Dottorati: “oggi di posti ce ne sono tanti e restano talvolta vacanti” ma “senza riforme strutturali si rischia di creare molti più precari”

Intervista a Dario Ferrari, autore de ‘La ricreazione è finita’

Lontani nel tempo, vicini nello spazio dell’inettitudine e dell’incapacità di agire se non per reazione. Marcello Gori ha 30 anni, una laurea in Lettere e nessuna occupazione. Carezza ambizioni vaghe e autoreferenziali“ho provato a fare l’intellettuale, il cosmopolita, ho sentito pure, per un momento, di poter essere un rivoluzionario”, dice – e non intende raccogliere l’eredità del padre finendo nel bar di famiglia a Viareggio, dove vive. È figlio della generazione ‘low costche, pur avendo visitato il quintuplo delle città della madre, non ricorda nulla. Sono “caso, inerzia e resa incondizionata alle circostanze esteriori” a spingerlo a partecipare senza grosse aspettative al concorso per un dottorato a Pisa. E ci riesce: vince la borsa.
Varcata la soglia del mondo universitario, conosce il prof. Sacrosanti – palesi gli echi religiosi del cognome, ad evidenziarne l’assoluta verticalità del potere – docente e barone che tiene in pugno tutto il Dipartimento di Italianistica dell’Università, luogo dove figure anonime “dotate di fama estremamente limitata si sentono delle rockstar” e “scuotono la testa incredula nel constatare che il loro ‘La metrica nella poesia vernacolare italiana tra Ottocento e Novecento’ ha venduto meno dell’ultimo Strega”. Il ‘chiarissimo’ impone a Marcello di svolgere il proprio lavoro di ricerca su tal Tito Sella, terrorista viareggino vissuto negli anni ’70, morto da tempo. Si vocifera di un’autobiografia mai trovata, la Fantasima (fusione di fantasia e fantasma) che Marcello cerca spingendosi fino a Parigi.
Lungo il percorso, sovrapponendosi “in modo asimmetrico” a Sella, il dottorando scoprirà, in fin dei conti, di star scrivendo anche la propria, di Fantasima. ‘La ricreazione è finita’, edito da Sellerio, è un volume sul quale qualsiasi trentenne sottolineerebbe frasi da tramutare in aforisma della propria condizione. Ma non solo: narrativamente complesso, con una struttura a più piani – il mondo dell’università, gli anni ’70, l’empasse di una generazione intera – non perde mai i contrappesi e viaggia attorno a più centri di gravità perfettamente coerenti. Fenomeno letterario del panorama italiano lo scorso anno (ha vinto, tra gli altri, il Premio Mastercard Letteratura 2023), è il secondo volume a firma di Dario Ferrari (esordio con La quarta versione di Giuda, 2020), viareggino di 42 anni che ha studiato Filosofia a Pisa, dove ha conseguito pure un dottorato di ricerca (sic!). Attualmente insegna Filosofia e Storia in un Liceo di Roma.

I ‘Sacrosanti’

