“Le pessime condizioni di vita di 7 milioni di palestinesi” e il “quadro regionale”: le ragioni dell’escalation del conflitto

“Le pessime condizioni di vita di 7 milioni di palestinesi” e il “quadro regionale”: le ragioni dell’escalation del conflitto

“Nessuno avrebbe previsto un attacco di tale portata, ma ormai da qualche anno si ipotizzava che la situazione fosse sul punto di degenerare. Questo per due motivi. Il primo: il rapido deterioramento delle condizioni di vita dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana. A Gaza come nella Cisgiordania. Il secondo: il quadro regionale. Il processo di normalizzazione delle relazioni tra diversi Stati arabi (Sudan, Marocco, Baharain) e lo stesso accordo che si stava concretizzando tra Israele e l’Arabia Saudita – tutte intese che in qualche modo accantonavano la risoluzione del dramma palestinese e la vicenda dei territori occupati – si ipotizzava che avrebbero potuto indurre Hamas a rimettere al centro del tavolo la questione. Lo ha fatto nella maniera tragicamente brutale che abbiamo visto”. La prof.ssa Daniela Pioppi, docente a L’Orientale ed esperta di Medio Oriente e Nord Africa, commenta i recenti drammatici accadimenti in Israele e nella striscia di Gaza.


Ha stupito molti osservatori la circostanza che l’operazione condotta da Hamas abbia colto di sorpresa esercito e servizi segreti israeliani. Come è potuto accadere?
“Ha stupito anche me perché sappiamo bene che Israele ha servizi di sorveglianza e di intelligence tra i migliori nel mondo. Probabilmente la questione è stata un po’ determinata da un calo di attenzione in concomitanza con una festività ebraica e forse Israele teneva più sotto controllo la Cisgiordania che Gaza. Certo è che la circostanza che per alcune ore i miliziani di Hamas abbiano potuto compiere assalti e incursioni in Israele avrà conseguenze sul governo in carica. Ora è il momento della reazione anche emotiva e di una campagna contro il nemico comune, ma poi tanti israeliani chiederanno il conto al presidente Netanyahu ed all’esecutivo”.
È plausibile che dietro l’azione di Hamas ci sia stata una regia dell’Iran, storico sostenitore dell’organizzazione?
“L’Iran appoggia Hamas senz’altro e non lo nega. Quanto e in che modo si siano coordinati non saprei dirlo. Certamente c’è il rischio di un allargamento del conflitto a livello regionale con il coinvolgimento di Hezbollah ed Iran e la circostanza che gli Stati Uniti abbiano inviato due portaerei nel Mediterraneo orientale non tranquillizza. Vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi”.

Lei prima faceva riferimento alle prove di dialogo tra Arabia Saudita e Israele. Proseguiranno o naufragheranno alla luce di quanto sta accadendo in Palestina?
“La brutale reazione di Israele ai danni della popolazione di Gaza potrebbe indurre l’Arabia Saudita a fare un passo indietro. Se la monarchia araba si mostra eccessivamente vicina ad Israele rischia di subire pesanti contraccolpi sul fronte interno, sotto forma di proteste e manifestazioni. La monarchia saudita non può far finta che a Gaza non stia accadendo nulla perché questo potrebbe innescare gravi tensioni interne. Stesso discorso per gli altri Paesi arabi i quali avevano avviato un dialogo ed intese con Israele. Sono regimi la legittimità dei quali è già un poco in crisi e che di tutto hanno voglia tranne che di milioni di manifestanti in piazza che protestano perché il proprio Paese è al tavolo con chi massacra a Gaza i palestinesi”.

