La medietà, prerogativa de L’amica geniale

Incontro sulla tetralogia di Elena Ferrante all’Osservatorio sul romanzo contemporaneo

Sono trascorsi tredici anni dalla pubblicazione de L’amica geniale di Elena Ferrante, primo romanzo della tetralogia letteraria e caso editoriale di fama mondiale. Un successo ancora saldo – grazie anche alla trasposizione televisiva italo-statunitense per Rai Fiction e HBO – l’opera della Ferrante è stata oggetto di discussione dell’ultima delle dieci stanze dell’Osservatorio sul Romanzo contemporaneo, progetto triennale coordinato dai professori Francesco De Cristofaro e Elisabetta Abignente che mira alla ricognizione della narrativa del terzo millennio. L’incontro d’epilogo del II ciclo, tenuto l’11 marzo presso l’Aula 3 della sede di Corso Umberto, ha visto come relatrice la prof.ssa Elena Porciani, cattedra di Letteratura italiana contemporanea dell’Università Vanvitelli, accolta da una folta platea di studenti del Dipartimento di Studi Umanistici.
“Nel nostro obiettivo di creare una mappatura di una materia informe e magmatica come quella del romanzo iper-contemporaneo degli ultimi 25 anni – introduce la prof.ssa Abignente – risulta essenziale indagare quello sguardo di autori e autrici che hanno detto qualcosa di significativo per il nostro tempo. E il caso Elena Ferrante, con la sua Amica geniale, rientra senza dubbio nelle testimonianze più incidenti della nostra narrativa odierna”.
La parola poi alla prof.ssa Porciani, la quale conduce una lezione fondata su punti nevralgici individuati nel corso di un’attenta rilettura della tetralogia di un’autrice come la Ferrante: “lontana dalla concretezza fisica, che ha scelto di comunicare servendosi solo della sua scrittura”. Il primo: il rapporto che si instaura con la scrittura di Elsa Morante. Una linea genealogica che secondo la docente, esperta dell’opera morantiana, “non funziona se non nell’alveo di questioni tematiche”.
I punti di congiunzione si ravvisano infatti nella trattazione di sentimenti quali “l’amore molesto, la vischiosità affettiva, l’attenzione per la saga familiare, oltre che in alcune figure che funzionano come manifesto citazionismo”. Un esempio: la seconda figlia dell’io narrante, Elena Greco detta Lenù, chiamata Elsa, “un chiaro omaggio nei confronti della scrittrice romana”. Non un caso poi che la madre di Lenù si chiami Immacolata, nome della madre di Arturo nell’Isola di Arturo e che pur insiste sul quel concetto di “maternità letteraria alla quale la Ferrante afferma di appartenere”. Un discorso che si complica quando si cerca di portarne avanti le fila sul piano della scrittura.
Nessun riscontro, nella scrittura della Ferrante, di “quel maestoso periodare ipotattico o dell’aggettivazione superba della Morante, tratto stilistico riconosciuto da Mengaldo”. Così come a mancare è quell’“umorismo feroce, la futile tragicità degli eventi che ritroviamo ne ‘La Storia’”. Se Pasolini diceva che Morante “propone il contatto diretto tra la grammatica e lo spirito, questo spirito incandescente, questa direzione viscerale dei rapporti, questi segmenti estremi delle relazioni fra personaggi non si ritrova in nessun piano della lingua di Ferrante che è piuttosto una lingua media, molto composta e uniforme che casomai cita questi sentimenti, senza riuscire a godere di quella forza espressiva”.
La medietà si pone infatti come “prerogativa assoluta della Ferrante”. Ciò lo si può ben individuare nell’assenza plurilinguistica, in quel “non uso del dialetto. Quest’ultimo evocato soltanto attraverso la voce narrante che ci fornisce in forma di riassunto i dialoghi esterni, effettuando una traduzione”. Una tendenza all’ordine dunque, rimarcata in una “costruzione per sommari che si allenta soltanto negli ultimi due volumi, nei quali viene donato più spazio ai personaggi”.
Quale sia l’obiettivo e il senso ultimo di questa ‘medietà’ è il punto fondamentale da esplorare. Fra tutto, vi è la necessità della “leggibilità, la quale ha come scopo una fruibilità estesa che non rappresenta per forza un difetto ma che esemplifica l’uso di una scrittura semplice, senza ostacoli”. Non solo, alla giustificazione editoriale si affianca anche una giustificazione narrativa. La medietà è infatti una caratteristica della stessa Lenù, donna di 66 anni che nel 2010 inizia a scrivere la sua storia di amicizia con Lila, improvvisamente scomparsa, per colmare il suo vuoto, e nel quale tuttavia si intrecciano le storie di tanti altri personaggi.
Ma dietro Elena Greco c’è ovviamente Elena Ferrante, “con una costruzione del ‘libro nel libro’ che ricorda ‘Menzogna e sortilegio’ di Morante, con la differenza che la protagonista Elisa De Salvi racconta basandosi sulla forza della propria immaginazione, mentre, nel caso di Lenù, ella costantemente si premura di specificare quali siano le sue fonti. Non c’è mai niente che sia lasciato al caso”.

