Capodanno berbero, festeggiamenti a L’Orientale

La comunità berbera festeggiaYennayer, il suo Capodanno, tra il 12 e il 14 gennaio. Si tratta del primo mese del calendario giuliano, il cui nome deriva forse dal latino ianuarius. L’assenza di una data univoca è probabilmente legata al fatto che in passato i festeggiamenti si protraevano per più di un solo giorno. Anche il Centro di Studi Berberi de L’Orientale si è unito alla celebrazione di Yennayer 2973, lo scorso 13 gennaio, con un’iniziativa di festa e socialità presso l’aula T6 di Palazzo Corigliano. A prenderne parte docenti e studenti di berbero e di altre lingue e, più in generale, persone curiose di scoprire da vicino una cultura diversa dalla propria. “Alcuni hanno contribuito a questo momento di convivialità con piatti tipici che si preparano per questa festa, come, ad esempio, il cous cous di sette verdure, augurio di abbondanza, e alcuni dolci tipici marocchini e algerini. Qualche ragazza ha indossato gli abiti tradizionali e mostrato ai presenti abiti e accessori tipici dei matrimoni poiché è frequente celebrare matrimoni e altri riti di iniziazione in questo giorno, come la circoncisione o il primo taglio di capelli per i bambini”, racconta la prof.ssa Anna Maria Di Tolla, docente a L’Orientale di Lingua e Letteratura berbera e di Storia contemporanea del Nordafrica berbero.

La storia dei Berberi è strettamente legata a quella degli Arabi, nonostante la loro presenza nelle aree dell’Algeria, dell’Egitto e del Marocco fosse di molto antecedente. A dare il nome di Berberi a questa comunità furono proprio gli Arabi. Nome che fu poi ripreso successivamente dai Romani, i quali, non comprendendone la lingua, li associarono alla parola ‘barbar’, ossia dal ‘suono inintelligibile’. La parola portava con sé anche il significato più dispregiativo di ‘barbaro’ e, per questo motivo, a seguito di lotte per il proprio riconoscimento e la propria autodeterminazione, oggi i Berberi preferiscono definirsi con il termine Amazigh, ‘uomini liberi’.

La celebrazione del Yennayer ha radici molto antiche ed è tipica del Nord Africa, in particolare di Algeria, Marocco, Tunisia, Libia e parti dell’Egitto. In Marocco e in Algeria la cultura e la lingua amazigh stanno riconquistando negli ultimi decenni lo spazio e il valore perduto durante i secoli passati. L’anno 2023 del calendario gregoriano segna l’anno 2973 per gli Amazigh, che fanno riferimento al calendario giuliano. A decidere la particolare numerazione degli anni fu l’Accademia Berbera di Parigi che, negli anni ’60, stabilì di contare gli anni a partire dal 957 a.C., anno dell’ascesa al trono del faraone Shoshenq I, in Egitto. Si tratta quindi di un calendario frutto dell’attivismo berbero, secondo cui questo personaggio storico amazigh incarna la forza della comunità e da cui ha avvio la storia di questo popolo. L’origine della festività è legata alla celebrazione della natura, della terra e dei raccolti. L’inizio dell’anno regolava anche la ciclicità dell’agricoltura, il giorno di Yennayer simboleggia il vivere in armonia con la natura nonostante le potenziali minacce di carestia, di intemperie o di stagioni eccessivamente fredde o calde. Le celebrazioni avvengono in famiglia, non manca mai la musica e il cibo e, secondo la tradizione, chi festeggia in questo giorno non dovrà temere né fame né povertà, spiega la prof.ssa Di Tolla. In tempi più recenti la celebrazione è diventata anche un modo di tenere viva l’identità culturale amazigh.

Nel 2018, l’Algeria è il primo Stato del Nord Africa a istituire Yennayer come festa nazionale, allo scopo di dare maggiore spazio alla cultura amazigh presente storicamente nel Paese. Nessun altro Paese ha dato questa ufficialità alla festa, ma in Marocco il dibattito è molto aperto. Dopo l’ufficializzazione della lingua tamazigh, in Marocco è obbligatorio l’insegnamento nelle scuole elementari e si sta assistendo in generale a una crescente integrazione della cultura. “È sempre più facile che la gente dichiari e riconosca legami con persone amazigh nella propria famiglia, mentre prima si tendeva a rinnegarli. I berberi stessi evitavano di dichiararsi tali per non essere marginalizzati in società”, racconta la docente. Oggi la questione in Marocco è sempre più ampia e, tra gli altri aspetti, si dibatte se usare per l’insegnamento della lingua l’alfabeto storico berbero, il tifinagh, o se usarne di alternativi. Quella della lingua tamazigh è una storia affascinante: la lingua nasce e si trasmette principalmente per via orale, senza necessitare sin da subito di un proprio alfabeto per la scrittura. Soltanto i Tuareg, e in particolar modo le donne, hanno tramandato tra di loro la tradizione dell’antica scrittura berbera tifinagh mentre, in moltissimi altri casi, si è iniziato a scrivere utilizzando gli alfabeti dei colonizzatori, e quindi quello arabo o quello latino.

Il legame con gli Arabi è sempre stato intrinseco e in molti momenti storici le due culture hanno finito col sovrapporsi. “Basti pensare, ad esempio, alla dominazione araba in Sicilia: i generali erano quasi sempre arabi, ma i contingenti, i folti gruppi di persone che si trasferivano a vivere in una nuova città, erano quasi sempre berberi”, chiarisce la docente. Di certo la cultura araba ha influenzato in parte quella berbera, tuttavia gli Amazigh hanno un contesto storico e culturale precedente agli Arabi. Influenze reciproche, poi, si possono ritrovare anche con i Romani, ad esempio negli aspetti comuni del modo in cui viene festeggiato il Capodanno. “Dobbiamo sempre ricordare che siamo nel Mediterraneo. Noi e loro condividiamo questo spazio, che è sì fisico ma anche culturale, da millenni”.

Nell’ottica di avvicinare anche al di fuori dell’università qualche curioso di questa lingua, il Centro di Studi Berberi avvierà nei prossimi mesi un laboratorio linguistico di tashelhit, la variante marocchina della tamazigh: “proviamo in questo modo a far riavvicinare i marocchini alle proprie origini, a una lingua che sentono forse parlare a casa ma che non riconoscono e possono confondere con l’arabo”.

Agnese Salemi

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