Napoli e gli armeni: un insegnamento che ritorna dopo 40 anni

È cominciato lo scorso 4 marzo un Laboratorio di Lingua Armena Classica tenuto dal prof. Giancarlo Schirru, docente di Linguistica Generale. Si tratta di un corso elementare di armeno, una delle più antiche lingue della famiglia indoeuropea, introdotto nell’offerta formativa con l’obiettivo di “arricchire il mosaico di lingue orientali antiche” presso l’Ateneo. Una possibilità proficua per gli studenti che coltivano un interesse particolare nell’ambito degli studi storico-comparativi per approfondire “una varietà (detta grabar nella tradizione locale) risalente al V secolo d.C., in cui furono scritti testi letterari dal greco, dal persiano, dall’ebraico e dal latino che ci sono, peraltro, pervenuti soltanto nella traduzione in questa lingua”, spiega il linguista. Tra le altre testimonianze letterarie classiche, “vi sono anche una traduzione armena della Bibbia, testi del cristianesimo armeno e della storia antica e tardoantica dell’Armenia”. Una lingua ricca di fascino per i suoi contatti con il rito liturgico e che “vanta un legame storico con Napoli, città che conserva la principale reliquia di San Gregorio Armeno, nell’omonima Chiesa sita nel Centro storico” (conosciuta come Santa Patrizia). Ragione per cui questa lingua non ha mai smesso di attrarre la curiosità dei filologi e dei linguisti.
L’armeno classico si rivela inoltre un’ottima base di comparazione tra lingue corradicali: “Il Laboratorio vuole essere un punto di partenza per approfondire le connessioni linguistiche in tutto il ramo indoeuropeo, compresa la nostra lingua”. Un valore aggiunto per il Dipartimento di Asia, Africa e Mediterraneo – all’interno del quale il Laboratorio si colloca – e che va a reintegrare una disciplina che “mancava a L’Orientale da circa 40 anni. Qui vi insegnò dal 1968 lo studioso e glottologo Giorgio Cardona”. Il Laboratorio prevede una serie di lezioni frontali a cui seguiranno esercitazioni con difficoltà progressiva. Tuttavia, non si richiedono ai frequentanti determinate conoscenze preliminari. “Come primo step, insegnerò la scrittura in grafia armena, leggeremo attraverso la traslitterazione, dopodiché si procederà con l’analisi linguistica, passando più in avanti alla traduzione di piccole frasi e poi periodi più complessi, proprio come se fosse una lezione di latino o greco antico”. Un insegnamento, l’armeno classico, che incrocia i contributi di molte altre discipline: “oltre alla linguistica storica, altri filoni d’interesse si ravvisano nell’ambito storico-religioso. Come il siriaco o il copto, costituisce un’enorme risorsa per gli studi sul cristianesimo orientale”. Analogamente, il ritorno di questa disciplina all’Università contribuisce al consolidamento del comparto antichistico, “dati i suoi rapporti con la filologia classica e la storia antica”, comprese le storie dell’arte, dell’architettura e della scrittura. Situato nella regione caucasica, tra Europa e Asia, “il Paese armeno offre interessanti spunti per tutte le materie dedicate al Vicino Oriente”, su cui di recente il Dipartimento ha riposto una maggiore attenzione. “Dopo l’introduzione dei nuovi insegnamenti di Lingua Georgiana e Lingua Mongola, si spera che col tempo anche Napoli possa figurare tra le sedi nazionali provvista di un punto di riferimento per l’armenologia”. In quali altri luoghi d’Italia si studia? “Ci sono corsi e seminari a Bologna, Pisa, Venezia e Milano. Ma ancora nessuno al Sud”, laddove risulterebbe invece strategico attrarre richiamo sul mondo centro-asiatico e post-sovietico. Intense le relazioni bilaterali con istituzioni armene nel quadro della cooperazione accademica: “Abbiamo avuto già ospite qui un docente di Erevan, che ritornerà nel prossimo semestre. Abbiamo fatto richiesta all’Agenzia Erasmus di sostenere la possibilità di scambio con alcuni Atenei della capitale, tra cui l’Università russo-armena”. Contatti da cui potrebbero, in seguito, nascere titoli di laurea congiunti e ulteriori occasioni di studio all’estero. “Anche se l’armeno non è una lingua che accoglie grandi numeri, sarebbe significativo mantenerlo. Perché dietro ogni lingua c’è un nuovo mondo, di cui bisogna valorizzare la storia e la cultura, impedendo che le sue peculiarità uniche e irripetibili siano oscurate dal peso di altre identità nazionali”, conclude il prof. Schirru.
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