Ma davvero il voto preso ai primi anni condiziona la carriera di uno studente universitario?

La riflessione proposta dalla studentessa della Federico II merita attenzione, perché tocca un tema sentito da molti studenti: il peso del voto d’esame nella costruzione della propria carriera universitaria e professionale. È comprensibile che uno studente possa avvertire come penalizzante un voto ottenuto nei primi anni, magari in una fase di minore maturità, di minore consapevolezza del metodo di studio o di maggiore pressione emotiva.

Ed è vero che ogni valutazione contribuisce alla media e, dunque, può incidere sul voto finale di laurea. Tuttavia, viene da chiedersi: davvero uno o più voti ottenuti nei primi anni condizionano in modo decisivo il futuro di uno studente? In realtà, sarebbe quanto mai singolare se così fosse. Il voto conta. Sarebbe sbagliato negarlo. Conta perché misura, in un determinato momento, il livello di preparazione raggiunto. Conta perché contribuisce alla media. Conta perché può avere un peso in alcune selezioni, in alcune graduatorie, in alcuni percorsi successivi. Ma altra cosa è ritenere che il voto sia il fulcro della vita universitaria o che un singolo esame possa definire in modo irreversibile il valore, il futuro e la crescita di uno studente.

Il voto di laurea è davvero, oggi, la discriminante decisiva per trovare lavoro, costruire una carriera o superare un concorso? A ben vedere, non sempre. Anzi, spesso no. Nei concorsi pubblici, ad esempio, il percorso di selezione si fonda innanzitutto su prove scritte e orali. Solo dopo il superamento delle prove, il voto di laurea e altri titoli possono eventualmente incidere sulla graduatoria finale.

Ma ciò che consente a un candidato di emergere in un concorso impegnativo – si pensi alla magistratura, al notariato o ad altri percorsi altamente selettivi – non è il singolo voto preso a un esame del primo anno. È piuttosto il bagaglio culturale complessivo, la maturità di pensiero, la capacità di ragionamento, la profondità della preparazione.

“Una comunità nella quale il sapere trova casa”

Ed è proprio qui che forse occorre spostare il punto di osservazione. L’Università non dovrebbe essere percepita soltanto come il luogo in cui si sostengono esami e si accumulano voti. L’Università è, o dovrebbe essere, una comunità nella quale il sapere trova casa. Non è fatta soltanto di aule, professori, appelli e verbali. È fatta di incontri, relazioni, studio condiviso, confronto tra discipline, crescita personale e culturale.

Il frontone della Federico II reca una formula che dice molto dell’idea stessa di Università: Ad scientiarum haustum et seminarium doctrinarum, tratta dalle Licterae generales con cui Federico II annunciò, nel 1224, l’istituzione dello Studium napoletano. Già ottocento anni fa, l’Università era immaginata come ‘la fonte delle scienze e il vivaio dei saperi’.

L’Ateneo, dunque, non è soltanto un’aula, un appello d’esame o un verbale: è il luogo in cui ci si abbevera al sapere e in cui i saperi vengono coltivati. Quella formula ricorda come l’esperienza universitaria non possa ridursi alla somma aritmetica degli esami sostenuti. L’esame, in questa prospettiva, non dovrebbe essere vissuto come una lotta tra il professore che tende tranelli per ‘bocciare’ e lo studente che combatte per superare un ostacolo. Dovrebbe essere, piuttosto, una verifica del sapere: un momento certamente serio, ma il più possibile sereno, nel quale si accerta un percorso di studio.

Questo non significa sminuire il valore della valutazione. Al contrario: proprio perché il voto ha un peso, esso dovrebbe essere inserito in un contesto formativo equilibrato, nel quale la prova d’esame non diventi un evento vissuto con ansia sproporzionata, ma una tappa di un cammino più ampio. Il problema, forse, non è soltanto se si possa o meno ripetere un esame già superato per migliorare un voto. Il problema è chiedersi perché, sempre più spesso, l’attenzione degli studenti sia concentrata quasi esclusivamente sulla prestazione valutativa, mentre passa in secondo piano tutto ciò che l’Università dovrebbe offrire intorno e oltre l’esame.

