazza. Era una cronaca tragica e cruenta per le repressioni sanguinose del regime ma nello stesso momento esaltante, perché i protagonisti del film più subivano violenze e più erano portati ad esasperare la loro protesta contro Mubarak. Mi ha sconvolto come sia gli egiziani sia i palestinesi siano accomunati dalla dirompente volontà di agire in comune e lottino da secoli per una vera democrazia”. “Del film My Land che abbiamo visto oggi mi ha colpito molto la testimonianza dei più anziani, che hanno subito il cambiamento sulla propria pelle. Mi ha offerto spunti per il mio esame di Storia contemporanea del Nord Africa berbero che sosterrò con la prof.ssa Di Tolla”, fa presente invece Marianna De Luca, iscritta a Scienze delle Lingue, Storia e Culture del Mediterraneo e dei Paesi Islamici. Durante il film, un nativo del villaggio Safouri in Palestina racconta: “gli ebrei ci hanno portato via tutto e hanno costruito case sulle terre che noi abbiamo coltivato per generazioni. Prima che venissero loro, le persone erano felici e per loro questa terra era un paradiso. Ricordo che i festeggiamenti per un matrimonio duravano una settimana, adesso sono liquidati in due ore”. Riprende una donna anziana del villaggio Sulsaa: “Quando sono venuti gli israeliani, io ero incinta, e quando siamo emigrati via mare ho perso il mio bambino. Il mare era l’unico passaggio non ostruito dall’Armata per fuggire dalla Palestina. Nel 1948 il clima di terrore regnava sovrano, ogni giorno case esplodevano, ogni giorno morivano persone a noi care, come se una cospirazione gravasse sulla nostra gente. Molti venivano deportati da un esercito immorale e il Libano era l’unica possibilità di salvezza”. Attualmente, però, più del 53% dei rifugiati palestinesi in Libano sono donne e hanno meno di 25 anni. “Approfondiamo moltissimo la subordinazione femminile nel mondo arabo, la scorsa volta abbiamo visto il film Militantes di Sonia Chamkhi, che narra la storia di una ragazza nella Tunisia post-rivoluzionaria”, riferisce Roberta Pellegrino, studentessa di Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa. “Parliamo spesso di donne durante il seminario e la mia tesi di laurea si incentrerà proprio sul rapporto tra i film e le identità femminili nei paesi arabi, in particolare l’Iran”, dice Annamaria Di Pasquale, iscritta a Lingue e Civiltà orientali. “Nel 2003 lessi il fumetto Persepolis di Marjane Satrapi e quando uscì il film nel 2007 ero iscritta a L’Orientale e già mi passava per la testa l’idea di realizzare un progetto di tesi su quest’argomento. Sia il fumetto sia il film sono cruciali per la risonanza che hanno avuto attraverso il debutto al Festival di Cannes, tant’è che essi hanno attirato proteste da parte del governo iraniano. La trama è di estrema denuncia: Marjane è una giovane donna e per lei si rivela impossibile vivere nel proprio paese al punto che è costretta ad emigrare in Francia”.
Sabrina Sabatino
Sabrina Sabatino