Dall’Olp di Arafat ad Hamas: perché il vessillo della causa palestinese è finito nelle mani degli islamisti?
“Fa parte del conflitto non risolto. Questo passaggio dall’Olp ad Hamas c’è stato negli anni degli accordi di Oslo ed è culminato nelle elezioni del 2006. L’Olp rappresentava il movimento nazionalista palestinese con varie correnti. Il partito maggioritario era quello di Arafat, segretario di Fatah. Gli islamisti e Hamas non hanno mai aderito all’Olp e quando sono stati firmati gli accordi di Oslo erano contrari ad essi. Il problema è che gli accordi di Oslo sono andati male. L’Olp e l’Autorità Palestinese creata con gli accordi di Oslo sono risultati come collaborazionisti e troppo spostati sulla politica israeliana”.

Hamas e l’Isis

Perché gli accordi di Oslo sono naufragati?
“Questione molto complessa. Erano impostati male dall’inizio. Non c’è stata una mediazione imparziale e la parte più forte – Israele – ha prevalso. La firma è del 1993 e già nel 1994 e 1995 si è visto che la colonizzazione continuava senza conseguenze per Israele. L’Olp, che quegli accordi aveva firmato e con essi rinunciava alla lotta armata, ha perso credibilità presso i palestinesi. A tutto vantaggio di Hamas. Lo statuto di quest’ultima dice le stesse cose che diceva quello dell’Olp negli anni Settanta del Novecento, ma in chiave islamica. L’islamizzazione d’altronde è avvenuta in tutta la regione con il fallimento del nazionalismo arabo in chiave socialista”.

Cosa significa Hamas?
“Movimento della resistenza islamica. Deriva dai Fratelli Musulmani e non ha nulla a che fare con l’Isis o con Al Quaeda. Queste due organizzazioni propongono una visione dell’Islam estremamente conservatrice, quella della famiglia saudita. Hamas ne propone una versione riformista dal punto di vista dottrinale. È inoltre un movimento di massa con un braccio armato. È presente nel territorio con scuole, moschee, ospedali. Porta avanti azioni di guerriglia utilizzando anche tecniche terroristiche come quelle che abbiamo visto giorni fa. Non compie azioni al di fuori del contesto palestinese e questa è un’altra sostanziale differenza rispetto ad Al Quaeda e all’Isis. Ancora, è un movimento sunnita che ha però il suo referente in uno Stato sciita come l’Iran”.

Come può pensare Hamas di sconfiggere militarmente Israele?
“Non pensa di sconfiggere militarmente Israele, ma di tenere la questione palestinese alla ribalta interazionale. Proprio come l’Olp che dirottava gli aerei”.
Ci sono state polemiche da parte della comunità palestinese in Italia per come i nostri principali quotidiani e le tv stanno seguendo le vicende recenti in Palestina. Le condivide?
“C’è stato soprattutto nei primi giorni un certo sbilanciamento pro Israele, probabilmente anche sull’onda emotiva dei massacri di civili compiuti da Hamas. Bisognerebbe dire che la reazione successiva ai massacri da parte di Israele è un crimine di guerra e che Israele è uno Stato che, in teoria, dovrebbe seguire il diritto internazionale e non compiere anch’esso un massacro indiscriminato di civili e togliere a due milioni di persone acqua ed energia elettrica. Tra l’altro non è facile dissentire pubblicamente da Hamas per chi vive oggi a Gaza e non si vota più in quel territorio ormai da molti anni”.

Come porre fine a decenni di conflitti sanguinosi e di odio?
“La causa originaria è la questione dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi e delle pessime condizioni di vita di 7 milioni di palestinesi. Quelli di Gaza e della Cisgiordania ed i profughi in Libano, in Siria e Giordania. Una situazione incancrenita. Bisogna che si aprano negoziati tra Israele e i palestinesi, ma con una mediazione efficace e nel rispetto del diritto internazionale. Molti analisti dicono che la soluzione dei due Stati non sia più possibile perché i territori occupati sono stati ampiamente colonizzati. Si tratterebbe di smantellare intere città, impianti industriali e strade di collegamento. Ad ogni modo bisognerà trovare una formula che rispetti i diritti anche dei palestinesi”.
Fabrizio Geremicca

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