Opar, l’Open Archive de L’Orientale

OPAR, ovvero Orientale Open Archive, è l’archivio digitale dell’Orientale, “il cui nome richiama la fantastica e misteriosa città di Opar di un libro di Edgar Rice Burroughs, oltre che una piantina semplice e riservata che non tutti notano”, spiega il prof. Alberto Manco, curatore del progetto e docente di Linguistica Testuale. Salta subito all’occhio, invece, la ricchezza del materiale disponibile su OPAR, visitabile sul sito http://.openarchive.unior.it. Andando oltre la sua funzione di sistema di pubblicazione delle tesi di dottorato, si propone come contenitore dei testi scientifici delle aree di studi  umanistici affrontati dall’Ateneo. “L’Archivio, nato dalla spinta di alcuni colleghi, ha trovato subito l’appoggio convinto del Rettore – racconta il prof. Manco – E’ partito nel 2009 con le procedure di sistemazione per la realizzazione del sito, poi c’è stata la ricerca del materiale, spesso faticosa. Ci sono stati dubbi, perplessità, e qualche resistenza da parte di colleghi che non hanno ancora fiducia in questo mezzo”. Ma i benefici che possono derivare dal mettere in rete i propri lavori scientifici sono molteplici e rappresentano un modello democratico di diffusione della cultura, quasi un gesto di responsabilità da parte degli studiosi. “Noi tutti, per le nostre ricerche, attingiamo da internet e, quindi, arriva anche il momento in cui dobbiamo fare la nostra parte ed essere noi ad immettere dati. Per L’Orientale poi – continua il prof. Manco, sottolineando l’importanza dall’iniziativa- diventa un gesto ancora più particolare vista la peculiarità delle nostre ricerche. Deteniamo un primato unico in Europa per varietà di insegnamenti ed è un peccato non mettere a disposizione di tutti questa nostra ricchezza culturale. Si tratta di un gesto etico indispensabile”. L’invito, rivolto a tutti i colleghi, è quindi di non farsi scoraggiare dalle semplici procedure di registrazione al sito e non temere possibilità di plagio delle proprie opere, perché “il plagio digitale è molto più difficile di quello cartaceo, in quanto si risale facilmente all’autore della fonte. Anche il problema della liberatoria da parte delle case editrici non è una vera difficoltà, in quanto in molti casi gli editori sono ben disposti a dare il consenso per le pubblicazioni in rete, in quanto rappresentano una pubblicità per loro stessi e per le riviste scientifiche”. L’obiettivo, quindi, è quello di raccogliere in OPAR la maggior parte delle ricerche scientifiche, ma anche di arrivare a digitalizzare le Biblioteche dell’Ateneo, uniche e di valore inestimabile per la varietà  e la specificità dei volumi contenuti. Questo dono alla comunità scientifica internazionale ha un ritorno in termini di visibilità anche per l’Università e per gli autori delle ricerche: “E’ un ‘do ut des’ – afferma Manco – Il nostro Ateneo innanzitutto ne ricaverebbe una visibilità internazionale di altissimo livello. Nei nostri primi giorni di pubblicità abbiamo avuto moltissimi contatti al sito non solo dall’Italia, ma anche dall’Estremo Oriente, dove c’è un interesse naturale, visti i molteplici contenuti sulle lingue e culture di quell’area. Non sono mancati accessi anche dal nord Africa e dal nord Europa e nord America”. Per gli autori dei documenti rappresenta, inoltre, un’importante occasione di indicizzazione nei motori di ricerca. “Gli atenei umanistici sono strangolati dagli indici di citazione, ai quali, in base ai criteri di valutazione della nuova legge, è delegata parte della valutazione del docente. Rientrare nei circoli degli indici ufficiali non è facile, soprattutto per un piccolo ateneo. Gli Open Archive rappresentano uno strumento alternativo per far circolare i nostri nomi in rete e per farci notare nei circoli dei poteri forti”.
Valentina Orellana
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