“Gli studenti sono il respiro stesso dell’Università”

Durante i lunghi mesi dell’emergenza Covid, quando la didattica a distanza aveva svuotato aule, biblioteche, corridoi e luoghi di incontro, descrissi su Il Mattino l’Università con un aggettivo: esangue. Senza sangue, senza forza, senza calore. Era l’immagine di un Ateneo privo dei suoi studenti, dei loro passi, delle loro voci, delle loro attese prima di un esame, delle loro paure, delle loro gioie, delle loro delusioni, dei loro incontri casuali nei corridoi, nei bar, nelle biblioteche, nelle sale studio.

Quella riflessione coglieva un punto essenziale: gli studenti non sono semplicemente utenti di un servizio formativo. Sono il respiro stesso dell’Università. Senza di loro l’Ateneo può continuare a produrre lezioni, esami, verbali, riunioni, atti amministrativi. Ma perde la sua forza vitale. Perde quella funzione sociale di crescita culturale e interpersonale che nessuna piattaforma digitale e nessuna procedura valutativa possono sostituire. L’Università vive nel momento in cui gli studenti la attraversano, la abitano, la trasformano.

Vive negli studenti che si scambiano appunti prima di un esame, in quelli che discutono animatamente dopo una lezione, in chi festeggia un risultato e in chi trova conforto dopo una prova andata male. Vive nelle amicizie nate in aula, nei gruppi di studio, nei progetti condivisi, nelle carriere che un giorno si incrociano di nuovo, nelle start-up fondate da ex compagni di corso, nelle collaborazioni nate da una conoscenza casuale.

Dovremmo allora parlare di più degli spazi universitari. Dei luoghi di aggregazione che mancano. Delle biblioteche, delle sale studio, degli ambienti in cui gli studenti possano incontrarsi, discutere, costruire relazioni. Perché uno dei patrimoni meno considerati dell’esperienza universitaria è proprio il capitale umano che si conosce. In un grande Ateneo generalista come la Federico II, questo capitale è enorme. Uno studente di fisica può incontrare un medico, un veterinario, un filologo, un giurista, un ingegnere.

Da questi incontri possono nascere idee, collaborazioni, percorsi inattesi. È anche questo che forma una persona. È anche questo che costruisce il futuro. L’attrattività di un Ateneo, infatti, non si misura soltanto attraverso le classifiche, i Corsi di Laurea, il numero degli immatricolati o gli indicatori di performance. Si misura anche nella qualità della comunità che riesce a creare, nei servizi che offre, nella capacità di accogliere gli studenti, di farli sentire parte di un percorso comune, di accompagnarli non solo verso un titolo, ma verso una crescita piena.

Su questo dovrebbero convergere studenti, docenti e governance universitaria: sulla costruzione di un ambiente nel quale lo studente non sia soltanto destinatario di lezioni ed esami, ma parte attiva della vita dell’Ateneo. Uno studente che partecipa, propone, si confronta, vive gli spazi universitari e contribuisce alla comunità accademica cresce meglio. E, quasi naturalmente, studia meglio, apprende meglio, ottiene anche risultati migliori.
In questa prospettiva, il voto non scompare e non va svalutato.

Conta, certo. Ma diventa una parte del percorso, non il suo unico obiettivo. È più facile che arrivino buoni voti quando lo studente vive l’Università come un luogo accogliente, stimolante, ricco di relazioni e di opportunità. È più facile che maturino competenze solide quando l’ambiente favorisce fiducia, curiosità, senso di appartenenza e collaborazione.

Allora sì, il voto conta. Ma non può diventare l’unico orizzonte dell’esperienza universitaria. Se tutto si riduce alla possibilità di migliorare un numero, rischiamo di perdere di vista il senso più profondo dell’Università: non una macchina per produrre medie, ma una comunità viva, nella quale il sapere, le persone, i servizi, gli spazi e le relazioni contribuiscono insieme alla crescita dello studente.

Perché gli studenti non sono soltanto coloro che sostengono gli esami. Sono il respiro dell’Università. E senza quel respiro, l’Università diventa davvero esangue.

Prof. Giuseppe Cirino
Delegato al Diritto allo Studio
Università Federico II

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Ateneapoli – n.9-10 – 2026 – Pagina 4

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