Odifreddi e Greco ai Seminari di Giornalismo

Continuano anche nel 2009 gli appuntamenti del Seminario di Giornalismo organizzato dai professori Anna Maria Valentino e Massimo Pettorino nell’ambito del Corso di Laurea specialistica in Comunicazione interculturale. Appuntamenti, quelli di quest’anno, tutti dedicati al giornalismo scientifico e alla divulgazione dei saperi, che hanno visto concentrarsi nei due incontri di febbraio due personaggi di massimo spicco nel campo della divulgazione scientifica: Piergiorgio Odifreddi e Pietro Greco.
Può darsi che molti non ricordino il nome di Odifreddi, ma difficilmente se lo si è visto in una delle sue numerose apparizioni televisive si dimenticherà l’umorismo irriverente e l’ostinato razionalismo con cui esercita la sua attività di divulgatore delle scienze dure e pure. Da docente di matematica e logica infatti, professione che ha esercitato sia nell’università della sua nativa Torino che negli Stati Uniti, Piergiorgio Odifreddi si è trasformato in un comunicatore a 360 gradi, che riesce a rendere affascinante la matematica al grande pubblico attraverso saggi e articoli, partecipazioni a programmi televisivi e radiofonici, festival scientifici e spettacoli teatrali. La sua posizione è più o meno la seguente: la matematica è dappertutto all’interno della nostra vita quotidiana, e se solo la smettessimo di guardare i numeri con diffidenza la nostra vita ne guadagnerebbe in razionalità e comprensione degli eventi. Ovviamente però, spiega “Il matematico impertinente” (dal nome di un suo libro) nel corso dell’incontro del 5 febbraio a L’Orientale, poiché la nostra società è intrisa di pregiudizi contro la matematica e le “scienze dure” in generale, “devo aggirare l’ostacolo, parlando di matematica mentre fingo di parlare di tutt’altro”. Spiega Odifreddi, “l’idea è dimostrare come la matematica possa affiorare anche in campi percepiti come espressioni della cultura. Perché grazie a Benedetto Croce si è radicata in Italia l’idea che chi deve comandare deve studiare cose inutili come il latino e il greco, e solo a chi va a lavorare sono destinate le nozioni tecniche e scientifiche. Da lì è nata la divisione tra cultura classica, intesa come dominante, e scientifica, considerata minore. Tutte superstizioni da superare per far vedere come una materia così ostica come la matematica si ritrovi in realtà ovunque: in letteratura, in pittura, in filosofia”. Irrefrenabile, il matematico intrattiene e argomenta, saltando da un esempio all’altro, per dimostrare come la matematica partecipi a tutte le arti: dalla pittura – “la prospettiva non è altro che una formula per trasformare le tre dimensioni in due” – alla musica – “c’è la famosa storia di Pitagora che entrando nella bottega di un fabbro cominciò ad esaminare i suoni emessi da martelli di peso diverso, e si accorse che al doppio del peso corrispondeva un intervallo armonico di un’ottava” – per non parlare della letteratura – “l’aspetto più affascinante non è quando si utilizzano temi matematici nella trama, ma quando l’intero libro si basa su una struttura matematica”. E ‘costringe’ tutta la platea dell’Orientale, che non si cimentava con numeri e tabelle probabilmente dal liceo, ad un esercizio matematico per ricostruire il meccanismo utilizzato in un libro di Pereq, che come Queinau o Calvino ha impiantato l’intreccio del proprio romanzo su un’intuizione del matematico Claude Berge. Insomma, conclude Odifreddi, la matematica è parte della vita quotidiana, e può aiutare a capire meglio “dove sta il trucco” in molte situazioni, dai sondaggi all’interpretazione dei dati statistici; basta abituarsi a non temere i numeri. Questo non vuol dire essere matematici in tutto: “l’ideale è una via di mezzo tra razionalità e irrazionalità”, sostiene Odifreddi, “perché un eccesso di razionalità e programmazione produce paradossalmente lo stesso risultato del caos”.
Greco: l’importanza
della divulgazione
Ad addentrarsi più specificamente nei meccanismi che regolano il mestiere del comunicatore scientifico di professione è invece Pietro Greco, direttore del Master in comunicazione scientifica della SISSA di Trieste. Che comincia con il tracciare la storia del rapporto tra scienza e media, sempre più ravvicinato nel corso dei secoli: dalle divulgazioni di Galileo, che ci teneva a diffondere i risultati delle sue scoperte anche ai non-esperti, fino a quando negli anni ’70 un movimento all’interno della comunità scientifica teorizzò la necessità di rompere la torre d’avorio in cui si erano chiusi fino a quel momento gli uomini di scienza, chiamando a partecipare alle scelte della ricerca anche attori esterni. “In quel periodo”, spiega Greco, “nacquero i primi modelli teorici, come quello chiamato ‘Rio delle Amazzoni’, perché seguiva un percorso che dalla fonte (della conoscenza) arrivava al mare (del pubblico). Un modello troppo ingenuo e semplicistico, perché da una parte non prevedeva nessun tipo di dialogo o confronto con chi doveva ‘ricevere’ questa forma di alfabetizzazione, e dall’altra, per quanto mirasse a rendere la scienza più ‘vicina’ alla società, non prevedeva che un pubblico più istruito è spesso anche più critico. I nuovi modelli sono invece impostati sulla partecipazione e sul dialogo, e prevedono sempre più che gli stessi scienziati debbano dedicare una parte delle loro competenze alla divulgazione verso il grande pubblico”. La comunicazione non è più considerata quindi come qualcosa di estraneo, ma come parte coessenziale della professionalità dello scienziato, che può adoperare la scrittura, la televisione o la comunicazione telematica a seconda dei suoi scopi. Una nuova fase che corrisponde all’era dell’informazione e delle conoscenze, “caratterizzata da una ricchezza mai vista sul pianeta ma anche da un’inaudita disuguaglianza nella distribuzione delle risorse”. Mai come oggi, sostiene Greco, la scienza definisce questioni fondamentali per la cittadinanza, che a sua volta è chiamata ad esprimersi: il punto è che dovrebbe arrivarci ben informata, per poter partecipare con cognizione di causa. E in questo nodo si inserisce l’attività dei comunicatori scientifici. Il bisogno sociale diffuso di conoscenza scientifica, che ha il suo complementare nel bisogno degli scienziati di avere consensi e fondi per le ricerche, rende necessario adottare nuovi modelli: se negli anni ‘70 si parlava del Rio delle Amazzoni, oggi si potrà parlare invece della comunicazione pubblica della scienza come un “arcipelago di isole che rappresentano i gruppi sociali, connesse tra loro da ponti di comunicazione”, sostiene Greco. Una immagine che rende conto della complessità dei molti elementi connessi tra loro, dalla pubblicità (il 15% degli spot utilizza dati scientifici) alla comunicazione istituzionale. “La difficoltà è quella di trovare un equilibrio tra il rigore della scienza e la comprensibilità del linguaggio comune”, conclude Greco. 
Viola Sarnelli
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