Vinicio Capossela incanta gli studenti

Bisogna fare la fila per entrare in Aula Piovani e, una volta dentro, si sta in piedi, addossati ai muri o lungo i bordi. Gli studenti che aspettano Vinicio Capossela sono delle età più diverse e di tutti i Corsi di Laurea. Il cantautore italiano è presente a Napoli per il suo tour, dal titolo “Marinai, profeti e balene”, nome anche dell’ultimo album, premio “Tenco 2011” come miglior disco dell’anno. L’aula Piovani, da sempre teatro di lauree e lezioni, si prepara, come meglio può, a contenere l’entusiasmo degli studenti impazienti di vedere il grande cantautore. Fotocamera e iPhone alla mano, gli occhi sono tutti diretti verso l’entrata. “Otto anni fa lessi, sul foglio di prenotazione degli esami di Letteratura Latina, il nome Capossela Vinicio. Si trattava di uno scherzo di uno studente, ma io senz’altro avrei interrotto gli esami se fosse stato vero. Un episodio di buon auspicio, perché ora ho l’opportunità di essere davvero al cospetto del grande artista e come omaggio vorrei offrirgli la stampa della foto con la sua immagine, che da oggi appare sul sito della Federico II”, ha detto il Preside Arturo De Vivo, organizzatore con il prof. Luigi Spina, docente del Dipartimento di Filologia Classica ora in pensione, dell’incontro del 16 novembre. La parola passa al musicista che racconta un po’ della sua vita prima di rispondere alle numerose domande postegli da docenti e studenti. “Sono felicissimo di essere qui. Incornicerò la foto e la metterò al posto della laurea che non ho mai conseguito. Non ho rimpianti, anche perché avevo totalmente sbagliato Facoltà. Mi ero iscritto a Economia, ma sapevo di star andando nella direzione opposta a quella che era la mia passione. Consideravo gli studenti di Lettere e Filosofia come dei privilegiati, che avevano la possibilità di scegliere cosa fare, senza pensare troppo al futuro”. 
Il mondo 
classico
Apre il dibattito il prof. Spina: “il mio primo dubbio riguarda il tuo nome, perché Vinicio? In secondo luogo mi preme chiederti cosa ispira oggi un autore di testi musicali ad attingere al mondo classico? Noi classicisti abbiamo la costante preoccupazione del declino di questi studi, ma tu, nei tuoi pezzi di poesia letteraria, ti dirigi fortunatamente in direzione opposta”. L’autore risponde facendo battute sul suo nome: “mio nonno si rifiutò di venire al battesimo, perché non c’era San Vinicio sul calendario. Mio padre Vito ha voluto rompere la tradizione dandomi un nome artistico, che ricordasse un po’ il personaggio Marco Vinicio di ‘Quo Vadis?’, un po’ il Vinicio fisarmonicista degli anni Sessanta. Mi riconosco perfettamente in questa genealogia”. Le ragioni che lo hanno spinto ad ispirarsi al mondo classico, per la genesi del suo ultimo album: “Ho sempre sentito il fascino della mitologia. La stessa Odissea ha un linguaggio che ricorda quello della mia mamma-nonna, che nelle conversazioni faceva sentire un forte senso dell’onore e del ritorno. Il ciclo eroico di Odisseo, lo avverto più vicino del Vangelo. Della sua storia mi affascina la solitudine e la distanza che frappone tra sé e l’uomo, nel momento in cui acquisisce la conoscenza, un po’ come Tiresia e i profeti in generale. Le vicende esemplari di uomini, cantate da rapsodi e aedi, mi affascinano, come mi cattura il linguaggio biblico con la sua poesia, la sua forza, la musicalità e il potere della parola”. Il Preside, da perfetto filologo classico, parte dall’ultimo lavoro di Capossela, ne estrapola il testo della canzone d’amore “La Lancia del Pelide” e lo collega al mito di Telefo. “Ferito mortalmente dalla lancia di Achille, Telefo ricevette un responso dall’oracolo di Delfi – ‘puoi essere guarito solo dalla lancia che ti ha colpito’ – Volevo sapere, visto che ho finalmente la possibilità di parlare con un autore di testi, se, partendo da questo mito, ti sei ispirato ad Ovidio. Infatti, il poeta ha considerato la donna come lama e medicina per l’uomo, così come fai tu nella tua canzone”. Vinicio risponde :“in realtà mi sono ispirato a Roberto Benigni, che rivolto alla sua amata ha spesso detto: ‘dalle ferite che mi infliggi, tu sola mi puoi guarire’. Questo è di sicuro un richiamo a Dante e ai madrigalisti della sua epoca, che usavano di frequente l’analogia tra lo sguardo dell’amata e la ferita nel cuore”. Un’altra domanda posta dal Preside riguarda la canzone “Si è spento il sole” di Adriano Celentano, magistralmente reinterpretata dall’artista. “Questa canzone l’hai dedicata a tuo padre, come mai?”. Capossela racconta l’episodio che lo ha portato a concepire la dedica. “Mio padre Vito aveva come idolo Celentano. Lo sognava quasi fosse un oracolo. Qualche anno fa mi venne chiesto di intervenire ad una sua trasmissione e cantare una sua canzone. Scelsi ‘Si è spento il sole’. Purtroppo non l’avevo preparata e non venne molto bene. Pochi giorni dopo mi dissero che non era più richiesta la mia presenza in trasmissione, ma io volli lo stesso reinterpretarla”. La canzone apre la raccolta “L’indispensabile” del 2003.
