Uno scudetto per la città oltre la rete sempre gonfia del Maradona

Guai a festeggiare con largo anticipo uno scudetto che non ha ancora la matematica dalla sua parte. Guai pure a cedere alla scaramanzia fine a sé stessa, che rischia di non far godere appieno di quello che il Napoli sta compiendo dallo scorso agosto ad oggi (in proiezione, maggio), dando lezioni di calcio tanto in Italia quanto in Europa, sul palcoscenico dei migliori. I paragoni si sprecano: meglio degli azzurri di Sarri, simile al Barcellona schiacciasassi di Guardiola e all’immenso Ajax di Cruyff. Ce n’è per tutti i gusti calcistici. Questo, in realtà, è il Napoli di Luciano Spalletti e dei suoi giocatori. Così di De Laurentiis e Giuntoli. E soprattutto: della città. Irripetibile. Affamato. Sfrontato. Così bello da costringere gli avversari, sconfitti senza soluzione di continuità, ad ammettere una superiorità assoluta. Tutto questo, al di là dei risultati strettamente sportivi, induce a guardare oltre la rete sempre gonfia del Maradona, per capire quando e come sia nato tutto questo e che tipo di azienda sia il Napoli; per analizzare, come un fatto sociologico, l’attesa lunga 33 anni tra la piena identità tra tifosi e squadra e il culto immortale nei confronti di Diego Armando Maradona. Non ultimo, per comprendere se l’eventuale tricolore possa aiutare ulteriormente il settore turistico, attraendo ancora più visitatori. Insomma, uno scudetto dai molteplici significati.

Servizio di Claudio Tranchino

Al Santiago Bernabeu del Real Madrid un ‘museo’ sulla storia calcistica del club: “potrebbe essere un trend da cavalcare 

L’impatto sul turismo, la parola al prof. Ruggiero,  Coordinatore del Corso di Laurea in Scienze del Turismo alla Vanvitelli

La possibile vittoria dello scudetto, come ulteriore volano per il turismo a Napoli. È possibile? Beh, stando ai numeri snocciolati dall’Unione degli Industriali di Napoli ad alcuni organi di stampa locali, pare proprio di sì. Il bimestre maggio-aprile, proprio quello che potrebbe portare il tricolore sulla maglia azzurra – zitto a chi sape o’juoco, verrebbe da dire a chi non riesce a fare a meno della scaramanzia – starebbe registrando un’impennata di prenotazioni. D’altra parte, basta affacciarsi da qualsiasi abitazione per tastare il clima di attesa gioiosa – e non più scaramantica, come i luoghi comuni vogliono. La città freme: pronti lunghi caroselli tinti d’azzurro, in allestimento murales (l’ultimo nel quartiere Sanità, senza dimenticare quello dei Quartieri spagnoli dedicato a Maradona, diventato luogo di culto) che ritraggono coloro che stanno facendo la storia dopo 33 lunghissimi anni, bandiere esposte e in vendita ovunque, tifosi alla ricerca di auto e furgoncini a costo contenuto per farne quasi dei prodotti di merchandising dal basso. Per capire se effettivamente le meraviglie viste sul rettangolo di gioco possano tradursi in ‘turismo dello sport’, Ateneapoli si è rivolto al prof. Domenico Giovanni Ruggiero, Coordinatore del Corso di Laurea in Scienze del Turismo alla Vanvitelli. “Sicuramente potrebbe avere un impatto positivo”, spiega il docente, che guarda in avanti, verso un orizzonte diverso per la città tutta: la tradizione vorrebbe Napoli sempre perdente e sconfitta, invece si imporrebbe una prospettiva nuova e credo avrebbe seguito anche nel campo turistico. Una città, non più quella dell’arrangiarsi, che mostra le sue bellezze e non si nasconde più, sottraendosi ai tanti clichè che la riguardano, nel frattempo superati dalla realtà che ci circonda. Ricordando i festeggiamenti del primo scudetto e tutto quello che si scatenò, mi aspetto che i turisti possano arrivare per rivedere quelle attività un po’ folcloristiche, da città di Pulcinella che risorge”. E dunque esiste la concreta possibilità, guardando anche ad altre metropoli europee dove le squadre allestiscono musei negli stadi di proprietà, un turismo dello sport, che “funziona su questo tipo di attrazioni. Penso ad alcune persone con cui ho parlato che non erano mai state a Napoli e la prima cosa che hanno fatto, arrivate qui, è stata visitare il mausoleo dedicato a Maradona sui Quartieri spagnoli. Certamente, la possibile vittoria del campionato potrebbe amplificare questi trend, visto che stanno anche aumentando i murales in tutta la città”. Un turismo tarato sulla storia dei club, che possa poi fondersi con quello abituale, attratto dalle bellezze, dalla tradizione culinaria: Quando ho visitato Madrid,ricordo un grandissimo interesse nel visitare il Santiago Bernabeu (stadio del Real Madrid, ndr), all’interno del quale c’è una parte dedicata alla storia calcistica del club. Potrebbe essere un trend da cavalcare. Da docente che forma gli studenti, non manca nell’analisi di Ruggiero uno sguardo all’adeguamento delle competenze in direzione di un turismo che potrebbe legarsi al Napoli. “Come Presidente del Corso di Laurea, credo sia importante far emergere figure che sappiano sfruttare tutte le risorse del territorio. Se il possibile scudetto dovesse esserlo, noi dobbiamo adeguarci. Così come sfruttiamo il Museo Nazionale o gli Scavi di Pompei. Dobbiamo metterci a lavoro per capire in che modo raggiungere anche questo risultato”. Ma è chiaro che sono obiettivi di crescita ottenibili solo attraverso una città con infrastrutture adeguate. Mezzi di trasporto tarati sulle esigenze quotidiane sono una chimera che Napoli insegue quasi da tempo immemore. Dai tempi biblici per l’attesa di un treno della metropolitana a un aeroporto collegato male, al trasporto su gomma che non esiste. “Inutile nascondersi dietro il dito, se vogliamo essere una città moderna, abbiamo bisogno di un trasporto adeguato. Sul fronte ricettivo, invece, abbiamo buone strutture, tra quelle alberghiere e non”.

