Visita guidata al carcere modello di Sant’Angelo dei Lombardi

Iniziativa della cattedra di Diritto Penale del prof. Longobardo

Un carcere dalle pareti colorate, dove alla parola ‘detenuti’ si preferisce ‘utenti’. Dove ci sono noccioleti e vigneti e si produce un vino battezzato, simpaticamente, ‘Fresco di galera’ e dove oltre il 90% dei riabilitati, una volta fuori, riesce a impegnarsi in attività lavorative retribuite. Si tratta della Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino: “un carcere di eccellenza”, come lo definisce il prof. Carlo Longobardo, docente di Diritto Penale che il 30 aprile vi ha organizzato una visita guidata con i suoi studenti. L’obiettivo: “constatare nella pratica ciò di cui tanto si parla nell’ambito dei programmi di Diritto Penale: la funzione della pena. Tutto ciò che studiamo è finalizzato a rendere il condannato rieducabile. Dopo aver parlato di principi fondamentali costituzionali e istituti vari, è giusto vedere nella pratica dove tutto ciò va a finire”.
La particolarità di questo carcere sta, infatti, nel prevedere una vasta gamma di attività sia professionali che scolastiche, con l’opportunità per i propri ‘ospiti’ di conseguire qualifiche utili per il reinserimento nel mondo del lavoro e nella società. Ecco che, allora, all’esterno delle mura di cinta si trovano dalla lavanderia all’autolavaggio, dall’officina alla carrozzeria, all’interno delle quali lavorano alcuni detenuti già abilitati all’uscita per motivi lavorativi, affiancati da ‘capi d’arte’, cioè degli esperti del mestiere. All’interno delle mura, invece, vi sono tipografie, per la produzione di agende e calendari, e sartorie, dove vengono create da zero camicie e indumenti per i vari lavoratori dell’amministrazione del carcere, oltre a progetti in collaborazione con il setificio di San Leucio, rispetto al quale sono abilitati all’utilizzo del marchio.
A raccontarlo è la studentessa Benedetta Battaglia, che di questa esperienza ricorderà soprattutto la testimonianza di alcuni detenuti, con i quali è stato possibile avere un momento di confronto: “ci hanno spiegato quanto questo istituto di detenzione sia tutto un altro universo rispetto agli altri, soprattutto nei rapporti con i lavoratori del carcere, che qui è molto più umano. Ciò, a detta loro, aiuta tantissimo, anche a migliorare il proprio percorso all’interno del carcere”. La qualità della vita all’interno di questa struttura, infatti, costituisce, secondo lei, buona parte del suo successo, laddove all’aspetto relazionale si va ad aggiungere anche il “mantenimento di un’ampia proporzione tra gli spazi a disposizione e i soggetti che li occupano”.
Un’esperienza definita “forte” dal collega Mirko Buonocore: “anche solo nel sentire il semplice rumore delle celle che si chiudono”, dove la parte più “destabilizzante”, a suo dire, è stata il “sapere che noi saremmo potuti uscire dopo un’ora, mentre chi è lì dentro uscirà tra anni”. Anche Mirko si racconta emotivamente scosso dall’incontro con gli ‘utenti’ di Sant’Angelo dei Lombardi: “Abbiamo mangiato qualcosa insieme e ci hanno raccontato le loro storie e forse quella è stata la parte più utile: constatare che, dietro la sentenza, c’è il racconto di una persona con una vita complessa. Uno di loro scherzava sul fatto che a Poggioreale qualsiasi dolore si avesse davano sempre la stessa pillola, che chiamavano ‘Padre Pio’ perché, sostanzialmente, curava tutto”.
Dopo la visita, Mirko ha deciso di abbracciare un’associazione che si occupa di diritti dei detenuti convinto della necessità che il carcere rappresenti una possibilità di rinascita: i reclusi “non possono essere considerati reietti della società”.
Giulia Cioffi

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Ateneapoli – n.08 – 2024 – Pagina 16

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