“La grammatica italiana è monopolizzata dal genere maschile”

Incontro con la Treccani in occasione dell’ultima edizione del Dizionario della Lingua Italiana

“Il femminile esiste per tutte le parole, è solo che siamo abituati a usarlo solo per quelle che conosciamo”. Così Nadia Verdile, scrittrice e giornalista de Il Mattino, introduce gli interventi dei relatori nel corso dell’incontro Treccani e Vanvitelli per la cultura della sostenibilità, che si è tenuto il 1° febbraio presso il Rettorato di Caserta, in viale Ellittico, in occasione dell’introduzione dell’edizione 2022, l’ultima, del Dizionario della Lingua Italiana. Una versione totalmente rinnovata con scrupolosità scientifica, raggruppando i lemmi secondo il loro ordine alfabetico. Nel Dizionario, per la prima volta, alcuni lemmi di genere femminile sono anteposti a quelli di genere maschile, e figurano lemmi come ‘architetta’ o ‘dottora’. Una mattinata, dunque,  dedicata alla parità di genere inaugurata dal Prorettore alla Sostenibilità e per la Green energy Furio Cascetta che ha spiegato l’importanza di una partnership come quella tra l’Istituto enciclopedico e l’Ateneo casertano: “Viviamo un’epoca di grandi cambiamenti e dobbiamo considerare l’importanza delle parole, oggi più di ieri”. Sotto gli occhi attenti dei presenti –  un drappello di studenti della Vanvitelli, Direttori e docenti di diversi Dipartimenti dell’Ateneo, due licei casertani, il Vescovo di Caserta – ha preso la parola uno dei protagonisti dell’ultima edizione del Dizionario, il linguista e accademico Giuseppe Patota: La grammatica italiana è monopolizzata dal genere maschile. Siamo abituati a chiedere, ad esempio: ‘C’è qualcuno?’, includendo nel maschile anche il genere femminile. Oppure: ‘Il cane è il migliore amico dell’uomo’. Ma non lo è forse anche della donna? E così dobbiamo ripensare a una teoria dello sviluppo sostenibile, espressione polirematica (lemma composto da più parole che hanno valore nel loro complesso e non singolarmente, come in ‘ferro da stiro’) che ha più significati. Bisogna ricordare, infatti, che uno sviluppo davvero sostenibile è uno sviluppo inclusivo. Poi ha dedicato il suo intervento alle varie declinazioni e interpretazioni della parola ‘sostenibilità’. Il secondo contributo è stato quello della storica e teologa Adriana Valerio: “L’idea di un Dio uomo è presente nel cristianesimo da lungo tempo, basti pensare al sacerdote che avvia l’omelia dicendo ‘Fratelli!’. Ma una visione di questo tipo sembrerebbe già essere superata da un culto più antico, quello ebraico, dove Dio non è costretto in alcun genere ed è definito semplicemente: ‘Colui che è’. Dio diventa, quindi, per così dire, un verbo”. Una questione interessante ha riguardato poi l’evoluzione del sostantivo ‘Spirito Santo’, che: “ci arriva in forma maschile dal latino, ma deriva da una forma neutra in greco, la quale a sua volta proveniva da una forma semitica di genere femminile”. Ci sarebbe una prova della prossimità tra la concezione dell’Onnipotente e il genere femminile, rappresentata dalla parola ‘misericordia’: “Anche questa è una parola che deriva dall’ebraico ed è associata all’immagine dell’utero materno. Un Dio misericordioso, pertanto, è un Dio fatto della stessa sostanza di quell’organo all’interno del quale si sviluppa la vita”. Poi ha concluso: Le parole sono fragili, circoscritte, approssimative, specialmente quando si parla di genere e religione, ma sono anche molto importanti. Pensate al sostantivo ‘Dio Padre’: se è vero che Dio è al di là dei sessi e che assolve al ruolo di genitore di tutta l’umanità, è limitante identificarlo nel genere maschile. E poi, a ben pensarci, non c’è nulla di indecoroso a dire che Dio è Padre-Madre”.