Il Napoli “un modello di riferimento anche per la qualità del management”

L’analisi del prof. Roberto Vona, docente di Economia e gestione delle imprese alla Federico II

Il 6 settembre 2004 Aurelio De Laurentiis, produttore cinematografico noto per i cosiddetti ‘Cinepanettoni’, diventa Presidente del Napoli Soccer, nato dalle ceneri del fallimento dell’SSC Napoli. Un acquisto costato all’attuale Patron 30 milioni di euro, cifra irrisoria per un club dalle enormi potenzialità sportive e quindi economiche. Da allora, sono passati ben 19 anni. Oggi, il Napoli, arrivato per la prima volta ai quarti di Champions League e molto vicino a vincere il suo terzo scudetto, è innanzitutto un’azienda sana. Parlano i numeri: secondo Calcio&Finanza, in riferimento al 2022, il fatturato degli azzurri è di 175,9 milioni di euro (diritti tv, incasso biglietti, merchandising, vendita giocatori) e ha il terzo monte ingaggi della Serie A, ovvero 72 milioni di euro (netti) dopo Juventus (97,3) e Inter (74). Unica nota stonata, il rosso a bilancio: 51,9 milioni di euro, comunque in miglioramento rispetto al 2021, quando il passivo ammontava a 58,9 milioni. Accanto all’oculata gestione societaria, le due decadi appena trascorse hanno portato alcuni trofei (tre Coppa Italia e una Supercoppa italiana, più uno scudetto perso a pochi metri dal traguardo nel 2018), tanti campioni a calpestare l’erba del Maradona, ma pure forti contestazioni di frange di tifosi. L’ultima questa estate, difficile dimenticarla, spinta dal famoso hashtag #A16 (cioè l’autostrada direzione Bari). Per molti addetti ai lavori una protesta fine a sé stessa, per usare un eufemismo; in realtà, figlia di un’analisi a tratti condivisibile su un De Laurentiis che spesso e volentieri ha usato parole offensive nei confronti dei napoletani e della città, che ha avuto poca visione a lungo termine in alcuni frangenti, soprattutto durante il Covid. Oggi, però, sono tutti concordi – o quasi – nel riconoscere le abilità dell’imprenditore romano. Per capirne meglio le ragioni, Ateneapoli ha contattato il prof. Roberto Vona, docente di Economia e gestione delle imprese alla Federico II.

Professore, domanda retorica: possiamo considerare il Napoli un modello di azienda sostenibile?

