La guerra vista dalle donne

“La guerra vista dalle donne, reporter di guerra”: è il tema intorno al quale saranno incentrati quest’anno i seminari di giornalismo organizzati dalla Facoltà di Lettere dell’Orientale, nell’ambito del Corso di laurea specialistica in Comunicazione interculturale. Incontri che già gli scorsi anni hanno visto la presenza di ospiti illustri del giornalismo italiano e che stavolta puntano alle reporter di guerra per stampa e televisione; “una scelta che coincide con l’anno europeo delle pari opportunità”, spiega la prof.ssa Anna Maria Valentino, promotrice dei seminari. Quest’anno potrebbero esserci Giuliana Sgrena e Giovanna Botteri: ma bisognerà aspettare fino all’ultimo per le conferme. Nel frattempo, il 12 aprile il ciclo di incontri è stato aperto da Marco Ferri che introduce il laboratorio di giornalismo con una visione su “Comunicazione e guerra – Il fronte interno”.  Esperto di strategia pubblicitaria dalla lunga carriera, attualmente nell’Agenzia Lowe Pirella, davanti agli studenti Marco Ferri procede ad una sistematica messa in discussione delle pratiche mediatiche più diffuse, in tempo di guerra ma non solo. Si parte con il conflitto in Iraq, iniziato “dichiaratamente per i profitti del post- ricostruzione”, afferma Ferri, così come è sempre stato noto, anche se non divulgato dai nostri media, il traffico di petrolio tra i pozzi iracheni e le compagnie europee con parte dei profitti versata a Saddam Hussein: “abbiamo fatto la guerra per liberare un popolo da un dittatore a cui davamo il 10% perché ci serviva la benzina”. Una situazione che, secondo Ferri, spiegherebbe anche l’attacco ai militari italiani a Nasiriyah: l’Eni continuava a prelevare il petrolio ma senza pagare ai capi-tribù quello che un tempo veniva versato a Hussein: “dopo l’attentato l’Eni ha ricominciato a pagare. Ma, ha detto esplicitamente un portavoce, l’attacco non era diretto contro il governo italiano bensì contro l’Eni”, continua Ferri. In generale, spiega il pubblicitario, il controllo della comunicazione è sempre stato importante in tutte le epoche per mantenere il potere economico e militare; ma l’uso che ne viene fatto nel nostro tempo non ha precedenti. “Attraverso la comunicazione è passata l’idea che era giusto, era ‘moderno’ arrivare ad una precarizzazione totale del lavoro; è passata l’idea che per uno straniero vivere e lavorare nel nostro paese è qualcosa che va guadagnato. Accettiamo di pagare cifre troppo alte per le operazioni bancarie; abbiamo accettato l’idea che c’è qualcosa di immorale nella convivenza senza matrimonio, mentre ci viene proposto un ritorno ad un’idea di famiglia come entità del tutto astratta, pubblicitaria, precotta: ma a minacciare realmente la famiglia è la mancanza di un reddito per i giovani o gli scandali finanziari come quello della Parmalat che mandano in fumo i risparmi”. Ferri ne ha soprattutto per il sistema televisivo italiano che promuove “un’organizzata disattenzione ai problemi reali. Il tg dice cose terribili ma tanto prima e dopo ci sono le signorine ammiccanti degli altri programmi: l’informazione è uno spot”. Una televisione che continua a “presupporre l’idiozia dello spettatore” come scusa per non innalzare il livello dei programmi, e che mantiene il monopolio della stragrande maggioranza della pubblicità. 
Si apre lo spazio per le domande: la prima, provocatoria ma assolutamente pertinente, è quella di una ragazza che gli chiede se si senta a posto con la sua coscienza di pubblicitario. E anche altri dopo gli chiedono come riesca ad applicare le sue idee nel suo campo di lavoro, e come pensa sia possibile inserirsi lavorativamente nel campo della comunicazione. “Anche se fossi medico o avvocato probabilmente non mi starebbero bene diversi codici di comportamento della mia categoria. Ma la pubblicità non è di per sé un persuasore occulto, l’importante è lasciare la possibilità di scegliere, con intelligenza e ironia, trattando l’acquirente come un adulto alla pari e non come un bambino da stordire, esponendosi anche alla disapprovazione”, risponde Ferri. 
Viola Sarnelli
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