Studenti vittime del carrierismo dei docenti

Ha insegnato Gastroenterologia alla Federico II da quando la disciplina è stata inserita nello statuto dell’Ateneo, cioè dal 1972. Ed ha lasciato l’insegnamento con qualche anno di anticipo, in segno polemico “perché turbato dalla involuzione tremenda della sensibilità istituzionale di non pochi colleghi”. Gli studenti delle facoltà mediche –asserisce il prof. Gabriele Mazzacca- sono vittime della contaminazione della condizione di professore universitario con una gerarchia funzionale di tipo ospedaliero. Insomma, l’attività clinica più che supportare didattica e ricerca, diventa attività a se stante per la costruzione di un percorso di carriera. Il punto di vista del professore arriva da un osservatorio privilegiato:  per anni si è interessato dei problemi assistenziali e didattici delle facoltà mediche; tant’è che dal 1996 al 1998 ha fatto parte di un ristretto gruppo di lavoro ministeriale, creato da Luigi Berlinguer, per le facoltà mediche. “Di quei due anni di vitale elaborazione purtroppo sul piano politico non è rimasta traccia – racconta- Ma quella elaborazione fu pubblicata nel 2000 su una rivista di pedagogia medica, MEDIC, creata e diretta da uno dei più prestigiosi professori clinici italiani, Aldo Torsoli, scomparso due anni fa”.
Di seguito l’interessante contributo inviatoci dal professore.
 

Le attività assistenziali nelle facoltà di medicina: un percorso alternativo di “carriera” stravolgente il significato di fondamentale strumento didattico e scientifico ?
La facoltà di medicina è la sede istituzionale di formazione dei futuri medici, oltre che sede di ricerca scientifica nel campo biomedico. La robusta esperienza e l’altrettanto robusta competenza cliniche dei docenti clinici sono, evidentemente, condizione necessaria (ancorché non sufficiente) perché essi possano svolgere bene il compito formativo. D’altro canto, senza la disponibilità di una adeguata casistica clinica, la formazione clinica degli studenti aspiranti a diventare medici sarebbe una mera astrazione, in ogni caso. Infine la ricerca applicata rimarrebbe essa stessa un miraggio senza il riferimento casistico clinico. Insomma è indubbio che l’impegno clinico-assistenziale dei professori della facoltà di medicina è intrinsecamente legato alla loro missione universitaria didattica e scientifica.
Una ulteriore considerazione preliminare è necessaria. La facoltà medica è una scuola di medicina. E’ il luogo, cioè, dove il futuro medico inizia la sua formazione professionale e, quindi, avvia la sua conoscenza anche del contesto strutturale e funzionale nel quale il suo esercizio professionale dovrà svolgersi. La facoltà medica, in quanto scuola direttamente professionalizzante, deve, perciò, essa stessa rappresentare per lo studente un modello, in termini dinamici, anche sperimentali, degli assetti strutturali e funzionali più idonei a fare bene il medico e , nel contempo, a formare al meglio i giovani che medici diventeranno. 
La realtà strutturo-funzionale dei policlinici universitari rispecchia questi principi ? Purtroppo no. E’ assai difficile sostenere che la enorme parcellizzazione che caratterizza questa realtà sia imposta da esigenze didattico-scientifiche. E’ vero, piuttosto, che la parcellizzazione è il risultato della pressione dei docenti per la attribuzione al maggior numero possibile di essi di funzioni “primariali”. Questo è, infatti, l’aspetto fortemente degenerativo della facoltà di medicina in Italia (soprattutto nelle grosse facoltà, come quella della Federico II): la contaminazione della condizione di professore universitario con una gerarchia funzionale di tipo ospedaliero. Questa degenerazione stravolge la specificità universitaria dell’impegno clinico del professore della facoltà medica. L’attività clinica smarrisce il suo significato di sostegno delle attività primarie del docente, quelle didattica e scientifica. Diventa attività a se stante, configurante un suo proprio percorso di carriera. Già questo, al di là dei risvolti libero-professionali, ne dilata smisuratamente la forza di attrazione sul docente. E l’attività didattica, paradossalmente poco o nulla premiante ai fini della carriera del docente, finisce in un angolo. 
Si dirà che la legge vuole questo. In buona misura non è vero, almeno per i policlinici di proprietà dell’università, come è il caso di quello napoletano (uso il singolare a ragione veduta, quello di piazza Miraglia essendo un simulacro). La legge del 1999 che definì il rapporto delle facoltà mediche con il Servizio Sanitario Nazionale, previde per i policlinici direttamente gestiti dalle università un periodo di 4 anni di possibile sperimentazione di tipologie organizzative assistenziali nuove e, comunque, diverse da quelle previste per le facoltà di medicina operanti in aziende ospedaliere. In questi 4 anni nulla si è sperimentato nei policlinici a diretta gestione universitaria, come quelli napoletani e romani. Per la verità nel protocollo di intesa Regione Campania – Università Federico II è stata introdotta, grazie all’impegno del Preside Rubino, una norma riconoscente autonomia clinica al docente in quanto tale e non perché “primario”. Ma ci si è guardati bene, almeno finora, a fare di questa norma lo strumento di razionalizzazione di una realtà organizzativa del tutto irrazionale.
Perché parlare di ciò agli studenti ? Perché sono essi le vittime principali di questo smisurato, istituzionalmente aberrante, interesse del docente a dirigere “micro” strutture assistenziali. La pressione che questo interesse ha suscitato e suscita ha portato, ripeto, a un assetto strutturale del policlinico del tutto inappropriato tanto sul versante strettamente ospedaliero quanto su quello di supporto agli obblighi universitari dei professori. La innegabile marginalizzazione della didattica nella sfera degli interessi e dell’impegno dei docenti clinici (sottolineo clinici) è riconducibile non solo a ciò, ma certamente anche a ciò. Se non si riporta l’assetto strutturale complessivo del policlinico e l’impegno assistenziale del singolo docente nel suo alveo fisiologico di supporto della missione universitaria di ricerca ed educativa, la centralità dello studente nella programmazione della facoltà rimarrà nulla più che un vacuo fonema. Per converso il ruolo degli studenti perché si inizi un processo di radicale revisione del rapporto docenza – assistenza può essere rilevante. Sempre che essi assumano consapevolezza dei propri diritti e che da questa consapevolezza scaturisca la capacità di individuare obiettivi precisi e di suscitare un confronto propositivo con la facoltà. Nel cui seno le energie sane e vitali non mancano. La spinta studentesca, dialetticamente propositiva, può favorire la rottura della rete di miopi, mediocri particolarismi che le imprigiona.
Prof. Gabriele Mazzacca
Già professore ordinario di 
Gastroenterologia della Federico II 
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