Ferrari, pare proprio che il mondo accademico si riduca tutto a un mero gioco di potere…
No, non è solo questo. Io ho un po’ la tendenza a raccontare le cose dal punto di vista dei rapporti di forza e di potere; di trasformare le cose raccontandole come se fossero sempre lotte tra bande. Detto questo, l’università è tante altre cose belle”.
La pubblicazione del libro ha complicato i rapporti con quell’ambiente?
Devo dire che ho sempre temuto sia l’ambiente accademico che quello militante degli anni ’70, anche perché non sono molto incline al conflitto, ma ho ricevuto sempre un’accoglienza molto buona. In particolare, a proposito dell’università, credo che nessuno si riveda mai nella critica: tutti i Sacrosanti di turno avranno rintracciato le caratteristiche del collega antipatico invece che di se stessi”.
Con i fondi del Pnrr stanno aumentando assegnisti di ricerca e dottorandi, che tu definisci nel libro come estensioni quasi fisiche dei professori. Ma che futuro hanno?
“Beh, questa è la grande domanda. Io ho vissuto un lungo periodo universitario e post-universitario in cui mi sentivo dire che prima o poi il tempo delle vacche grasse sarebbe arrivato. Io non le ho mai viste (ride, ndr). E sì, in tanti mi stanno dicendo che oggi, invece, di posti ce ne sono tanti e che restano talvolta vacanti. Mi auguro però che ci sia un cambiamento: senza riforme strutturali si rischia di creare molti più precari di quanti non ce ne siano già”.
Marcello, nel libro, è uno di questi. Lui e Sella sono i tuoi protagonisti: stesse premesse per entrambi anche se agiscono a 50 anni di distanza, ma finali (e Fantasime) diversi.
“Sì, nelle premesse Marcello e Sella sono abbastanza simili. Vivono nello stesso posto, hanno una smania indefinita, ma sono pigri e riluttanti rispetto all’azione. Da un certo punto di vista provo a raccontare come gli esiti possano essere diametralmente opposti calando la stessa persona in contesti storici e sociali diversi. Un terrorista, se ci si trova negli iperpoliticizzati anni ’70; il trentenne che vuole restare un bighellone di provincia, se si torna ai giorni nostri”.

Chi non si schiera

In entrambi i casi non si tratta né di dominanti né di dominati: nel mezzo della storia ci sono pure gli indecisi.
“Sì, da una parte c’è una visione quasi sociologica con le forze della storia che decidono chi soccombe e chi si salva; dall’altra questa idea del ‘o si scrive o si vive’, nel senso che c’è chi non si schiera, ma si ritaglia comunque un ruolo fondamentale provando a raccontare e a tramandare. E non è meno essenziale di chi la fa la storia con le azioni”.
Dal punto di vista narrativo quali sono stati i punti di riferimento?
“Citerei due libri in particolare: ‘Il tempo materiale’ di Giorgio Vasta e ‘I soldati di Salamina’ di Javier Cercas. Il primo è una sorta di favola raccontata con toni neri e, per questo, è quasi il negativo del mio volume, che invece definirei una tragedia narrata come commedia. Il secondo è stato fondamentale e l’ho letto mentre scrivevo; mi ha dato in qualche modo il permesso di andare avanti nel riprendere quel meccanismo in cui l’autobiografia non è affatto tale, ma inventata da qualcun altro. Cercas è stato il mio precedente illustre”.
Come mai questo interesse per gli anni ’70?
“Perché li capivo fino a un certo punto. Ho sempre percepito questa distanza tra le premesse di emancipazione e gli esiti sanguinari, e per me rimaneva un punto cieco. Ho provato a capirci qualcosa di più mettendoli in scena sotto forma di commedia, vedendo come delle persone inette finiscono per diventare qualcosa che non sapevano di essere”.
Tensioni politiche, Pisa, scontri. Alcune coordinate del tuo libro ci riportano alla cronaca dei giorni nostri. Come hai giudicato le manganellate agli studenti?
“Beh, direi che purtroppo oggi i giovani sono una minoranza repressa. Negli anni ’70, al contrario, erano una potenza, anche numerica. Si trovano di fronte un mondo ostile, come dimostrano i fatti di Pisa e non solo. Se butti vernice lavabile su un monumento sei considerato un terrorista e questo inevitabilmente segna la distanza rispetto a un mondo disposto ad ascoltare le loro istanze. Ma il nostro mondo, che è vecchio, le vuole reprimere nel sangue secondo la peggiore tradizione autoritaria”.
L’università apre e chiude. Che ricordi ne hai?
“Non posso fare altro che ringraziarla; inoltre, all’inizio, il libro è circolato proprio in quell’Ateneo tanto preso in giro, che per me in realtà è stato fondamentale sia nella formazione personale che nella scrittura”.
Claudio Tranchino

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Ateneapoli – n.05 – 2024 – Pagina 9

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