La storia di Hafhisa e Fatima, studentesse di Economia Aziendale e Medicina, scappate dall’Afghanistan

La storia di Hafhisa e Fatima, studentesse di Economia Aziendale e Medicina, scappate dall’Afghanistan

“Le ragazze in Afghanistan ora non possono frequentare scuola o università, non possono uscire senza uomini che le accompagnino”

Sono riuscite a salire su un aereo che trasportava i diplomatici italiani in fuga ad agosto 2021, quando i talebani hanno riconquistato Kabul dopo venti anni e in Italia sono entrate in un progetto di accoglienza. Vivono a Napoli. Una frequenta il secondo anno del Corso di Laurea in Medicina della Federico II, l’altra si è immatricolata da poco al Corso di Laurea federiciano in Economia Aziendale. Hafhisa, che ha 19 anni, e Fatima, che ne ha 22, provano a riannodare le fila della propria vita mettendo da parte la nostalgia e la tristezza e contando su una rete di solidarietà che le ha aiutate a ripartire.
In Afghanistan hanno lasciato i genitori ed altri familiari stretti. Quando riescono, li contattano su whatsapp. Parlano entrambe un ottimo italiano che hanno appreso nel loro primo anno napoletano frequentando il corso di lingua per stranieri che è promosso dalla Comunità di Sant’Egidio e quello del CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti).

Impresa non facile, perché la lingua madre delle due ragazze è il persiano, che ha una grafia molto diversa dalla nostra. “Le lezioni – racconta Hafhisa – sono iniziate da poco. Ho scelto Economia perché era la mia ambizione anche quando vivevo nel mio Paese. Volevo diventare economista e spero di riuscirci”. Il primo anno in Italia è trascorso tra studi linguistici, sforzi di integrazione e di conoscenza della realtà napoletana, la frequentazione dell’ultimo anno delle scuole superiori. “Avrei voluto iniziare l’Università già un anno fa – racconta – ma mi hanno detto che occorreva il diploma. L’ho conseguito mesi fa ed ora sono pronta per seguire le lezioni di Economia”.
Hafhisa abita con la sorella nel centro storico di Napoli, in via San Giovanni Maggiore Pignatelli: “è un centro di accoglienza – spiega – nel quale viviamo in cinque persone. Le stanze sono due. Una buona sistemazione, ma purtroppo tra poche settimane dovremo lasciarla perché scadrà il progetto di accoglienza. Stiamo cercando una sistemazione in un appartamento per studenti”.

“L’unica possibilità per me e le mie sorelle era di fuggire, di andare via”

Fa un passo indietro: “Siamo scappate nel caos. Io, Fatima e un’altra sorella che adesso vive a Bari. È stato difficile perché i talebani erano ovunque in città ed anche nei pressi dell’aeroporto. Papà e mamma sono rimasti lì e adesso non fanno nulla, non lavorano. Papà aveva collaborato con i militari prima del ritorno dei talebani e di conseguenza ora non è ben visto. Noi Immaginiamo un futuro diverso per noi e lo desiderano anche i nostri genitori che a malincuore ci hanno fatto partire. Io sono giovane e non ho memoria di quando i talebani governarono l’Afghanistan, prima della guerra del 2001. Mamma sì, me ne aveva parlato spesso. Quando abbiamo capito che sarebbero tornati, non abbiamo avuto esitazioni. L’unica possibilità per me e le mie sorelle era di fuggire, di andare via”.
Non immaginava che sarebbe stato facile ambientarsi in Italia e non lo è stato, ma l’obiettivo è stato raggiunto. “Quando una persona va in un altro Paese – dice – con una nuova lingua e una cultura profondamente diversa, l’inizio non è mai semplice. Abbiamo i nostri problemi, ma cerchiamo di fare del nostro meglio per affrontarli e superarli. Lamentarsi serve a poco, dobbiamo e vogliamo andare avanti e proseguire nel nostro cammino”.

Nel centro dove vivono Hafhisa e Fatima si cucina prevalentemente afgano. “I vostri piatti – spiega Hafhisa – sono buoni, ma prepariamo noi da mangiare e siamo più brave a cucinare quelli nostri. Abbiamo ancora da imparare molto sulla cucina italiana. Il nostro piatto tipico è composto di carne, riso e carote”.
I compagni di Università, va avanti la matricola di Economia, “chiedono tante cose dell’Afghanistan. Come si vive, cosa c’è di così diverso. Mostrano interesse e sono gentili”. Nel tempo extrauniversitario Hafhisa lavora nella educativa territoriale nell’ambito del servizio civile, guadagna qualcosa e si prende cura di bambini e ragazzi di età compresa tra 6 e 17 anni. “È una bella esperienza”, commenta. Il futuro? Mi piacerebbe un giorno tornare in Afghanistan, ma in un Paese dove non debba più chiedere il permesso per uscire da sola. Ci penso, lo spero, ma non so se accadrà. La comunità internazionale ci ha dimenticati. Sono sopravvenute nuove emergenze, nuove tragedie – per esempio l’Ucraina – e di noi non si parla più”.

Per Fatima la fuga in aereo da Kabul ha rappresentato la brusca interruzione di un percorso che aveva avviato tre anni prima. “Frequentavo Medicina – racconta – ed ero iscritta al terzo anno. Purtroppo qui in Italia non mi hanno riconosciuto i documenti e quello che avevo già fatto all’Università di Kabul”.
Molti si sarebbero avviliti. Fatima no. “Sono ripartita daccapo – ricorda – e mi sono immatricolata al Corso di Laurea in Medicina della Federico II. Ora frequento il secondo anno. Sono in regola con gli esami. Il prossimo è in calendario il 4 ottobre”. Compagni di corso e docenti, va avanti la studentessa, “mi domandano a volte se davvero in Afghanistan una donna non possa uscire di casa senza che l’accompagni un uomo. Chiedono se alle ragazze sia veramente proibito frequentare l’Università. Rispondo, spiego, racconto e capisco che dal vostro punto di vista possa apparire davvero difficile comprendere una situazione come quella che si vive nel mio Paese”.
Fatima rivolge un pensiero alle sue ex compagne di corso a Kabul che sono rimaste lì ed hanno dovuto rinunciare a studiare. “Ricordo i loro visi – dice – la loro amicizia e mi domando cosa staranno facendo ora. Provo tristezza per l’ingiustizia che hanno dovuto patire senza alcuna colpa e senza che abbiano mai fatto nulla di male”. Immagina un futuro da cardiologo. “Se potrò lavorare un giorno in Afghanistan sarà bellissimo, ma ora non voglio pensarci”.
Fabrizio Geremicca

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