Una mattinata di sport, emozioni, memoria e domande ancora aperte. Sul parquet del CUS Napoli è andato in scena il Primo Trofeo Mario Paciolla, un quadrangolare di basket dedicato al cooperante napoletano dell’ONU morto a San Vicente del Caguan, in Colombia, il 15 luglio del 2020. Nel giorno in cui avrebbe compiuto 39 anni, il 28 marzo, il Centro di via Campegna e il Collettivo ‘Giustizia per Mario Paciolla’ hanno scelto di ricordarlo così: con un pallone a spicchi – sua grande passione – e un torneo in sua memoria. Alla competizione hanno preso parte diverse squadre di basket campane: Campi Flegrei, Neapolis, Cus Napoli e Stella Rossa.
L’iniziativa ha voluto dare eco alla domanda che famiglia, amici e la comunità tutta continuano a gridare da ormai sei anni: che cosa è accaduto davvero? Ricordare il cooperante, attraverso questo gesto pubblico di memoria così come con tutte le prese di posizione pubbliche che si susseguono fin dalla sua scomparsa, significa continuare a chiedere giustizia per la sua morte – “la verità vi perseguiterà”, così lo striscione esposto nell’occasione dalla Curva Est Napoli. “Avete trasformato un giorno che per noi è sempre carico di nostalgia in un abbraccio pieno di calore – hanno scritto in un post i genitori di Mario, Anna Motta e Pino Paciolla – sentire così tanto affetto sincero è qualcosa che ci resta dentro”.
Tra i tanti a essere ringraziati per l’iniziativa, anche l’avv. Paola Del Giudice, Commissario Straordinario del Cus, che “con la sua sensibilità ci ha fatto sentire a casa”, hanno scritto. Ad Ateneapoli Del Giudice ha detto: “è stato un evento per onorare la sua memoria, ma anche per mandare un messaggio forte ai nostri giovani atleti: attraverso lo sport si possono veicolare valori di cui lui stesso era portatore, ovvero solidarietà, impegno per gli altri, sacrificio. Lo sport è uno strumento di pace, e Mario era un costruttore di pace. Allo stesso tempo, abbiamo voluto ribadire con forza la richiesta di verità e giustizia”.
Com’è nata l’idea: “il torneo lo abbiamo voluto fortemente – prosegue Del Giudice – oltre che uno studente (de L’Orientale) Mario era anche un atleta, amava il basket, e abbiamo dato ascolto al desiderio della famiglia, del collettivo e dei giovani atleti di ricordarlo attraverso una della sue grandi passioni”. È stata “grande l’emozione per la premiazione finale, avvenuta proprio alla presenza dei genitori di Mario”. Il trofeo è stato vinto simbolicamente dal Cus ma “la vittoria più grande è stata vedere tutti questi giovani cestisti che hanno giocato in nome del loro compagno. L’abbraccio tra tutti, alla fine, è stato il simbolo della condivisione”.
Chi ha conosciuto Mario di persona un po’ di anni fa, proprio sui campi di basket partenopei, è stato l’attuale coach della squadra di basket del Cus, Gianluca Valentino, che ha raccontato qualche simpatico aneddoto: “Scherzavamo sempre, lui mi diceva che se avesse avuto dieci centimetri in più sarebbe diventato un giocatore. Era caparbio, come ha dimostrato ciò che stava facendo”. Poi ha detto: “i ragazzi mi hanno visto commosso dopo tanti anni, al solo pensiero di non conoscere la causa della morte di un figlio rende la pace irraggiungibile per un genitore. Per me è stato un piacere e un grande onore ospitare questo torneo e i genitori di Mario.
Lo sport non è solo agonismo, ma tanto altro: unione tra ragazzi, divertimento, conoscenza, sorrisi, fair play”. Sul momento più emozionante: “quando il papà di Mario, Pino, ha alzato la palla a due, mi è sembrato fosse di nuovo tra noi, data anche la grande somiglianza”. Con Ateneapoli ha parlato anche Giulia Guarracino, studentessa ventenne di Medicina alla Federico II, play e guardia a basket del Cus Napoli: “è stato estremamente emozionante, ci tenevamo particolarmente a partecipare. Bisogna tenere sempre la luce accesa su questa vicenda, per Mario e per i genitori, che finora non hanno avuto la possibilità di sapere come sia scomparso il figlio. Infatti, tra le cose che più ci ha toccato è stato proprio l’incontro con Anna e Pino.
Quando qualcuno muore, si percepisce il dolore di chi resta. Abbiamo provato un’ammirazione enorme per la forza che stanno dimostrando per arrivare alla verità”. È bene ricordare che, all’indomani del ritrovamento del corpo del cooperante, in casa sua, si parlò di suicidio. Una ricostruzione che, fin dall’inizio, però, la famiglia ha sempre contestato, sostenendo che Mario fosse spaventato per qualcosa che aveva visto o scoperto, e chiedendo un’indagine limpida sulle circostanze della morte. La famiglia Paciolla ha sporto denuncia contro due funzionari ONU, Christian Tompson e Juan Vàsquez, perché sono stati i primi a entrare in casa, impedendo l’accesso alla polizia.
Dopo la ‘visita’ dei due, dall’abitazione scomparvero il pc di Mario, la sua agenda, un mouse; e tutto venne ripulito (o meglio, inquinato, parlando di scena del crimine) con della candeggina. Nel giugno 2025 il gip di Roma ha archiviato l’inchiesta italiana, ma i genitori e i sostenitori di Paciolla hanno ribadito di voler continuare la battaglia per verità e giustizia.
Claudio Tranchino
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Ateneapoli – n.6 – 2026 – Pagina da 43








