Medicina, molta teoria poca pratica?

Campioni di pratica all’estero, ottimi teorici gli studenti italiani? Dubbi, perplessità e pareri discordanti, sono emersi durante una chiacchierata con studenti e docenti di Medicina, nella sede di S. Andrea delle Dame, una delle più gloriose strutture dello scenario universitario campano. Luoghi storici  del sapere medico, aule dove si sono formati i docenti che a loro volta hanno fatto scuola. Luoghi in cui, come afferma il prof. Sergio Minucci, “si è respirato e si respira tuttora, l’aria di un Ateneo da cui sono germogliate tante altre facoltà mediche”. Sant´Andrea, Santa Patrizia, i musei di Anatomia, di Farmacologia, di Odontoiatria, i laboratori, dove, giorno dopo giorno, operano centinaia di ricercatori. Il centro nevralgico, però, resta proprio il complesso di Sant’Andrea dove è attivo anche un polo della ricerca internazionale a cui sono collegati tre importanti centri: Applicazioni tecnologiche-industriali di biomolecole e biosistemi, Genomica funzionale, produzioni agroalimentari e un centro sulle malattie cardiovascolari. Proprio in questo complesso, culla della medicina napoletana, il confronto tra pratica e teoria ha avuto un responso nettamente a favore della prima. “Rispetto alle altre facoltà europee, il problema che maggiormente avvertiamo, è quello relativo agli spazi. E’ come un grande puzzle, a cui sembrano mancare sempre dei pezzi. Mancano gli spazi, mancano, di conseguenza, le strutture. Mancano quelle, manca a noi la pratica”. A parlare è Genny, 23 anni del Corso di laurea triennale in Fisioterapia. La sua, però, non è una voce fuori dal coro. Anche l’opinione di Andrea e Serena, incontrati all’uscita dal Dipartimento di Medicina Sperimentale, non è tanto diversa. “Gli unici contatti che ho avuto con la pratica, sono stati al vecchio Policlinico, quando ho fatto Medicina Interna. Per il resto, tanti libri e buoni consigli”, sostiene Andrea che è del vecchio ordinamento. “La situazione, per quanto possano far credere il contrario, – aggiunge Serena- è la stessa anche alla Federico II. E’ il sistema italiano che è sbagliato. Magari da loro c’è un approccio diverso nei confronti di una o più materie, ma, più o meno, le cose sono sempre le stesse”. “Rispetto a prima, la situazione è nettamente cambiata. La nuova offerta didattica favorisce di gran lunga la pratica – ribatte il prof. Minucci- Ora gli studenti, in virtù di corsi e di esami molto più accorpati, hanno la possibilità di avere un contatto non solo più diretto, ma anche più frequente con il paziente. Certo, rispetto alle università straniere, siamo ancora un po’ indietro, ma non giudico questo, come un fattore negativo. Le differenze sono facilmente riscontrabili se si guarda agli scambi di studenti che si realizzano con il programma Erasmus. I nostri studenti, quando vanno all’estero sono molto più preparati teoricamente, e pur facendo poca pratica, riescono comunque a mettersi al passo degli stranieri. Attualmente sono 70, gli studenti dell’Ateneo, scelti per merito e per conoscenza delle lingue, che sono in procinto di andare all’estero”. Tornando agli studenti, il parere di Vincenzo, appena uscito dal Laboratorio di farmacologia cardiovascolare. “Il problema non è tanto sulla quantità della pratica, ma sulla qualità. Negli ultimi anni, effettivamente qualcosa sta cambiando, ma è ancora poco. Credo che ci dovrebbe essere una maggiore cooperazione tra le varie aziende ospedaliere. A noi, purtroppo capita di lavorare qualche volta al vecchio Policlinico, o al massimo al Monadi. Credo che ci sia bisogno di più esperienza”. Silvana, studentessa di Biochimica, promuove la sua facoltà: “sinceramente mi trovo veramente bene. Magari sarà anche vero che la Federico II è strutturata   in modo da avere un taglio molto più simile a quello europeo, ma ripeto, non rinnego le mie scelte. I professori, questa struttura fanno di questa facoltà, un vero punto di riferimento in campo medico”. 
Una situazione pressoché ottimale è quella descritta dal prof. Lucio Quagliuolo, che afferma: “una migliore e più equa distribuzione tra le ore di teoria e quelle di pratica è, indubbiamente, la scelta migliore, ma, credo che bisogna dare, prima di tutto, degli strumenti teorici che possano agevolare il rapporto dello studente con il paziente, che è, logicamente, un utente involontario e che quindi va analizzato nel suo complesso”. Chi ritiene soddisfacente l’offerta teorica e pratica è il prof. Mario Maj: “le attività professionalizzanti nel nostro corso di laurea sono aumentate considerevolmente negli ultimi anni, anche se la situazione è differente per le varie discipline. Per quanto riguarda in particolare la psichiatria, noi forniamo una gamma molto ampia di attività professionalizzanti, che comprende non solo l’approccio al paziente psichiatrico e il riconoscimento dei principali sintomi delle patologie mentali, ma anche la prevenzione del suicidio, il counselling sui problemi di comportamento alimentare e il counselling per le famiglie delle persone con disturbi mentali”. 
Gianluca Tantillo
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