La nostalgia
Poi Capossela si concede alle domande degli studenti che riguardano in particolare la sua vita e la sua produzione. La prima sembra essere più una richiesta che una domanda. “A nome di un gruppo di studenti, le chiediamo, in quanto nostro idolo e personaggio autorevole nel panorama sociale e musicale italiano, di firmare la lettera contro il corteo dei CasaPound, noto gruppo nazifascista che ha intenzione di sfilare per le strade di Napoli il 26 novembre”. Il cantautore firma e precisa: “mi permetto di dissentire dal ruolo di idolo che mi si attribuisce. Non è detto che chi scrive canzoni debba prendere posizioni esemplari. Inoltre, inviterei a parlare di alcune cose solo quando le si conosce bene”. Si parte poi con le domande vere e proprie. “Qual è la tua sensazione di casa? Come gestisci il senso di nostalgia che inevitabilmente accompagna ognuno di noi?”. L’ospite spiega: “il termine nostalgia venne descritto per la prima volta da un medico svizzero, alle prese con una patologia che affliggeva i suoi connazionali costretti ad arruolarsi come truppe mercenarie e a stare lontani da casa. Se la nostalgia la provavano gli svizzeri, figuriamoci noi – interrompe con una battuta Vinicio – Sono continuamente alle prese con questa sensazione, nato in Germania e vissuto in Emilia Romagna da genitori di origine irpina, questo sentimento fa parte di me. Il senso di casa è indispensabile per potersi perdere nel viaggio, altrimenti questo sarebbe una serie di avvenimenti senza significato”. Bisogna educarsi a riconoscere le cose che ci appartengono in luoghi che non conosciamo, tra persone ignote, perciò conservare la lingua d’origine è importante, conclude.
La bellezza
“Il contesto italiano è molto difficile dal punto di vista musicale. È strano che un cantautore di testi non banali come te sia riuscito ad arrivare ad un vasto pubblico. Io cerco di farlo da tempo con il mio gruppo senza risultato. Hai dei consigli da darmi?”. Capossela, con ironia, dà il suo parere: “è come se mi chiedessi di intercedere per te presso il dio spettacolo. Quando ho iniziato a suonare cercavo più un contrabbassista che un produttore discografico. Non mi interessava pubblicare un disco, ma continuare ad amare la musica e far arrivare questo amore a chi mi ascoltava, che si trattasse dei clienti di un ristorante o del pubblico di un concerto”.
“Come definisci e avvicini la bellezza?”. Alla domanda della ragazza, l’artista ricorda il libro di Conrad “Lord Jim”, in cui il protagonista compie un errore che gli costerà caro. “Il racconto mi ha aiutato a ricordare che siamo creature limitate, che tendiamo continuamente alla bellezza e alla perfezione, senza mai poterle raggiungerle. È questa la mia concezione di bellezza”.
Le sirene
L’ultima domanda riguarda il percorso artistico e umano dell’autore. “Ho paura che tu ti sia troppo allontanato dal personaggio giocoso, perennemente accompagnato da un bicchierino di rum, per rintanarti nel cantuccio dell’epica, rifuggendo la realtà”. Capossela afferma: “non mi allontano dalla realtà ma, come il polipo e la sua zaffata d’inchiostro, mi nascondo rivelandomi allo stesso tempo. L’importante per me è essere vero. Sono cambiato dall’epoca del bicchierino di rum e l’evoluzione ritengo sia necessaria, altrimenti ci si estingue. Penso, inoltre, che in un periodo di grande istigazione al basso come questo ci sia bisogno di temi epici”.
L’intervento finale è riservato al prof. Spina. Si ricollega al mito delle sirene, dai contorni indefinibili, perciò affascinanti. “Le sirene nel tuo album hanno la voce dei nostri cari e ti uccidono mentre le ascolti. Mi ha colpito la tua scelta di rendere il canto delle sirene con delle melodie dolcissime”.
L’artista si congeda con queste parole :“Ulisse sentendo il canto delle sirene pensa di essere arrivato a casa. La seduzione della loro voce riporta alla memoria chi sei, perciò quando le ascolti non hai bisogno di nient’altro. Le sirene sono i volti di coloro che amiamo e non rivedremo più, tutti presenti. Il senso che voglio dare è questo. Con le mie canzoni intendo riportare alla memoria cose che ci appartengono, riattivare in ognuno sensazioni dimenticate”.
Allegra Taglialatela
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