Terremoti e calamità naturali, il pane quotidiano dei geologi

Proseguiamo il nostro ciclo di approfondimento sui mestieri della scienza occupandoci stavolta degli studi in Geologia.
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Una sfida alla natura ed al tempo stesso un modo di partecipare alla realtà, intervenendo direttamente in caso di eventi estremi e spesso drammatici. Ascoltare geologi, vulcanologi e sismologi non è sempre semplice, non solo per la complessità degli argomenti, ma soprattutto per l’attitudine che questi scienziati sviluppano. Si ha l’impressione di vedere un medico che, mentre fa una diagnosi molto seria, tiene ben distinti l’impegno razionale per comprendere le cause della malattia e la partecipazione emotiva alla sofferenza umana. Allo stesso modo, un terremoto di vaste proporzioni che consente di raccogliere importanti informazioni in grado di verificare dei modelli teorici, o individuare nuovi elementi, risulta ‘bellissimo’. Mentre un’eruzione che si avvicina molto ad eventi mai osservati direttamente, ma che si suppone siano avvenuti in passato, può risultare ‘entusiasmante’, a prescindere dai danni e dalle vittime che questi disastri provocano. Ci vuole un po’ per comprendere che l’entusiasmo manifesta la consapevolezza di aver fatto un passo in più verso il giorno in cui sarà possibile prevedere questi cataclismi, salvando tante vite. “Era il 1998, l’anno dell’alluvione di Sarno. Insieme ai colleghi della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Salerno avevamo da poco compiuto uno studio sulle frane rapide, eventi tipici della Campania, perchè gli strati di piroclastiti hanno dato origine a terreni sciolti e le piogge autunnali e primaverili accentuano i rischi”, ricorda il prof. Silvio Di Nocera, Presidente del Corso di Laurea in Scienze Geologiche. Nel maggio di quell’anno, in seguito ad un lungo periodo di piogge, l’intero versante della montagna che sovrasta i comuni di Sarno, Quindici, Bracigliano e Conca Campania franò, provocando centocinquanta vittime e l’evacuazione dell’intera area. “Fino ad allora avevamo sempre solo registrato singoli episodi, ma in quella occasione osservammo l’evento nel suo complesso. Grazie all’esperienza maturata, potemmo intervenire e gestire un processo complicatissimo. Fu stipulata una convenzione fra la Protezione civile e l’Università di Salerno e partimmo con delle squadre per compiere i rilievi e prevenire il rischio residuo. Una vera palestra per tanti ragazzi, oggi funzionari delle autorità di bacino ed altri enti”. Un periodo intenso. Lezione la mattina e presidio permanente fino a notte fonda. “Fu tracciata, per la prima volta, una mappa del rischio idrogeologico italiano, un evento che ha cambiato l’atteggiamento di comuni ed enti territoriali, rendendo oggi possibile una buona prevenzione”. La passione per questi studi al professore è maturata a scuola. “Ricordo al liceo una gita sul Vesuvio con il nostro docente di Scienze. Fu un evento che mi cambiò la vita. Il vulcano era sempre stato per me un fattore turistico, ma quella visita me lo mostrò sotto una luce diversa. Mi iscrissi al club alpino, appassionandomi alla speleologia”. 
La figura professionale che forma il Corso è complessa, con una vasta conoscenza multidisciplinare, sotto la cui etichetta si nascondono molti mestieri: geologo, geologo strutturale, petrografo, paleontologo, vulcanologo, meteorologo e quello più recente del geologo planetario. “La trasversalità è una componente fondamentale della nostra formazione che oggi si è anche arricchita di importanti conoscenze informatiche e di laboratori d’avanguardia che si trovano però a Monte Sant’Angelo, nell’edificio del Dipartimento di Biologia”. Ma l’esperienza sul campo resta indispensabile: “Il Rettore si è dimostrato molto sensibile, garantendoci i fondi per i laboratori di campo”. Oggi i geologi lavorano prevalentemente presso enti pubblici e territoriali e società di estrazione petrolifera e mineraria. “Per altri, purtroppo, la professione resta un hobby”. Attualmente il Corso è impegnato nell’attivazione di un Master in collaborazione con l’Università di Tirana “perché l’orogenesi delle Alpi albanesi è speculare a quella delle Alpi italiane, entrambe tendono a muoversi verso l’Adriatico”.
Simona Pasquale
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