La scomparsa del prof. Mario Coltorti, il padre delle transaminasi

E’ morto ai primi di gennaio il prof. Mario Coltorti, professore ordinario in Semeiotica Medica (1971-1980), poi in Patologia Medica (1981 – 1985), poi in Clinica Medica (1986 – 1994) nell’Università di Napoli. Nato nel marzo del 1926 a Civitanova Marche, fu dapprima allievo di Cesare Frugoni a Roma e poi a Napoli, negli anni ‘50, di Flaviano Magrassi nell’Istituto di Patologia Medica dell’Università Federiciana dove, insieme a Giuseppe Giusti ed a Fernando De Ritis, nel 1955, scoprì le transaminasi, pietra miliare nella diagnostica delle malattie del fegato. Gli interessi scientifici del prof.Coltorti si rivolsero alle malattie del fegato e dell’apparato digerente, a quelle del connettivo, alla metodologia diagnostica, alla pedagogia e all’etica medica. 
La sua scomparsa ha destato grande commozione nel mondo accademico. 
Di seguito pubblichiamo il ricordo del prof. Luigi Finelli, docente a Medicina del Federico II.
Il ricordo di
un Maestro
“Circa tre anni fa ho incontrato il prof. Mario Coltorti, ospite della mia trasmissione di medicina e cultura ‘Ippocrate’. Si parlava di etica e medicina e fu in quell’occasione che ebbi modo di rafforzare il mio rapporto di conoscenza con un docente che era stato molti anni addietro il mio maestro. Un maestro dotato di eccellenti doti comunicative e di una cultura scientifica ed umanistica rara, esempio di alchemico incontro tra il mondo della scienza e quello della sensibilità.
Nei tempi che seguirono ho frequentato anche per ragioni professionali e familiari il professore Coltorti affidandogli spesso alcune miei riflessioni e chiedendo consigli professionali ed ogni volta l’incontro è stato una lezione magistrale scientifica ed umana rafforzando ancor di più la stima verso il medico ed il filosofo.
Negli ultimi tempi della sua carriera di illustre clinico Coltorti aveva capito che era estremamente necessario mettere a servizio del mondo accademico le sue capacità didattiche e si era dedicato ad ‘insegnare ad insegnare’. Lo faceva tenendo corsi teorico-pratici con lezioni e test a cui partecipavano, soprattutto negli anni ’90, numerosi docenti provenienti da tutti gli atenei italiani. Aveva compreso che le Università sfornavano docenti a cui non era stato mai trasferito l’insegnamento della docenza che, per molti, era frutto di esperienza personale e di emulazione dei cosiddetti vecchi baroni a cui certamente non mancavano né le capacità dialettiche né la cultura.
In quel tempo la mia generazione aveva ancora dei riferimenti e speranze di futuro. Era il tempo del credere, del fare piuttosto che dell’apparire. Era il tempo in cui ancora era il medico che inquadrava ed identificava la malattia, l’ultimo stralcio di quella generazione che aveva imparato a colloquiare con il paziente e ad usare le mani, che aveva ancora nella semeiotica medica il principale alleato di conoscenza per una corretta diagnosi.
Coltorti era ancora il clinico che pensava che la medicina accoglie, accompagna, sostiene e preserva l’uomo durante tutte le fasi della sua vita, spunti e riflessioni su problematiche attuali, spesso inquietanti, che interpellano la nostra stessa vita. 
Di fronte a questo tessuto umano e sociale, si pone con profonda convinzione di fede e con sensibile umanità per individuare strade possibili e percorribili consone alla dignità dell’uomo, anche non credente. Realismo ed ottimismo si fondono nel suo pensiero  per una superiore visione di vita.
Impareggiabile maestro, ma soprattutto ricco di una spiccata umanità e della conoscenza profonda del bene.
Avrebbe sicuramente apprezzato se qualcuno avesse ricordato il suo insegnamento usando le parole di J. S. Mill: “La sola libertà che meriti questo nome è quella di perseguire il nostro bene a nostro modo, purché non cerchiamo di privare gli altri del loro o li ostacoliamo nella loro ricerca. Ciascuno è l’unico autentico guardiano della propria salute sia fisica sia mentale e spirituale. Gli uomini traggono maggior vantaggio dal permettere a ciascuno di vivere come gli sembra meglio che dal costringerlo a vivere come sembra meglio agli altri”.
Luigi Finelli 
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