Elena Greco con il suo “mezzo femminismo, mezzo marxismo, mezzo sovversivismo, si delinea dunque come un personaggio medio se non mediocre. Una condizione di cui soffre e che contrappone continuamente al modello della genialità di Lila”. Da ciò il rapporto di ambivalenza di un’amicizia simbiotica a cui spesso, all’effetto, si somma “l’invidia, la gelosia, il rancore”. La stessa ambivalenza si palesa poi in un uso ampio di “costruzioni sintattiche avversative. Laddove Lenù dice qualcosa, subito dopo la nega”. La medietà risulta necessaria inoltre per enfatizzare un rapporto di “immedesimazione meno problematica con il lettore. Manca dunque quella sfida al lettore, quell’esperienza dell’altro e dell’alterità che porta alla rinnovazione della propria percezione, perdurante per tutta la narrativa Novecentesca”.

Il concetto di ‘smarginatura’

Riguardo all’identificazione, Porciani pone, in ultimo, l’attenzione sulle figure femminili attraverso uno sguardo di genere, definendole ‘personagge’. Questo termine, coniato nel 2009 dalla Società Italiana delle Letterate, mira ad “esplorare come certi personaggi femminili consentano al pubblico di identificarsi con loro”. Lenù e Lila sono entrambe presentate come “personagge, fautrici di genealogie, e contribuiscono al successo de ‘L’Amica Geniale’ proprio grazie a quell’istanza di riconoscimento. Lo spazio del loro rione si collega alla città, la città all’Italia, l’Italia all’Europa e infine all’universo intero. Nell’infelicità vissuta da entrambe si può ravvedere una infelicità femminile generale, e che nel loro caso è derivante dalla mancanza di modelli di ruolo. I fallimenti e le frustrazioni delle due protagoniste sono il risultato di questa mancanza”.
Un caso significativo è la violenza subita da Lila da parte del padre quando, a 11 anni, chiede di continuare a studiare e viene scaraventata dalla finestra fratturandosi un braccio: “una prima frattura simbolica che decreta la frattura del suo destino e il suo inizio di rovina. Questa rappresenta una tematica estremamente attuale in materia di genere”.
Centrale in questo è il concetto di smarginatura di Lila, una sensazione di perdita di senso e dell’identità, vera costante tematica della saga. La sua esperienza è estrema e lo dimostra con quella costante tendenza alla cancellazione di sé. La sua sparizione completa questo desiderio”. La composizione finale delle due bambole ritrovate, nell’ultimo volume, viene dunque a rappresentare “un ciclo finito, un’opzione di vita impedita. Un destino costruito sul vuoto, sulla smarginatura, spia non solo della condizione di Lila ma anche del modo in cui lei vive il suo essere donna”.
Giovanna Forino

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Ateneapoli – n.05 – 2024 – Pagina 20

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