La lingua “patrimonio inoggettuale”

Il terzo e ultimo contributo è stato quello di un volto noto dell’Ateneo, il prof. Domenico Proietti, linguista associato all’Accademia dei Lincei, collaboratore dell’Istituto Treccani e docente di Linguistica italiana del Dipartimento di Lettere e Beni culturali. Ha collaborato con l’Accademia della Crusca e lemmatizzato un gran numero di voci nell’Enciclopedia dell’italiano – versione 2010/2011 – edita dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana di Roma. Il suo intervento si è basato sul trattamento della lingua italiana come patrimonio inoggettuale, aggettivo più specifico rispetto al sinonimo “immateriale”, che comunque il docente non ha mancato di utilizzare: “La lingua è immateriale nel senso che, una volta proferita, la parola cessa di esistere. Ma è veramente così?”. Ha raccontato: “In questi giorni mi sono imbattuto in un articolo che può fornirci degli importanti spunti di riflessione. L’Australian National University ha condotto uno studio dal quale è emerso che, delle circa 7mila lingue esistenti, metà sono a rischio estinzione e 1.500 potrebbero scomparire entro la fine del secolo. Questo significa che la lingua ha un proprio ecosistema, una propria ecologia. Si può parlare davvero, quindi, della lingua come di qualcosa di immateriale?”. La lingua non si vede, eppure è grazie a essa che organizziamo il mondo intorno a noi. Ed è qui che la questione si fa calda. È qui, cioè, che comprendiamo l’importanza della parola. Un fenomeno che ha intrinseco, per così dire, un potere demiurgico, cioè creativo. Il modo in cui usiamo le parole può delineare un nuovo contesto, più inclusivo, contro ogni stereotipo. “Che il razzismo, ad esempio, sia un’idiozia è testimoniato dal fatto che non abbia un solo elemento scientifico a suo sostegno, anzi, tutto il contrario”, ha detto poi Proietti mostrando ai presenti il diagramma del genetista Luigi Cavalli-Sforza, tratto dal saggio ‘Geni, popoli e lingue’ del 1996, nel quale l’accademico mostrava come l’intera umanità abbia un unico progenitore. È poi passato a una disamina dei vocabolari che si sono susseguiti nel corso della storia linguistica del nostro Paese, in ordine diacronico come dicono i linguisti – attraverso il tempo –, spiegando come la lingua sia un fenomeno in divenire. Il testimone è passato poi al Direttore dell’Istituto Treccani Massimo Bray, Ministro della Cultura del Governo Letta negli anni 2013-2014: “Soffermarsi sulle culture nazionali, in un mondo sempre più orientato verso identità più internazionali, è qualcosa di molto ambizioso”, ha detto in riferimento all’importanza del patrimonio linguistico nazionale. “Il mondo è in rapido cambiamento e questa è la prima epoca in cui gli intellettuali vanno incontro a una ‘censura’ non dovuta a strumenti di repressione. Il riferimento è alla rivoluzione digitale: “Il 96 per cento delle ricerche viene effettuato tramite un unico motore di ricerca, che mostra i risultati che sono riusciti a conquistarsi le prime due schermate. Il resto, magari lavori di ricerca importanti, ‘finisce nell’oblio’, come dice chi ne mastica di digitale”. Ha concluso: Oggi veniamo profilati e il nostro profilo viene venduto per interessi commerciali. È questa la situazione che abbiamo contribuito a creare. Non lo dico criticamente – sono favorevole all’impiego del digitale –, ma ritengo che si debba riflettere sul modo in cui orienteremo il cambiamento. In questo processo i corpi intermedi, scuola e università, hanno un ruolo centrale. Il digitale, se usato bene, può essere una grande risorsa per l’abbattimento delle frontiere culturali e per la trasmissione del sapere, ed è anche in questo senso che Treccani e Vanvitelli hanno deciso di intraprendere un percorso insieme sulla via della sostenibilità”.

Nicola Di Nardo

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