“Beh, in questo momento, rispetto ad altre realtà calcistiche, sta dimostrando di avere raggiunto ottimi risultati sia sportivi sia economico-finanziari esemplari. Pochissimo ricorso al debito, quasi sempre un risultato positivo tranne che nelle ultime stagioni, comunque ampiamente compensate da accantonamenti”.

L’ultimo bilancio, quello del 2022, ha registrato un rosso di 51,9 milioni di euro. C’è da preoccuparsi?

“Qui bisogna considerare diversi elementi. I risultati positivi dipendono da vari fattori di ricavo: diritti tv, ma anche i biglietti, che sono una voce importante. Durante la pandemia si sono praticamente azzerati e non è questione di poco conto. Per quanto possa essere una società importante poi, il Napoli non ha possibilità di fare introiti dal merchandising come le squadre più blasonate. Gli azzurri ci stanno lavorando con diverse innovazioni, penso alle maglie che cambiano durante l’anno. Negli ultimi anni il Napoli ha avuto delle perdite perché c’è stata un’oscillazione dei ricavi a fronte di una non riduzione proporzionale dei costi. Parliamo comunque di perdite assai contenute rispetto a tante altre società di Serie A. Dunque, ancora una volta il Napoli è un modello di riferimento, anche per la qualità del management, per l’oculatezza della gestione manageriale, figlia di una società familiare. C’è ancora un altro tema, quello delle plusvalenze, giustamente sotto la lente di organismi istituzionali in questo periodo. Il Napoli, negli anni, ha fatto molto talent scouting di giocatori che è riuscito poi a vendere a cifre importanti. Quando questo non è accaduto, basti pensare di nuovo al periodo del Covid, si è registrato un po’ di rosso”.

A proposito delle maglie. I tifosi non vedono di buon occhio questa trovata. Lei pensa sia stata una buona mossa di marketing?

“Credo proprio di sì. Sono dell’idea che il marketing debba innovare e proporre soluzioni, poi magari possono non piacere al mercato. È comunque un’occasione per acquistarne una nuova. Non so, penso al consumatore che ha già comprato la maglia del suo idolo, però arriva San Valentino e decide di regalare la maglia a tema alla propria fidanzata, tanto per fare un esempio”.

Il Napoli, dal punto di vista finanziario, basa tutto sulla vendita dei calciatori, ricavi dei biglietti, diritti tv e merchandising. Non manca forse uno stadio di proprietà, o immobili in generale?

“Io su questo sono un po’ critico. Con lo stadio di proprietà certamente si possono immaginare tante cose nuove: eventi museali, ristoranti. Ma a Napoli ne abbiamo davvero bisogno? Facendo un ragionamento strettamente immobiliare, bisogna considerare che la costruzione di uno stadio va ammortizzata con flussi di ricavi non indifferenti. Inoltre, da napoletano non mi augurerei mai l’abbandono del Maradona, ci sono affezionato”.

Tifo molto per le aziende familiari nel calcio”

Sulle voci ricorrenti che vorrebbero De Laurentiis pronto a cedere parte delle quote a cordate e fondi stranieri?

“Onestamente De Laurentiis con un altro socio me lo immagino poco (ride, ndr). Ad ogni modo, il Napoli io lo vedo solido, e tifo molto per le aziende familiari nel calcio, poco per quelle spersonalizzate, viste le esperienze negative avute qui in Italia come nei casi di Inter e Roma. Quindi non me lo auguro. Oltretutto De Laurentiis porta a casa utili, si sta divertendo, non mi sembra abbia altri progetti industriali. Quindi faccio fatica a pensare che possa cedere. Piaccia o no, ha dimostrato di aver imparato e di essere bravo. Se vogliamo, manca forse un investimento più strutturato sui giovani, e lo dico nell’interesse della società. Si potrebbero costruire scuole di calcio in città proprio per i ragazzi”.

Tirando le somme, qual è stata la strategia vincente della società?

“Penso al fatto che De Laurentiis non si sia fatto condizionare dalla piazza, che è micidiale da questo punto di vista. Con quei suoi comportamenti a volte un po’ antipatici è riuscito a trovare il giusto distacco che gli ha consentito di fare le scelte giuste. Non è da tutti mandare via Mertens, Insigne, Kouliblay in una sola stagione. Accanto a questo, ovviamente, c’è la bravura dei manager. Alessandro Formisano, Cristiano Giuntoli, gli osservatori, il Direttore finanziario. Forse, mi permetto di dire, un po’ di immissioni di giovani non farebbero male”.

