Una panchina-totem per la città

“Idee irriverenti, gioiose, che non sarebbero potute nascere da nessun professionista del settore”, il risultato di una esaltante avventura che il prof. Paolo Giardiello, docente di Arredamento e Architettura degli Interni, ha condiviso con un gruppo di studenti lavorando, gomito a gomito, per due mesi quasi full-time (120 ore, alla stregua un corso che si snoda su un intero semestre). Tanto entusiasmo si spiega con la particolarità dell’iniziativa. Per la presenza a Palazzo Gravina di una decina di ospiti internazionali, importanti nomi dell’architettura, del design, della grafica, nella parte seminariale – “con loro, di pomeriggio, abbiamo addirittura anche potuto interagire”, fa notare Giovanni Fabbrocino, 27 anni, iscritto al quinto anno della Specialistica in Arredamento-. Ma anche, e soprattutto, per un laboratorio innovativo nel quale gli studenti hanno avuto la soddisfazione di realizzare un progetto “che, per la prima volta, non resta circoscritto nelle mura accademiche”, ma straripa nella città, nella Napoli che Giardiello definisce “meravigliosa e crudele”. Perché se da un lato offre scenari irripetibili, dall’altro macina, tritura e vandalizza. Così la prima problematica che si sono dovuti porre gli studenti del Seminario di Progettazione di Sistemi Allestitivi per la comunicazione del Napoli Teatro Festival (NTF) (sono stati selezionati con un bando di concorso mesi fa grazie ad una convenzione tra la Facoltà e la Fondazione NTF) è stata: “quello che realizziamo lo smontano, lo rubano?”. Partendo dall’ipotesi di coinvolgere la cittadinanza, “nella convinzione che la città deve entrare in empatia con l’evento”, racconta Bruna Sigillo, 24 anni, anche lei iscritta alla Specialistica di Arredamento, si è pensato “a strutture che dialogassero con gli utenti”. L’intenso impegno è sfociato nella progettazione “di un sistema di allestimento adattabile”, spiega il professore. “Abbiamo prodotto tante idee, più di quelle che era possibile realizzare”, fa notare Bruna. Così è stato necessario “individuare tra i 35-40 pezzi unici per tutti i luoghi in cui si svolge il Festival, un elemento ripetibile. La scelta è caduta su una panchina-totem. E’ stato realizzato un prototipo che i responsabili tecnici del Festival hanno ingegnerizzato producendo una struttura in metallo rivestito in legno”, dice Giardiello. Dieci esemplari sono collocati presso lo stazionamento degli autobus-navette che conducono ai luoghi delle rappresentazioni; altri sei-sette saranno itineranti e connoteranno, con la loro presenza, un palcoscenico improvvisato – per chi è in attesa ad un ufficio postale, una banca, una fermata dell’autobus o presso il foyer di un teatro – dove si metteranno in scena dei dialoghi teatrali (alcuni scritti per Napoli da dieci autori italiani, da Dacia Maraini a Vincenzo Consolo, ad Andrea De Carlo). “Ho avuto la fortuna, anche quando ancora non insegnavo, di avere esperienze di Laboratorio, ma questa è la più importante per la sua praticità. Gli studenti hanno avuto modo di lavorare su un prodotto unico, in gruppo, collaborando anche con professionalità diverse – grafici, progettisti, architetti d’interni -, come in un vero studio professionale, confrontandosi con un committente e gestendo anche un piccolo budget”, sottolinea Giardiello. 
Sulla validità dell’iniziativa concordano gli studenti. Parla di “una bellissima esperienza” Giovanni. “Alla fine – afferma – il frutto del nostro lavoro è aver  realizzato qualcosa che è un progetto per Napoli”. E poi la condivisione con il gruppo, nonostante le iniziali perplessità, “abbiamo fatto cose bellissime con teste e provenienze diverse”. Ancora: “la possibilità di confrontarci con altri linguaggi (ad esempio la grafica)”. “Ne è valsa la pena”, il commento di Bruna che mette in risalto l’opportunità loro concessa di vivere dal di dentro un evento: “Marco Tatafiore, responsabile tecnico NTF, ci ha raccontato tutta la fatica che si fa per tenere in piedi una manifestazione”. Anche la studentessa ritorna sull’eterogeneità del gruppo (i nomi degli altri partecipanti, tra i quali anche uno studente calabrese: Dario Apreda, Cesare Cascella, Giuseppe Cordova, Noemi Della Pietà, Chiara Di Napoli, Maria Di Palma, Silvia Ferrara, Rita Fischer, M. Francesca Frettolosi, Carlo Morrone, Alessia Oliviero, Antonella Pasqualicchio, Aurora Restucci, Francesca Rota, Ilaria Savarese, Maria Luisa Tortorella, Salvatore Velotti, Andrea Vetrone), un fattore che non ha impedito la coesione.
Un’altra soddisfazione: tutti i lavori sono stati esposti in una mostra che resterà allestita, fino al 6 luglio, nell’Aula Informatica (piano terra) di Palazzo Gravina. “Una stanza sempre chiusa, un corpo a parte della Facoltà che oggi vive grazie a Napoli Teatro Festival”, conclude Giovanni.    
Per il futuro, la speranza che il lavoro prodotto non vada disperso. Che si possa ripartire da lì. (pa.)
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