Incontro con il magistrato Raffaele Cantone

“Solo per giustizia” è il libro del magistrato di Corte d’Appello Raffaele Cantone, presentato il 19 dicembre presso la Facoltà di Architettura di Aversa, a chiusura del corso di Diritto amministrativo e urbanistico del prof. Mario Spasiano, in un incontro-dibattito dal titolo ‘Territorio Edilizia Legalità Sviluppo’ che ha avuto l’obiettivo di discutere del rapporto tra la malavita organizzata, l’imprenditoria e l’edilizia. “E’ un incontro – ha detto la prof.ssa Cettina Lenza, Preside della Facoltà – che ha un grande valore simbolico per la comunità aversana. Tutti noi non dobbiamo avere una concezione tecnica e distante della giustizia, perché la giustizia non è cosa che si delega ad altri, ma si esercita… Alla Facoltà di Architettura, ci auguriamo di formare professionisti che non soltanto abbiano le giuste capacità tecniche ma anche comportamenti etici”. E il racconto di Cantone, “esprime un’esigenza di vita, –spiega il prof. Spasiano – è la storia di un impegno. Non è un libro scritto da un eroe, piuttosto un libro nel quale emergono anche limiti, difetti e battaglie interiori dell’autore, nel tentativo di ricondurre le sue aspirazioni nell’attività quotidiana, è un libro che dà una speranza e un senso…”. 
Cantone, originario di Giugliano, ha ricoperto per otto anni – dal 1999 al 2007 – l’incarico di Pubblico Ministero presso la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Napoli, conducendo importanti indagini contro la camorra napoletana e casertana. “Solo per giustizia”, comincia con il racconto dell’ultimo giorno alla DDA: ripercorrendo la sua esperienza, Cantone mostra in che modo un bravo studente di Giurisprudenza che voleva addirittura fare l’avvocato sia finito per diventare il nemico numero uno dei boss di Mondragone e Casal di Principe, più di una volta minacciato di morte e, da anni, costretto a vivere sotto scorta insieme ai familiari. “Ho voluto dare un’immagine reale della situazione. – afferma Cantone, alla platea studentesca – Abitando a Giugliano, ho sempre vissuto a cavallo del casertano, in un territorio che ha subito l’onda del massacro camorristico. Una zona, questa, che, negli ultimi tempi è sotto i riflettori. Ma non ci illudiamo perché presto non se ne parlerà più, anche se non si potrà più fingere che certe cose non esistono”. Il nodo della camorra casertana resta il rapporto impresa-malavita organizzata che poi, dice Cantone, “si evolve e diventa camorra-politica”. “L’imprenditore mafioso ha un buon  background culturale, – continua il giudice – ha la possibilità di creare posti di lavoro, di creare indotti non ai camorristi ma alle persone comuni e ciò non può che innescare il meccanismo del consenso. E’ un circolo vizioso che consente alle organizzazioni malavitose di sostituirsi allo Stato, di svolgere l’importante funzione di intermediazione sociale e operare il controllo. E questo è, a mio avviso, l’aspetto sul quale bisogna intervenire”. Ma bisogna avere un grande coraggio per farlo. “La criminalità organizzata ha una grande capacità di fare impresa e si inserisce molto bene nel nostro Pil. Per questo motivo, bisognerebbe avere un grande coraggio per intervenire. L’approccio semplicistico dello Stato non risolve nulla…”. 
Presente al dibattito, anche il sostituto procuratore della Repubblica di Napoli Giuseppe Canonico, secondo il quale “la soluzione del problema non passa per vie istituzionali. Ognuno di noi deve dare una risposta personale a questa situazione, l’unico momento collettivo può essere quello dell’informazione, della conoscenza dei fatti, della memoria”. Ma la camorra conviene o no? E’ la domanda che arriva da uno studente di Architettura. “Non conviene nemmeno dal punto di vista utilitaristico, – risponde Cantone – i ragazzi che entrano a far parte dei clan sono destinati, nella quasi totalità dei casi, a morire giovani in guerre definite da altri. Prendiamo, ad esempio, realtà come quelle di Secondigliano dove la droga è un sistema economico, dove i ragazzi fanno le vedette, ad un’età in cui non capiscono che lo scintillio è finto. Come si fa a convincere uno di questi giovani, che ha imparato ad avere un guadagno facile, a lavorare come operaio in nero per trecento euro al mese?…”. Dunque, manca proprio la concezione della vita. “Non c’è un’alternativa concettuale, non si comprende la maniera di spendere la vita diversamente”, secondo l’opinione di Canonico. E allora, chiede un altro studente, “oggi, è ancora possibile credere in un cambiamento radicale che investa Terra di Lavoro, o ormai è un paradiso distrutto?”. “Non bisogna essere pessimisti agli eccessi – conclude Cantone – nell’innescare un cambiamento, l’aspetto educativo ricopre un ruolo fondamentale, anche negli esempi”. 
Maddalena Esposito
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