“A Napoli, c’è una connessione quasi automatica con la squadra”

L’opinione del sociologo Luca Bifulco

Un’identità abissale, profonda forse quanto Napoli stessa, si cela dietro il rapporto tra la città e la squadra di calcio che la rappresenta. ‘La maglia azzurra è una fede’, così la definiscono molti tifosi. Uno strenuo tentativo – allegorico – di riconoscersi, mai come quest’anno, nelle vittorie di campo, per affrancarsi da una condizione di perenne precarietà che sembra ineluttabile. Un’identità che si poggia su un forte orgoglio locale, su elementi linguistici. Un meccanismo identitario in virtù del quale, durante e oltre una partita, i singoli diventano collettivo con un fortissimo orizzonte comune. Di questo abisso, che è innanzitutto emotivo, una branca della Sociologia, quella dello Sport, prova a sondarne i meccanismi inconsapevoli, ristabilendo pure delle distanze, dove necessario. “A Napoli, c’è una connessione quasi automatica con la squadra, e per diversi motivi”, ha detto ad Ateneapoli il prof. Luca Bifulco, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, nonché autore, assieme al collega Francesco Pirone, di ‘Napoli. La città, la squadra, gli eroi: dai primi idoli a Maradona’ (Bradipolibri, 2016). Poi ha aggiunto: “Il primo, banalissimo, è che la città ha una sola squadra di vertice a differenza delle altre metropoli italiane. In secondo luogo, c’è un elemento linguistico assai particolare. Noi utilizziamo lo stesso termine per definire cittadini e tifosi, un qualcosa di unico se si pensa ad altre squadre. Il legame che ne deriva è talmente forte che ha pure dei risvolti negativi. Le critiche alla squadra, spesso, vengono interpretate come un dileggiare la città stessa”. Elementi che con tutta evidenza si sono innestati “su una produzione culturale, quella partenopea, già fortemente identitaria”. Ed è proprio a partire da queste ragioni che si può comprendere meglio la sovrapposizione tra città e squadra, in un tifo che diventa fede e prova a sublimare le contraddizioni del reale attraverso un processo studiato dalla psicologia statunitense, il crogiolarsi nella gloria riflessa, cioè il calcio diventa un fattore attraverso cui ci si riflette nelle vittorie dei giocatori. Tutto si gioca sugli umori, sulle emozioni e consente di immettere, in queste costruzioni di identità, anche elementi sociali, politici”. Detto altrimenti: il sentimento di riscatto con cui si caricano di significato le vittorie scatena un legame simbolico, allegorico.

“Non è stato il regalo di uno sceicco”

Per cui, continua il docente, eviterei l’automatismo tra il successo calcistico e il benessere economico-sociale”. Ma da buon sociologo, Bifulco va oltre, lanciando un messaggio. Se proprio deve esserci una piena sovrapposizione tra destino della città e destino della squadra, che si prenda a modello la capacità progettuale del club, dei giocatori, dell’allenatore, che hanno costruito questo cammino straordinario pian piano, con lavoro e sacrifici. Non è stato il regalo di uno sceicco”. Cioè l’azione collettiva, di un gruppo, di una comunità tutta, che prende consapevolezza delle proprie risorse e se ne assume la responsabilità senza aspettare un salvatore; senza credere che tutto sia già scritto a prescindere dalla prassi. Un po’ come accade con la narrazione relativa a Maradona: il Dio del calcio ha avuto una sua incarnazione umana, il Pibe de Oro, che, come un Messia, è stato mandato sulla terra per mostrare la via. “Noi lo approcciamo come una divinità trascendente che arriva, si carica squadra e città sulle spalle e vince. Chiaramente parliamo di una leggenda, ma anche quella squadra fu costruita con razionalità e sacrifici. E allora, per Bifulco è evidente che la città ha energie e non deve attendere il trascendente. In attesa del fatidico match che dovrebbe consegnare il tricolore al Napoli, c’è spazio per un’ultima riflessione. Generazioni a confronto, tra quelle che hanno potuto godere della vittoria dei due scudetti, e quelle nate dopo, che sentono ancora in gola il groppone del mancato scudetto del 2018. “Entrambe, ovviamente, vogliono vincere. Le prime per riassaporare la vittoria, le seconde per viverla in prima persona e non come punto terminale di un lascito memoriale”. Questo perché il calcio, lo sport tutto, è emozione, comunità che condivide un destino.

- Advertisement -

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here





Articoli Correlati