Per comprendere il futuro della medicina è necessario conoscere il suo passato. È questo il principio che ispira l’insegnamento di Storia della Medicina e delle Biotecnologie, introdotto nel corso di laurea in Biotecnologie per la Salute dell’Università degli Studi di Napoli Federico II dal professor Maurizio Bifulco, ordinario di Patologia Generale e Storia della Medicina.
Giunto al terzo anno di attività, il corso continua a registrare una forte partecipazione degli studenti, confermandosi un’importante esperienza formativa all’interno del percorso accademico. A tenere le lezioni sono stati lo stesso professor Bifulco, affiancato dalle dott.sse Alessandra Affinito, Erika Di Zazzo e Cristina Pagano.
L’obiettivo va oltre la ricostruzione cronologica degli eventi: offrire agli studenti una prospettiva critica sull’evoluzione delle pratiche di cura e delle biotecnologie, affinché possano comprendere come le conquiste scientifiche di oggi siano il risultato di un lungo percorso storico. Un approccio che, come sottolinea il professor Bifulco, mira a garantire “una formazione più completa e un’analisi critica degli avvenimenti del passato, così da comprendere il presente e fare proiezioni sul futuro”.
Anche quest’anno l’insegnamento ha affiancato alle lezioni frontali metodologie innovative. Gli studenti hanno lavorato su fonti storiche originali – testi antichi, riviste mediche, prescrizioni e documenti d’epoca – integrandole con strumenti multimediali come videoclip e cortometraggi, capaci di rendere più coinvolgente l’apprendimento.
“Il corso ha rappresentato un’opportunità unica per approfondire diverse tematiche”, racconta lo studente Salvatore Pio Gaudino. “Ho scelto questo percorso perché desideravo comprendere non solo le tecnologie attuali, ma anche come si sia arrivati a esse nel corso del tempo. Le lezioni hanno pienamente soddisfatto le mie aspettative.”
Uno dei momenti più significativi del percorso è stata la visita guidata al Lazzaretto dell’ex Ospedale della Pace, luogo simbolo della storia sanitaria di Napoli, dove tra il XVI e il XVIII secolo venivano accolti lebbrosi, appestati e malati ritenuti senza speranza.
L’esperienza, realizzata grazie al progetto del professor Gennaro Rispoli, direttore scientifico del Museo delle Arti Sanitarie, ha permesso agli studenti di confrontarsi direttamente con strumenti chirurgici, antichi medicinali, microscopi e testimonianze materiali dell’evoluzione della medicina.
“È stata un’esperienza altamente formativa”, osserva Angelo Maria Salzano. “Ci ha offerto una panoramica concreta sui progressi compiuti dalla ricerca e dalla medicina nel corso dei secoli.”
Particolarmente apprezzato anche il dialogo tra scienza e cultura che caratterizza il museo, dove la storia della medicina si intreccia con la tradizione del presepe napoletano. “Il presepe non è soltanto un reperto storico”, spiega Alessia Perillo. “È un modo per esorcizzare il dolore. Qui la storia della medicina non viene raccontata come una semplice successione di date, ma attraverso le persone, le malattie, le paure e le conquiste scientifiche.”
Tra le opere che hanno maggiormente colpito gli studenti figura la rappresentazione realizzata dai Fratelli Scuotto della Scarabattola: una donna morta di peste con un neonato ancora stretto al suo seno. Un’immagine intensa che racconta, con straordinaria forza narrativa, il dramma delle epidemie e il contrasto tra la morte e l’istinto della vita.
La visita ha offerto anche l’occasione per riflettere sul rapporto tra medicina e spiritualità nelle epoche passate.
“Rappresentazioni di santi e Madonne troneggiano dall’alto sui malati, portando speranza e misericordia”, racconta Asia Tosini. “Allo stesso tempo molti pazienti indossavano un triangolino con inciso ‘abracadabra’, ritenuto una protezione contro il male.”
Un esempio di come, per secoli, la cura fosse affidata contemporaneamente alla pratica medica, alla fede religiosa e alla superstizione, in un’epoca in cui il confine tra scienza e credenze popolari era ancora estremamente sottile.
Uno degli aspetti che più ha coinvolto gli studenti è stato il continuo confronto tra passato e attualità. Le grandi epidemie della storia hanno infatti richiamato inevitabilmente alla memoria l’emergenza legata al COVID-19.
“Le dinamiche umane e sanitarie di fronte a una pandemia globale sono tragicamente le stesse”, osserva Alice De Falco. “I grandi progressi scientifici sono nati dalla paura dell’ignoto. Se un tempo quella paura alimentava il mito della Teriaca, oggi spinge la ricerca biotecnologica verso una medicina sempre più precisa e personalizzata.”
Anche Antonio Giuseppe Staiano evidenzia come il corso abbia permesso di rileggere con occhi nuovi l’evoluzione delle conoscenze biomediche: “Ho compreso meglio lo sviluppo delle malattie e le strategie che l’uomo ha elaborato nel tempo per contrastarle.”
L’insegnamento guarda però soprattutto al futuro. Per gli studenti rappresenta un’occasione per comprendere il valore etico, umano e sociale della ricerca scientifica.
“Conoscere le origini della medicina e delle biotecnologie”, sottolinea Francesca Ferrigno, “ci permette di costruire le basi del nostro futuro professionale e alimenta il desiderio di contribuire concretamente alla ricerca per il bene della collettività.”
È proprio questa la sfida che il corso si propone di raccogliere: formare biotecnologi non solo preparati dal punto di vista scientifico, ma anche capaci di leggere criticamente il passato per affrontare con responsabilità le sfide della medicina del domani. Perché ogni innovazione nasce da una storia che merita di essere conosciuta, compresa e tramandata.

Dalla peste al COVID, la storia della medicina forma i biotecnologi del futuro alla Federico II
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